Beirut, 7 mag – A nove anni dalle ultime elezioni parlamentari in Libano ieri si è tornati a votare. Nel Paese dei cedri dal 7 giugno del 2009, data delle ultime elezioni, non si votava a causa delle condizioni precarie della stabilità sociale e politica interne e delle tensioni causate dalle vicende belliche con Israele prima e con l’avvento della crisi siriana poi. In un paese incastrato nella struttura confessionale, in cui ogni collegio viene ripartito per appartenenze religiose, sulla base dell’unico censimento del 1932, sembra ancora reggere quel patto d’onore mai scritto che in cui si cercava di regolare, o lottizzare, la politica Libanese.

I cristiani maroniti non sarebbero ricorsi all’intervento straniero e avrebbero lasciato entrare il Libano, come paese arabo, all’interno delle organizzazioni mediorientali ed i musulmani avrebbero abbandonato l’idea di unificare il Libano con la Siria. In cambio della formale predominanza nel paese il presidente della Repubblica sarebbe stato da allora in avanti un maronita, il primo ministro un musulmano sunnita, il presidente dell’assemblea nazionale uno sciita ed il vice presidente un greco ortodosso. L’unico cambiamento da allora si registrò con gli accordi di Ta’if nel 1989 che portarono la rappresentanza parlamentare da 6 a 5 in favore dei cristiani e al 50 e 50 tra cristiani e mussulmani.

Una partita elettorale che si gioca, quindi, sulle geometrie variabili delle diverse aree del paese con due principali coalizioni eterogenee in cui militano alcuni tra i più noti politici della storia libanese. Saad Al Hariri, per esempio, più volte primo ministro e figlio di Rafic Hariri, potentissimo primo ministro e magnate multi-milionario assassinato in circostanze mai chiarite il 14 febbraio del 2005, guida una coalizione filo saudita, anti-siriana e filo-occidentale, nominata alleanza 14 marzo, contrapposta elettoralmente e non solo, a quella in cui milita il Partito di Dio, l’Hezbollah libanese, chiamata dell’8 marzo, quest’ultima, invece, filo-siriana e anti-israeliana.

Nella tornata elettorale di ieri, stando ai primissimi dati che arrivano dal Libano, sarebbe proprio Hezbollah a far registrare il piazzamento migliore ottenendo la maggioranza nei 27 seggi destinati alla componente sciita e coordinando una determinata coalizione nei collegi dove non è presente direttamente, in cui spicca, per esempio, la figura politica di Michel Aoun, generale cristiano e leader del movimento patriottico libero. Aoun che durate le fasi concitate della guerra civile libanese non esitò, da cristiano, a combattere le milizie cristiane di Gemayel o i siriani con l’aiuto anche dell’Iraq, dal 31 ottobre 2016 è presidente del Libano supportato proprio da quella coalizione 8 marzo filo siriana e a trazione sciita. A complicare tutto una legge elettorale machiavellica che ha istituito una rappresentanza proporzionale in 15 collegi elettorali multi-nominali con, tuttavia, 7 dei 15 divisi in 2 o più “distretti minori” (in gran parte corrispondenti ai distretti elettorali più piccoli rispetto alla vecchia legge elettorale) dove c’è anche un voto di preferenza.

Nonostante questo sono stati registrati 976 candidati, di cui 111 donne. La vera sfida sarà giocata su quei pochi seggi che separano le coalizioni dalla maggioranza e che vedono “gli indipendenti” ago della bilancia dei futuri governi. Dei 128 seggi a disposizione, nel 2009 l’alleanza filo saudita “14 marzo” ne aveva solo 60 rispetto ai 68 della maggioranza (hezbollah “8 marzo”) che però si reggeva sugli indipendenti presentandosi con tre diverse componenti interne. Dai primi exit poll e dalle proiezioni sembrerebbe comunque che Hezbollah ed i suoi alleati politici siano destinati a conquistare più della metà dei seggi. Risultato che, se confermato dal conteggio finale, rafforzerebbe Hezbollah politicamente.

I risultati, non ufficiali, indicano che però anche il primo ministro Saad Al Hariri, sarebbe emerso come leader islamico sunnita, ipotecandosi in caso di vittoria la formazione del prossimo governo. Reuters ha calcolato che l’alleanza guidata da Hezbollah avrebbe ottenuto almeno 67 seggi.

Alberto Palladino

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Alberto Palladino
Nato a Roma, classe 1987. Studia Scienze storiche e cooperazione internazionale all’università Roma 3 e da qualche anno ha iniziato a percorrere la strada professionale del reporter. Fino ad oggi, nonostante le difficoltà che incontra chi lavora in questo settore da indipendente, è riuscito a coprire alcuni degli scenari di crisi più importanti di questi ultimi anni provando a raccontare, fra gli altri, la secessione in Ucraina e la guerra antiterroristica in Siria. Collabora con importanti testate nazionali e straniere. Ha realizzato reportage dal Kosovo, embedded con la missione italiana, dall’Azerbaijan e dai luoghi di eventi importanti e tragici come gli attacchi di Parigi. Ha collaborato alla realizzazione di progetti umanitari con la onlus Solidarité Identités e la onlus Popoli in molti dei Paesi da cui poi ha scritto per questa testata: Kosovo, Birmania, Siria. Ha viaggiata nella Siria devastata dal terrorismo scattando foto e aiutando i bisognosi, sublimando al massimo la sua vocazione. Per il Primato Nazionale anima la redazione esteri e propone i suoi scatti fotografici per far aprire gli occhi ai lettori, perché è persuaso che nel mondo di oggi non è più sufficiente guardare, bisogna vedere.

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