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Elogio di D’Alema, ultimo esemplare di antifascista che non chiama la polizia

by La Redazione
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D’Alema

Roma, 5 ott – Bisognerà rivalutare Massimo D’Alema. Non il presidente del Consiglio, il segretario dei Ds o il protagonista di trent’anni di centrosinistra italiano. Il D’Alema da riscoprire è quello che emerge dall’intervista concessa ad Aldo Cazzullo al Corriere della Sera: comunista, figlio di un partigiano, nipote di un deportato a Mauthausen e, soprattutto, esponente di una generazione politica che sembra avere parlato una lingua ormai incomprensibile ai suoi eredi.

Il racconto procede per episodi che, letti con le categorie odierne, sembrerebbero richiedere altrettanti comunicati stampa. Alla prima grande manifestazione del Sessantotto a Pisa la polizia carica e D’Alema prende «un sacco di manganellate». Un vecchio operaio della Fiat gli insegna come stare dentro una carica: non scappare, non abbassare la testa, guardare chi hai davanti. Più tardi, durante una rissa, un fascista estrae un coltello. D’Alema para il colpo con la mano e resta ferito. Cazzullo gli domanda se lo denunciò. La risposta è senz’altro la parte più interessante dell’intervista: «Per queste cose non si andava dalla polizia». Poi aggiunge che da quel momento i due si rispettarono e si salutavano da lontano. Più del nostalgismo reducista, quindi, compare il ricordo di un mondo politico nel quale uno scontro non produceva automaticamente la convinzione che l’avversario dovesse cessare di esistere come soggetto politico.

D’Alema e il diritto di avere un nemico

Il resto dell’intervista conferma che non si tratta di una battuta isolata. D’Alema racconta di essere stato picchiato sulle scale della Sapienza da Giorgio Pietrostefani, dopo che la mozione del Pci aveva battuto quella dell’altra componente. Ricorda il processo seguito a una manifestazione e gli scontri con la polizia. Alla Bussola, mentre la situazione precipita, resta «per non abbandonare il campo di battaglia»; Gian Carlo Pajetta, anziché impartirgli una lezione sulla moderazione, gli dirà: «Meglio rischiare e sbagliare che stare a casa». Di Adriano Sofri continua a ricordare il fascino politico e racconta di essere andato a trovarlo in carcere. Di Francesco Cossiga ricorda un’accusa di corruzione e subito dopo precisa che, anni più tardi, diventarono amici. È difficile non vedere il filo che tiene insieme questi episodi. La politica non coincideva con la stima morale dell’avversario, ma neppure con la sua espulsione preventiva dal campo. Si poteva considerare qualcuno profondamente in errore, persino affrontarlo fisicamente secondo i metodi dell’epoca, e continuare a riconoscere che esisteva. Il conflitto non richiedeva la cancellazione dell’altro perché la possibilità stessa del conflitto presupponeva che l’altro avesse un posto davanti a te.

Qui l’antifascismo contemporaneo mostra una distanza non soltanto generazionale. Una parte crescente del suo linguaggio non si limita più a dire: queste idee sono sbagliate e le combatteremo. Dice: queste idee non hanno diritto di stare qui. La formula attraversa ormai ambienti molto diversi. Nel settembre scorso, al Campus Einaudi di Torino, l’arrivo di militanti del Fuan per un volantinaggio ha provocato la mobilitazione dei collettivi al grido di «Fuori i fasci dall’università»; la Digos ha dovuto separare i due gruppi. A maggio, alla Biblioteca Braidense di Milano, la presentazione di un libro alla presenza del presidente del Senato Ignazio La Russa è stata accolta da cartelli con la stessa parola d’ordine: «Fuori i fascisti». A Pavia, un programma politico universitario di Cambiare Rotta è arrivato a indicare esplicitamente tra i propri obiettivi che non siano concesse «liste fasciste» nell’università. Non c’è più soltanto opposizione, quindi, ma la rivendicazione del potere di stabilire chi possa partecipare allo spazio politico.

Dal coltello di D’Alema al manifesto da strappare

Il cortocircuito diventa evidente quando si guarda a una pratica ormai ricorrente nell’antifascismo contemporaneo: strappare manifesti, impedire volantinaggi, chiedere la rimozione di simboli o la cancellazione di iniziative politiche non viene più presentato semplicemente come un gesto di parte, ma come l’adempimento di una sorta di dovere civico. Non si tratta più soltanto di combattere un avversario, ma di sostenere che la sua presenza nello spazio pubblico costituisca di per sé qualcosa da correggere. La formula ricorrente è quella della difesa della Costituzione. Il gesto materiale di togliere dal muro il messaggio politico dell’avversario acquista così un significato diverso: non viene rivendicato come atto militante, e quindi inevitabilmente parziale e discutibile, ma come esecuzione di un principio superiore. L’attivista non si percepisce più come una parte in conflitto con un’altra parte. Si attribuisce piuttosto il compito di stabilire quale parte abbia diritto di comparire nello spazio pubblico e quale invece debba esserne espulsa.


La pratica è tutt’altro che episodica. Nel gennaio 2026 due collettivi romani rivendicavano pubblicamente una mobilitazione per strappare i manifesti di Acca Larentia, presentando l’iniziativa come un’azione antifascista in difesa della democrazia e della Costituzione. Il passaggio culturale sta proprio qui: la rimozione del messaggio dell’avversario non è più soltanto uno strumento della contesa politica, ma viene elevata a comportamento civicamente necessario. Ed è precisamente a questo punto che il confronto con D’Alema diventa impietoso. L’uomo che racconta di avere ricevuto davvero una coltellata da un fascista ricorda di avergli detto che «questa roba non conviene a nessuno» e di averlo poi salutato per anni. Non perché avesse smesso di considerarlo un avversario, ma perché non aveva bisogno di negargli l’esistenza per continuare a combatterlo. Mezzo secolo dopo può bastare un manifesto perché la questione non sia più rispondere, contestare, coprirlo con il proprio o riempire la strada di cento manifesti contrari. Il problema diventa farlo sparire.

Il «reato» di essere fascisti

La stessa trasformazione arriva ai vertici della politica. Il 25 aprile Elly Schlein ha affermato che «il fascismo non è un’opinione, è un crimine, è un reato», chiedendo anche lo scioglimento delle organizzazioni neofasciste. Qualche settimana dopo è tornata sul concetto sostenendo che la Costituzione «non considera il fascismo un’opinione, ma lo mette al bando». Come formula politica funziona benissimo. Come descrizione del diritto italiano, molto meno. La XII disposizione finale vieta la riorganizzazione del disciolto partito fascista e la legge Scelba individua precise fattispecie penali. Ma già nel 1957 la Corte costituzionale chiarì che l’articolo sull’apologia non punisce «qualsiasi difesa elogiativa del fascismo»: la condotta deve avere caratteristiche tali da poter condurre alla riorganizzazione del partito vietato. Ancora nel 2024 le Sezioni Unite della Cassazione, occupandosi del saluto romano, hanno ribadito che per l’applicazione dell’articolo 5 della legge Scelba occorre valutare nel caso concreto l’idoneità della condotta a creare il pericolo di quella riorganizzazione.

Il paradosso è notevole. La giurisprudenza mantiene distinzioni che il linguaggio politico tende invece a cancellare. Il diritto distingue tra opinione, apologia penalmente rilevante, manifestazione esteriore e concreto pericolo. Il dibattito pubblico comprime tutto in una parola: fascismo. E una volta applicata l’etichetta, la conclusione tende a venire da sé. A giugno persino la partecipazione a Più libri più liberi era stata subordinata inizialmente alla sottoscrizione di una dichiarazione con cui gli editori riconoscevano e condividevano «i valori antifascisti» alla base dell’ordinamento. Dopo le polemiche la fiera ha deciso di esaminare anche le domande prive della dichiarazione, ma l’episodio resta significativo: per esporre libri si era sentita la necessità di chiedere preventivamente una professione di conformità politica, sia pure formulata in termini costituzionali.

Persino Ramelli è ancora troppo divisivo

Poi c’è Sergio Ramelli. Cinquantuno anni dopo essere morto per le conseguenze dell’aggressione subita da militanti di Avanguardia Operaia, il suo nome continua a produrre un fenomeno singolare: si condanna il suo assassinio, ma si discute ancora se la sua memoria sia politicamente ammissibile. A Verbania la decisione della giunta di intitolargli il lungolago di Intra ha portato in piazza circa mille persone secondo la questura e 1.200 secondo gli organizzatori. Al corteo aderivano, tra gli altri, Anpi, Arci, Cgil, Pd, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi Sinistra, Italia Viva e Giovani Democratici. Le ragioni addotte non sono inesistenti: il lungolago era già dedicato ai Marinai d’Italia, Verbania conserva una memoria fortissima della Resistenza e l’Anpi teme che le commemorazioni di Ramelli diventino occasione per manifestazioni neofasciste. Gli stessi dirigenti dell’associazione hanno condannato esplicitamente il suo omicidio.
Ma proprio questo rende il caso interessante. Un ragazzo di diciotto anni assassinato da militanti dell’estrema sinistra può essere riconosciuto come vittima e contemporaneamente giudicato troppo divisivo per diventare memoria pubblica.

Quella svastica tracciata a Praga

C’è infine un episodio quasi perfetto per misurare quanto siano cambiati i codici. Nel 1968 D’Alema va a Praga con lo zio Domenico, deportato e sopravvissuto a Mauthausen. I carri armati sovietici sono entrati in Cecoslovacchia. I ragazzi praghesi disegnano con il gesso delle svastiche sui mezzi dell’Armata Rossa. D’Alema ricorda di averne tracciata una anche lui. Il significato è perfettamente comprensibile soltanto se si accetta una cosa oggi sempre meno scontata: un simbolo esiste dentro un contesto. Quella svastica non trasformava D’Alema in nazista, esattamente come il fatto che fosse comunista non gli impediva di usarla contro i carri armati sovietici. Era un gesto politico leggibile soltanto conoscendo chi lo compiva, contro chi e perché. È forse la parte più attuale di tutta l’intervista. Perché l’antifascismo che D’Alema racconta non aveva bisogno di semplificare il mondo per combatterlo. Sapeva distinguere tra un simbolo e il suo uso, tra un avversario e un criminale, tra una battaglia politica e una pratica giudiziaria. E soprattutto non riteneva che la propria superiorità morale gli attribuisse automaticamente il potere di decidere chi avesse diritto di parlare.

Per questo l’elogio può essere sincero proprio mentre rimane provocatorio. Non serve rimpiangere le manganellate, le risse universitarie o le coltellate del Sessantotto. Quella violenza non aveva nulla di romantico, così come non aveva nulla di romantico uno slogan nato in quegli anni e rimasto appiccicato addosso a molte generazioni successive, ovvero «uccidere un fascista non è reato» . Ma tra il mondo in cui D’Alema poteva prendere una coltellata da un fascista, non denunciarlo e finire per riconoscergli almeno il rispetto dovuto a un avversario, e quello in cui strappare un manifesto viene descritto come «applicare la Costituzione», qualcosa è effettivamente cambiato. C’era una volta una sinistra che voleva sconfiggere i propri avversari. C’è oggi un antifascismo che sembra molto più interessato a sottrarsi al conflitto assimilandosi alla costituzionalità stessa, alla norma intoccabile e al senso comune. Quanto sia collegato questo presente con il passato evocato da D’Alema, è ancora tutto da scoprire.

Vincenzo Monti

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