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Nagasaki, 9 ago – Dopo Hiroshima, Nagasaki. Dal primo al secondo attacco americano, passarono soltanto 72 ore. Tanto bastavano da portare alla resa gli stremati giapponesi . Eppure, nonostante la devastazione materiale e spirituale di Hiroshima, gran parte della popolazione e del governo non intendevano cedere agli americani: “Piuttosto morire, con onore“, pensarono i più. E difatti, fu proprio allora che la pratica del “seppuku” (la Morte Onorevole dei Samurai) venne declinata in una fase più moderna. Pur sempre radicata nello spirito, profondo, del Paese del Sol Levante.
La resa poi arrivò: il 15 agosto del ’45. Si rivolse per la prima volta alla popolazione, via radio, l’Imperatore Hirohito: esattamente sei giorni dopo il bombardamento su Nagasaki. Si diffuse nei giapponesi più fanatici, l’idea della “onorevole morte dei cento milioni”. Ovvero, un suicidio di massa in cui l’intero popolo giapponese sarebbe dovuto morire, per evitare l’umiliazione della resa. In perfetto stile samurai. Anche il grande regista Akira Kurosawa, all’epoca trentenne, ricordò spesso quella fase buia ma orgogliosamente interpretata dai resilienti giapponesi.
Il messaggio dell’Imperatore, codice Bushido permettendo, fu molto chiaro: bisognava deporre le armi. E non compiere alcun suicidio di massa. Fu un durissimo colpo per il Paese: colpito a Nagasaki dalla bomba “Fat Man, quasi per caso. L’obiettivo non era la città colpita, bensì Kokura. Scelta di ripiego, dettata da condizioni metereologiche non idonee per sganciare la bomba. Gli americani agirono peraltro in maniera anarchica: nessuno, esplicitamente, autorizzò quel bombardamento. Un dato però è certo: i morti furono più di 60.000. I danni fisici e psicologici dei superstiti (gli hibakusha) rimasero insanabili. E permanenti, come la forza di ricominciare e rinascere sempre. “Cadere sette volte, rialzarsi l’ottava”: altra lezione, dal Paese del Sol Levante.
Chiara Soldani

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