Roma, 5 ott – Dall’inizio dell’anno scolastico, i casi di femminicidio diventano occasione per i media italiani di colpevolizzare il maschio bianco e il patriarcato, dando spazio alla richiesta di introdurre l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole. Nel novembre 2023, dopo l’assassinio di Giulia Cecchettin e in concomitanza con la “giornata contro la violenza di genere” del 25 novembre, tutto il mondo progressista sollecitava una sensibilizzazione istituzionale nei confronti di quella che descriveva come un’emergenza. A implementare la macchina della propaganda contribuì l’aspirante capolavoro cinematografico di Paola Cortellesi, C’è ancora domani, traboccante femminismo da tutti i pori: e, con il manuale ideologico alla mano, non escono opere degne di rispetto.
Il caso della ragazza assassinata dal fidanzato fu strumentalizzato e il padre — i cui commenti ammiccanti alle donne sui social presto scomparvero —, la sorella e la nonna divennero ospiti fissi di interviste e format televisivi. La Fondazione Cecchettin, oggi, si occupa di prevenire e contrastare la violenza di genere, proponendo incontri nelle scuole.
L’emergenza femminicidio e i numeri
Poiché la popolazione dell’Unione Europea è composta da una maggioranza di donne ormai presenti in tutte le attività — escluse quelle in cui si muore: edilizia, agricoltura e trasporti, settori in cui il 96% dei morti sul lavoro è di sesso maschile, la vera emergenza —, l’emotività e la compassione sono divenute i filtri attraverso i quali vengono affrontate le presunte emergenze. Sì, perché quella dei femminicidi è un’emergenza facilmente smontabile con i dati relativi al periodo che va dal 17 dicembre 2025, data di entrata in vigore della legge 2 dicembre 2025 n. 181 che ha introdotto l’articolo 577-bis del codice penale sul reato autonomo di femminicidio, al 30 giugno 2026. In questo periodo il Ministero dell’Interno – Servizio Analisi Criminale ha registrato 34 vittime, di cui solo 8 rispondenti alla definizione di “femminicidio”.
Insomma, l’emergenza è solo propaganda per ottenere ancora finanziamenti per i centri antiviolenza e per tutto l’indotto della violenza di genere, oltre che per alimentare il mercato vittimologico di cui le donne sono abili strateghe. In Italia, rispetto agli altri Paesi europei, è basso sia il numero degli omicidi sia quello dei cosiddetti femminicidi. Ma ciò non ha evitato che l’ONU, a settembre, ci richiamasse all’ordine. Non per le vittime sul lavoro, che nel 2025 sono state 1.189, ma per i tre femminicidi. Femministe e studentesse, galvanizzate dalla propaganda, invocano così l’urgenza dell’educazione sessuo-affettiva per decostruire il maschio tossico e violento, proprio come il fidanzato di Giulia.
Da dove viene l’educazione sessuo-affettiva?
Ma da dove è venuta fuori questa educazione sessuo-affettiva? Nel 2018, le Nazioni Unite hanno pubblicato un documento educativo che raccomanda ai bambini di età compresa tra i 9 e i 12 anni di imparare come l’identità di genere di una persona possa non corrispondere al suo sesso biologico. Lo stesso documento afferma che i bambini di età compresa tra i 5 e gli 8 anni dovrebbero imparare a definire genere e sesso biologico come entità distinte. Il documento di 136 pagine si trova sul sito web ufficiale dell’UNESCO ed è firmato da sei agenzie delle Nazioni Unite. Si chiama International Technical Sexuality Education ed è attualmente in fase di implementazione, a diversi livelli e con diverse velocità, nelle scuole di oltre 150 Paesi.
Chi ha deciso che questo documento dovesse essere così? Quando lo ha deciso? Come è arrivato nell’aula di una scuola? E perché nessuno ci ha chiesto se fossimo d’accordo? È necessario capire tre cose: cosa dice realmente il documento delle Nazioni Unite, non la versione raccontata ma il testo; come quel documento diventa un programma scolastico nazionale senza che nessuno lo voti; quale sia il problema filosofico di fondo, che va ben oltre il contenuto specifico e tocca la questione di chi abbia l’autorità legittima di decidere cosa insegnare ai figli degli altri.
Le linee guida dell’UNESCO
Iniziamo dal documento. La prima versione della Guida Tecnica Internazionale sull’Educazione Sessuale dell’UNESCO è stata pubblicata nel 2009. Si trattava di un’iniziativa congiunta di UNESCO, UNICEF, UNFPA e OMS. Nel 2018 è stata pubblicata una versione riveduta e ampliata, che includeva anche UN Women, l’Ente delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere e l’empowerment femminile. È un documento di politica educativa con raccomandazioni curriculari organizzate per fasce d’età. Il nome ufficiale in italiano è Linee Guida Tecniche Internazionali sull’Educazione Sessuale. Nel settore è noto con l’acronimo CSE, Comprehensive Sexuality Education, Educazione Sessuale Integrale. Il documento stabilisce alcuni concetti chiave che dovrebbero essere insegnati, tra cui la relazione tra diritti umani e sessualità, la comprensione del genere, la costruzione sociale del genere e le norme di genere, l’uguaglianza di genere e gli stereotipi, la violenza di genere. Gli obiettivi di apprendimento sono organizzati per fasce d’età, tra cui i bambini dai 5 agli 8 anni e quelli dai 9 ai 12 anni.
Come una linea guida arriva nelle scuole
Come fa un documento a diventare un programma di studi? Una guida tecnica dell’UNESCO non è una legge e nessun Paese è legalmente obbligato ad adottarla. Come fa, allora, a finire in classe? La risposta ha tre componenti, che richiedono la comprensione del funzionamento delle istituzioni internazionali. La prima componente è il linguaggio dell’autorità scientifica. Il documento viene presentato come basato su prove concrete. Il linguaggio fa sì che rifiutarlo suoni come rifiutare la scienza. Un ministro dell’Istruzione che mette in discussione il documento appare così come se stesse mettendo in discussione decenni di ricerca. Il costo politico di una simile posizione è elevato e pochi funzionari sono disposti a esporsi pubblicamente.
La seconda componente è il coordinamento finanziario. Le agenzie che firmano il documento — UNFPA, UNICEF e UNESCO — sono anche quelle che forniscono assistenza tecnica e finanziamenti ai ministeri dell’Istruzione dei Paesi in via di sviluppo. L’adozione delle loro linee guida curriculari e l’accesso a tale assistenza non sono formalmente collegati, ma in pratica la relazione è evidente. I Paesi che ricevono finanziamenti da queste agenzie tendono ad adottare le loro raccomandazioni; quelli che non li ricevono non beneficiano dello stesso livello di supporto tecnico. Probabilmente è quello che sta avvenendo in Italia: il governo non ha accolto il documento come le agenzie si aspettano che faccia. I titoli sui media suonano come una minaccia.
La terza componente è il coordinamento politico multilivello, documentato. Nel 2021, un rapporto UNESCO ha documentato che oltre l’80% dei Paesi valutati dispone di politiche o strategie a supporto della CSE. Si tratta della maggioranza del mondo. Questo è accaduto perché esiste un’architettura istituzionale progettata per produrre questo risultato: trent’anni di documenti tecnici, riunioni ministeriali, finanziamenti condizionati e indicatori di monitoraggio nell’ambito dell’Agenda 2030. È una strategia a lungo termine attuata da istituzioni con bilanci multimilionari e senza alcuna responsabilità nei confronti di un elettorato specifico.
Il problema della sovranità
La responsabilità è un sottoprodotto naturale della sovranità nazionale ed è in pericolo sotto la governance transnazionale. I diritti non esistono perché sono dichiarati: esistono perché possono essere fatti rispettare solo dove ci sono cittadini di uno Stato-nazione vincolati da obblighi reciproci. Chi decide cosa imparano i nostri figli? I sostenitori di queste Linee guida ripetono spesso che l’obiettivo è insegnare ai bambini a pensare in modo critico su genere e sessualità. Ma gli obiettivi di apprendimento non dicono di esplorare o riflettere liberamente: dicono di spiegare come l’identità di genere possa non corrispondere al sesso biologico.
Gli obiettivi di apprendimento della guida CSE hanno delle destinazioni, e questo è il problema filosofico che va oltre il contenuto specifico. Ma c’è ancora uno strato più profondo. Durante gli anni Settanta, le femministe americane adottarono l’idea di genere come costrutto sociale. Immaginavano di poter salvare il sesso dalla biologia e riformularlo come una complessa scelta sociale. Era esattamente il processo descritto da George Orwell come Neolingua: rimodellare il linguaggio in modo che la verità sul mondo non possa più essere espressa attraverso di esso. Ciò che abbiamo oggi è la Neolingua istituzionalizzata nei documenti ufficiali di sei agenzie delle Nazioni Unite, con obiettivi di apprendimento adeguati all’età, finanziamenti a supporto e ministri dell’Istruzione che la adottano e la presentano come scienza.
Chi decide quali sono i diritti?
Quando i difensori di queste Linee guida affermano di promuovere diritti umani che rientrano in un quadro di diritti riconosciuti a livello internazionale, chi è responsabile di tale definizione di diritti? Chi ha scelto che il diritto all’identità di genere debba essere insegnato come un dato di fatto a un bambino di nove anni? Non un Parlamento, non un elettorato, ma un comitato tecnico con la partecipazione di organizzazioni di difesa dei diritti. E una volta che quel comitato pubblica il proprio documento, il peso istituzionale delle Nazioni Unite rende politicamente costoso metterlo in discussione.
Organismi sovranazionali che dichiarano diritti che non possono essere garantiti, perché privi di una reale giurisdizione, hanno la capacità di influenzare coloro che quella giurisdizione ce l’hanno. Il risultato è il trasferimento di decisioni che dovrebbero essere prese nelle democrazie locali a burocrazie globali non elette. Ciò che viene insegnato nelle scuole dei vostri figli non dovrebbe essere deciso altrove. Questo è ciò che significa sovranità democratica.
Educazione sessuale o indottrinamento?
Quando qualcuno dice che non esiste un piano delle Nazioni Unite per imporre un’ideologia nelle scuole, mente, perché il documento è sul sito dell’UNESCO. Quando dicono che queste Linee guida sono basate su prove, bisogna ricordare che il sesso biologico esiste ed è un fatto; che l’identità di genere sia indipendente dal sesso biologico e che debba essere insegnata come tale ai bambini di nove anni è invece una posizione filosofica, non un dato di fatto scientifico. Una posizione filosofica può essere discussa. Questa particolare posizione filosofica è stata confezionata come scienza e inserita nei programmi scolastici di tutto il mondo.
Il terzo aspetto è la distinzione tra educazione sessuale e indottrinamento ideologico. Insegnare anatomia è educazione. Insegnare la riproduzione e lo sviluppo è educazione. Stabilire come obiettivo di apprendimento che un bambino di otto anni debba riflettere su come si sente riguardo al proprio sesso biologico e al proprio genere è un intervento nella formazione dell’identità di un minore, condotto attraverso una filosofia specifica e senza il consenso dei genitori. Non si tratta di essere contrari all’educazione sessuale, ma a una burocrazia non eletta che decide quale filosofia dell’identità debba essere instillata in un bambino di otto anni.
La dimensione del desiderio
La democrazia non funziona quando le decisioni più importanti vengono prese in luoghi dove nessuno risponde a nessuno, dove nessuno controlla ogni singolo passaggio. Trasferire il potere a organismi sovranazionali non eletti non è progresso. E l’educazione sessuo-affettiva non è che uno strumento per imporre precocemente una visione filosofica. Dice Roger Scruton: “La funzione dell’educazione sessuale nelle scuole – soprattutto in quelle statali – è di salvare i ragazzi da quegli impegni che sono sempre stati associati al desiderio, mostrando loro il sesso come se fosse una semplice questione di piacere gratuito… Non esistono più contaminazione o tabù, ma solo un compiacente mercato di merce sessuale, nel quale si può entrare senza vergogna e dal quale si può uscire senza danno. Forse, lo sviluppo di questo mercato e – attraverso l’educazione sessuale – il suo espandersi a un numero sempre crescente di persone, costituiscono davvero contributi alla libertà umana e alla squallida felicità del gregge postmoderno”.
La proliferazione di orientamenti sessuali e di generi produce la scomparsa del desiderio che, insieme alla decostruzione della famiglia e alla riduzione della riproduzione, rende il minore un ingranaggio i cui impulsi sessuali sono svuotati del loro spessore esistenziale e in cui la pornografia diviene una forma di educazione sessuale permanente. Ecco: il reato di femminicidio, la macchina di colpevolizzazione del maschio e l’invocazione dell’educazione sessuo-affettiva non sono una protezione della donna, ma un’architettura precisa per sottrarre alle persone e al sesso la dimensione sacra e trascendente.
Claudia Placanica