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Il sistema Epstein: la “luminosa oscurità” del potere globale

by Sergio Filacchioni
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Epstein

Roma, 5 feb – C’è una serie televisiva che, più di tante analisi accademiche o editoriali, ha saputo raccontare l’intreccio tra crimine, potere e impunità nell’Occidente contemporaneo. Parliamo della prima stagione di True Detective, che si aprì nel 2014 con una puntata intitolata The Long Bright Dark. Cosa voleva dirci? Che l’orrore, al contrario di ciò che si pensa, non vive nascosto nell’ombra, ma si confonde con la luce del giorno: è strutturato, tollerato, incorporato nell’ordine sociale. Una “luminosa oscurità” in cui il male sopravvive grazie alla rispettabilità delle istituzioni che lo circondano. Un’immagine che risuona potentemente con la vicenda di Jeffrey Epstein, il finanziere americano al centro di un sistema criminale internazionale che ha potuto operare alla luce del sole per oltre vent’anni. I milioni di pagine rese pubbliche negli ultimi mesi — i cosiddetti Epstein Files — non offrono una verità semplice né una rivelazione unica, ma compongono una mappa caotica del potere contemporaneo: un intreccio di documenti giudiziari, email, appunti, segnalazioni e contatti che, letti nel loro insieme, illuminano le zone grigie in cui abuso, influenza e impunità si sono sovrapposti.

Il sistema di abusi sessuali di Epstein

Jeffrey Epstein è stato per anni rappresentato dai media mainstream come un milionario eccentrico, mecenate di università prestigiose e frequentatore del jet set globale. Ma dietro la facciata, come dimostrano le indagini federali e i numerosi documenti resi pubblici negli ultimi mesi, esisteva un sistema organizzato e strutturato di sfruttamento sessuale minorile, che coinvolgeva residenze, collaboratori, flussi di denaro e reclutatrici. La macchina di abusi, attiva almeno dal 2002, funzionava come un’impresa: le giovani ragazze venivano avvicinate, manipolate, abusate e incentivate a reclutare altre vittime, in un modello piramidale. Ma il punto centrale che emerge dai documenti desecretati non è solo la gravità dei crimini, bensì la rete di protezione che per anni ha garantito a Epstein impunità quasi totale. Nonostante decine di testimonianze, l’FBI e la polizia di Palm Beach si scontrarono, nel 2008, con un accordo giudiziario clamoroso: Epstein patteggiò per reati minori e scontò appena 13 mesi in un carcere di contea, con permessi giornalieri. L’accordo, definito da più fonti giornalistiche “il patteggiamento del secolo”, fu siglato in gran parte all’insaputa delle vittime. Perché Epstein fu trattato con tanta benevolenza? Un elemento inquietante è la testimonianza successiva del procuratore Alexander Acosta, secondo cui gli fu detto che Epstein “apparteneva all’intelligence”. Acosta non ha mai chiarito l’origine di questa informazione, ma il caso dimostra quanto il sistema giudiziario possa essere condizionato da logiche extra-giuridiche.

I rapporti con Israele, Mossad ed ex KGB

I documenti recentemente pubblicati – e le indagini parallele giornalistiche – mostrano come Epstein avesse accesso e relazioni con figure chiave del potere internazionale. Tra queste spicca Ehud Barak, ex primo ministro israeliano, la cui presenza nelle residenze di Epstein tra il 2013 e il 2017 è stata confermata da email e testimonianze. Barak ha sempre negato qualsiasi coinvolgimento in comportamenti illeciti, ma il mantenimento dei rapporti anche dopo la condanna del 2008 ha sollevato interrogativi sulla natura di queste frequentazioni. Un’altra figura centrale è Robert Maxwell, padre di Ghislaine Maxwell, socia e collaboratrice di Epstein condannata per traffico sessuale. Maxwell, magnate dell’editoria britannica morto in circostanze mai chiarite nel 1991, è stato oggetto di indagini giornalistiche e testimonianze da parte di ex agenti che lo descrivono come un possibile intermediario tra diversi apparati di intelligence, in particolare il Mossad e il KGB. Anche in questo caso, non esistono conferme ufficiali, ma la presenza di sei ex capi del Mossad ai suoi funerali a Gerusalemme, sul Monte degli Ulivi, insieme a figure di vertice dello Stato israeliano, testimonia una vicinanza istituzionale reale. Questi elementi non provano un legame operativo tra Epstein e servizi segreti, ma mostrano come il suo ecosistema fosse attraversato da relazioni ambigue, tipiche delle zone grigie della geopolitica. Le stesse in cui agiscono forme di pressione, scambio di informazioni, compromissione.

Dossieraggio e kompromat, la ricetta del potere

Un’ipotesi avanzata da numerosi osservatori è che l’intero sistema Epstein possa essere interpretato secondo la logica del kompromat — una tecnica sviluppata nei regimi sovietici, consistente nella raccolta di materiale compromettente (foto, video, documenti) utile per ricattare figure di potere. Il buon vecchio dossieraggio, non dissimile da quello messo in piedi negli Stati Uniti nel periodo delle purghe anti-comuniste. Non è un’ipotesi marginale: documenti dell’FBI contengono riferimenti a fonti confidenziali che ipotizzano una simile funzione per Epstein, sebbene nessuna di queste piste abbia condotto a una conclusione giudiziaria. Il dato certo è che Epstein archiviava in modo sistematico materiali digitali, video di sorveglianza e database dettagliati sui suoi ospiti. La sua isola privata, Little St. James, era dotata di infrastrutture tecnologiche avanzate, e l’organizzazione operativa che lo circondava aveva una catena di comando molto precisa: segretarie, autisti, contabili, piloti, reclutatrici. Questo rende credibile — pur senza certezze — l’ipotesi che l’attività sessuale fosse anche strumentalizzata per accumulare leve di influenza. A maggior ragione considerando le frequentazioni: Clinton, Trump, Bill Gates, scienziati, accademici, banchieri e reali britannici.

Il sovranismo utile agli Stati Uniti

Un aspetto meno noto ma particolarmente delicato è il coinvolgimento di Steve Bannon, ideologo del populismo conservatore statunitense, già consigliere di Donald Trump e animatore di progetti internazionali legati alla cosiddetta “internazionale sovranista”. I file pubblici non contengono prove conclusive di finanziamenti da parte di Epstein a movimenti politici europei. Tuttavia, emergono contatti tra Epstein e ambienti riconducibili a Bannon in corrispondenze email e network di contatti nel periodo 2018–2019. In quegli anni, la Lega di Matteo Salvini e il Rassemblement National di Marine Le Pen erano al centro di un boom politico e mediatico che trovava sponde anche in ambienti americani contrari all’UE. Diversi analisti politici, sia statunitensi che europei, hanno osservato come il sovranismo isolazionista promosso da ambienti vicini a Bannon fosse funzionale a una strategia di indebolimento dell’Europa, vista come concorrente geopolitico. Non è stato dimostrato alcun sostegno finanziario illecito da parte di Epstein a questi movimenti. Ma le affinità strategiche — indebolimento dell’UE, esaltazione del ritorno alla nazione, rottura degli organismi multilaterali — sollevano interrogativi (posti in passato anche da queste colonne) sulla reale autonomia di certi sovranismi, e sul ruolo degli Stati Uniti nel promuovere o strumentalizzare spinte centrifughe all’interno del continente.

I file Esptein aprono una voragine

Il caso Epstein ci impone di guardare oltre le comode categorie morali e le semplificazioni ideologiche. Non siamo di fronte a una “devianza individuale”, ma a un sistema criminale globale, protetto e alimentato da agenzie di intelligence, istituzioni giudiziarie e circuiti finanziari transnazionali. La stessa Europa, con le sue divisioni e la sua subalternità strategica, è una vittima di questo sistema. Il che ci ricorda che non basta criticare l’Unione Europea: bisogna costruire un’alternativa continentale, sovrana e identitaria, libera tanto dal globalismo progressista quanto dal sovranismo infiltrato da Washington o Mosca. Serve una politica estera comune, una difesa indipendente, un’intelligence europea capace di proteggere i suoi popoli e i suoi rappresentanti. Solo così l’Europa potrà liberarsi dal ricatto, dall’infiltrazione e dalla schiavitù morale di élite che rispondono solo a se stesse. Senza dubbio gli Epstein Files rappresentano un’alluvione di materiale grezzo: un insieme eterogeneo di documenti, email, appunti, testimonianze, segnalazioni, note dell’intelligence e corrispondenze personali. Dentro questo corpus ci sono fatti accertati, elementi verosimili e accuse non corroborate. Come ogni archivio di questo tipo, non basta leggerlo: va selezionato, vagliato, interpretato. Ma è chiaro che ci troviamo di fronte a una fonte cruciale per comprendere non solo la vicenda Epstein, ma interi segmenti della storia degli ultimi vent’anni.

Fare chiarezza su vent’anni di storia

L’intreccio tra denaro, potere, impunità, relazioni internazionali e sfruttamento sessuale mostra una continuità inquietante tra ciò che ufficialmente è “inaccettabile” e ciò che, nella pratica, è stato tollerato, protetto, rimosso. Tra ciò che è stato fatto nella realtà e ciò che per tanto tempo è stato definito “complottismo”. Molto probabilmente, con il tempo, questo materiale permetterà anche di dare un nome preciso e un ruolo definito a figure e dinamiche che hanno attraversato — spesso nell’ombra — la politica, la finanza, l’accademia, i media e la diplomazia globali. Un lavoro che richiederà rigore, coraggio e pazienza. Ma che sarà fondamentale per fare chiarezza non solo su un caso, ma su un’intera epoca.

Sergio Filacchioni

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