Home » Il paradosso della sinistra che vorrebbe «fare come in Francia»: la protesta è già un suo monopolio

Il paradosso della sinistra che vorrebbe «fare come in Francia»: la protesta è già un suo monopolio

by Sergio Filacchioni
0 commento
protesta sinistra

Roma, 3 ott – «In Francia sì che sanno protestare». La frase ritorna con una regolarità quasi automatica ogni volta che Parigi si riempie di barricate, le strade vengono bloccate, i trasporti si fermano o una mobilitazione nata in un settore si allarga fino a diventare una questione nazionale. Non è necessario che il confronto venga formulato esattamente in questi termini: basta l’immagine di una Francia in movimento accostata a quella di un’Italia che, al contrario, «resta a guardare». È successo con i gilets jaunes, con le proteste contro la riforma delle pensioni e sta succedendo nuovamente con la rivolta partita dai licei francesi.

L’idea si è sedimentata al punto da sopravvivere tranquillamente ai numeri. Ed è proprio questa distanza tra rappresentazione e realtà a renderla interessante. Nel 2024 in Italia si sono svolte 12.302 manifestazioni di rilievo nazionale, escluse quelle religiose e sportive: 4.610 di carattere politico-elettorale, 4.187 sindacali o occupazionali, 1.874 pacifiste, 854 ambientaliste e 269 studentesche. Nel 2023 erano state 11.219. Non siamo quindi davanti a un Paese che ha smesso di scendere in piazza, ma a uno nel quale la manifestazione costituisce una presenza quasi quotidiana della vita pubblica. Se nonostante questo il modello francese continua a essere evocato come qualcosa che in Italia manca, allora il confronto non riguarda realmente quanto si protesta. Riguarda che cosa riesce a fare una protesta una volta cominciata.

La protesta italiana non è affatto scomparsa

Anche sul terreno del lavoro la fotografia è molto distante dall’immagine dell’apatia. Nel 2025 la Commissione di garanzia ha contato 1.020 scioperi effettivamente svolti, dopo i 1.080 del 2024 e i 1.129 del 2023. Nello stesso anno le proclamazioni di sciopero generale sono quasi raddoppiate, passando da 17 a 33, con 27 mobilitazioni effettivamente realizzate e concentrate in nove giornate. La crescita è stata attribuita quasi interamente alle sigle minori e al sindacalismo di base. La quantità, dunque, c’è. Ciò che distingue l’immagine francese è altro: la capacità periodica di una mobilitazione di smettere di essere una manifestazione tra le altre, uscire dal proprio settore di origine, produrre blocchi materiali, coinvolgere categorie differenti e costringere il sistema politico a reagire a un conflitto che non controlla interamente.

La memoria collettiva francese è piena di episodi costruiti secondo questa dinamica. Il Maggio 1968 cominciò nelle università e raggiunse progressivamente le fabbriche fino alla paralisi del Paese: secondo la ricostruzione di Larousse, entro il 22 maggio circa sette milioni di lavoratori risultavano formalmente in sciopero, senza contare quelli impossibilitati a lavorare per il blocco dei trasporti. Mezzo secolo dopo i gilets jaunes partirono dalla contestazione dell’aumento delle imposte sui carburanti come movimento privo di un’organizzazione partitica o sindacale centrale, occuparono rotatorie, strade e accessi alle infrastrutture e costrinsero infine il governo Macron a sospendere l’aumento previsto. Nel 2023 gli scioperi contro la riforma delle pensioni colpirono contemporaneamente trasporti, energia, scuole e rifornimenti di carburante, trasformando una vertenza sindacale in una lunga crisi politica nazionale. È da questa successione storica che nasce l’immaginario che ci fa dire: «in Francia sanno protestare». Un’affermazione che non registra una statistica sulla frequenza dei cortei ma condensa il ricordo di conflitti che sono riusciti, almeno in alcune fasi, a interrompere la normalità.

Per questo anche la violenza, pur essendo l’elemento che più facilmente entra nelle immagini e nei racconti, non esaurisce veramente tutta la questione. Il tratto decisivo è l’intensità politica: una protesta diventa difficile da ignorare quando produce conseguenze al di fuori della manifestazione stessa, quando non termina con il corteo ma costringe scuole, trasporti, aziende, governo e partiti a riorganizzarsi attorno alla sua presenza.

Dodicimila piazze e poca capacità di accumulo

Il dato italiano suggerisce quasi il problema opposto. La quantità delle mobilitazioni è elevata, ma la loro frequenza può convivere perfettamente con una forte frammentazione. La relazione al Parlamento sul 2024 mostra oltre dodicimila iniziative distribuite fra politica, lavoro, pacifismo, ambiente, scuola e altri temi; soltanto 322 registrarono turbative dell’ordine pubblico. Lo stesso andamento degli scioperi mostra una conflittualità diffusa soprattutto a livello locale: nel 2025 quasi tre astensioni su quattro riguardavano infatti vertenze locali. La differenza non è quindi tra una società francese conflittuale e una italiana pacificata. È tra conflittualità diffusa e capacità di accumulo del conflitto. In Italia è perfettamente possibile avere, nella stessa settimana, uno sciopero dei trasporti, un corteo studentesco, una manifestazione per la Palestina, una vertenza industriale e un presidio davanti a un ministero senza che questi episodi producano un unico movimento capace di sommare le rispettive energie. Ognuno conserva le proprie organizzazioni, le proprie parole d’ordine, i propri interlocutori e spesso anche il proprio calendario.

È qui che la domanda «perché non protestiamo come in Francia?» acquista un tratto psicologico, soprattutto quando esce dalla bocca di esponenti di sinistra. Soumaila Diawara, per esempio, scrive che «noi spesso restiamo a guardare»; Ilaria Salis sostiene che «anche in Italia ci sarebbero tutte le ragioni per una mobilitazione di questa portata»; altrove ricompare direttamente l’interrogativo su ciò che impedirebbe agli italiani di comportarsi come i francesi. Presi alla lettera, sono giudizi difficili da conciliare con dodicimila manifestazioni all’anno. Letti dentro l’immaginario che li produce, parlano invece di un desiderio diverso: non un’altra protesta, ma una protesta capace di rompere la serialità delle altre. Nel messaggio diffuso dalla Salis il verbo significativo, non a caso, è allargare. E allora perchè la sinistra italiana, nonostante il numero spropositato di proteste e manifestazioni, guarda alla Francia e si sente in difetto?

Quando a convocare la piazza sono già i partiti

Una delle risposte potrebbe essere che una parte importante delle manifestazioni italiane non nasce in uno spazio vuoto che la politica deve successivamente rincorrere. È la politica organizzata a convocarle direttamente. Nel giugno 2024 furono Pd, M5S, Avs e Più Europa a chiamare alla mobilitazione romana contro premierato e autonomia differenziata. La piazza venne presentata esplicitamente come prima iniziativa unitaria delle principali forze di opposizione e come passaggio nella costruzione di una possibile alternativa di governo. Nel giugno dell’anno successivo Pd, M5S e Avs tornarono insieme in piazza per Gaza: la stessa piattaforma della manifestazione, spiegavano Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni, era contenuta nella mozione che i tre gruppi avevano già presentato unitariamente in Parlamento. La sequenza è significativa perché rende evidente il rapporto tra rappresentanza e mobilitazione. Prima esiste una forza politica dotata di gruppi parlamentari, dirigenti, apparati e una propria strategia di coalizione; poi quella forza chiama in piazza i propri elettori e le organizzazioni vicine attorno a una piattaforma già definita. Nel corteo per Gaza del 7 giugno 2025, per esempio, Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni marciarono insieme dietro lo stesso striscione e la manifestazione divenne contemporaneamente una dimostrazione sul conflitto mediorientale e un passaggio nei rapporti interni al cosiddetto campo progressista.

È un meccanismo del tutto ordinario in una democrazia di massa, ma produce un tipo particolare di protesta. La piazza nasce già rappresentata. Il soggetto che dovrebbe trasformare il conflitto sociale in decisione politica non deve conquistarlo dopo la sua comparsa, perché spesso ne ha stabilito in precedenza piattaforma, percorso e obiettivi. Questo aiuta a comprendere perché una manifestazione possa essere numerosa senza possedere quella qualità che viene attribuita alle esplosioni francesi. Quando il corteo è uno strumento di una forza istituzionale già costituita, la sua funzione è prevalentemente dimostrativa: mostra consenso, esercita pressione, misura rapporti di forza interni. Un movimento nato autonomamente, in ordine sparso e sovrapposto, presenta invece alla politica un problema differente, perché non dispone ancora di una rappresentazione stabile e apre quindi una competizione per conquistarla.

LFI non ha creato l’onda: sta cercando di salirci sopra

È precisamente ciò che rende interessante la mobilitazione francese di questi giorni. Le proteste sono partite nell’area parigina dalle condizioni delle scuole: mancanza di insegnanti, classi sovraffollate, edifici degradati e servizi insufficienti. Da lì si sono diffuse in tutto il Paese. Al 3 ottobre Reuters riferisce di iniziative in oltre 1.200 licei, con decine di migliaia di studenti e sostenitori coinvolti e più di 5.000 arresti; in diversi centri il movimento è stato accompagnato da incendi, danneggiamenti, scontri e feriti, mentre organizzazioni sindacali, docenti e genitori hanno progressivamente affiancato le rivendicazioni degli studenti. Il governo francese ha provato quasi immediatamente a leggere quella crescita attraverso la presenza della sinistra radicale. Durante la riunione di crisi del primo ottobre i servizi d’intelligence hanno attribuito un ruolo nell’avvio delle proteste a La France Insoumise e ad ambienti collegati; LFI ha respinto l’accusa, ma una nota della Direzione del renseignement della prefettura di Parigi, esaminata da Le Monde, offre un quadro molto meno lineare. Il documento riguarda soltanto la Seine-Saint-Denis e osserva l’attività militante attorno a una ventina di istituti; lo stesso quotidiano conclude che gli elementi raccolti sembrano mostrare soprattutto la volontà dell’estrema sinistra di «surfare» un movimento liceale frammentato e spontaneo, più che la prova di un movimento costruito dall’alto.

La distinzione cambia completamente il significato politico della vicenda. LFI non deve necessariamente organizzare la rivolta per trarne vantaggio politico; deve riuscire a diventare il soggetto capace di tradurla. Il movimento esiste prima, produce autonomamente i propri simboli, le proprie rivendicazioni e il proprio livello di conflittualità; successivamente partiti, sindacati e organizzazioni competono per orientarlo, sostenerlo, dargli una forma politica e collegarlo ad altre vertenze. È esattamente il contrario della piazza convocata dal partito. Qui è il partito a dover raggiungere una piazza che si è già messa in moto da sola. Ed è anche ciò che rende il caso francese inevitabilmente interessante per una figura come Salis e per i settori italiani che insistono sulla «convergenza» delle mobilitazioni. Infatti, un movimento autonomo offre alla politica radicale qualcosa che una manifestazione organizzata dal partito non può darle: la possibilità di presentarsi come rappresentante di una forza sociale che ha dimostrato di poter esistere anche senza di essa.

Il vero significato di «fare come in Francia»

Alla fine è proprio il luogo comune iniziale a permettere di leggere meglio la differenza. L’Italia non è un Paese nel quale nessuno manifesta. La quantità delle piazze, degli scioperi e delle vertenze rende questa rappresentazione semplicemente falsa. Ciò che manca più spesso è quella particolare successione nella quale un conflitto nasce fuori dalla rappresentanza consolidata, cresce abbastanza da impedire alla politica di ignorarlo, si estende ad altri settori e soltanto allora viene conteso dalle organizzazioni che vogliono trasformarlo in potere. In Italia il percorso è frequentemente inverso. Partiti e sindacati possiedono già strutture, piattaforme e rappresentanti; convocano la mobilitazione, la accompagnano e la riportano dentro una dialettica istituzionale della quale sono già protagonisti. Il risultato è una società che manifesta moltissimo senza che ogni manifestazione abbia bisogno di diventare una crisi politica.

È probabilmente questo che continua a rendere la Francia così affascinante nell’immaginario della protesta: l’idea che per una volta sia la politica a dover trovare il modo di entrare nella piazza, e non la piazza a essere stata preparata in anticipo dalla politica. Per fare davvero come la Francia, però, la sinistra italiana dovrebbe rinunciare almeno in parte alla propria egemonia: accettare che una protesta possa nascere fuori dai suoi codici, dalle sue strutture e perfino contro il senso comune che essa stessa contribuisce a definire. Dovrebbe accettare il rischio di non controllarla, perfino che possa rivolgersi contro di lei. In fondo il paradosso che si nasconde dietro i piagnistei sugli italiani immobili è proprio questo: per ribellarsi davvero, la sinistra dovrebbe ribellarsi prima contro se stessa.

Sergio Filacchioni

You may also like

Commenta

Redazione

Chi Siamo

Il Primato Nazionale plurisettimanale online indipendente;

Newsletter

Iscriviti alla newsletter



© Copyright 2023 Il Primato Nazionale – Tutti i diritti riservati