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Roma, 24 mar – La cultura europea volge definitivamente al tramonto. I princìpi su cui si è retta l’Europa nel corso dei secoli, infatti, vanno progressivamente sfaldandosi in favore di una liquidità che non è né forma né contenuto. La sintomatologia culturale europea si articola su più piani e varie fasi, diverse tra di loro ma simili per significato e simbologia. E mentre determinati aspetti risultano maggiormente chiari e verificabili, altri richiedono un occhio più attento. Le enormi masse di allogeni riversatesi nel continente negli ultimi anni altro non sono che uno dei tasselli maggiormente concreti e tangibili. L’immagine delle centinaia di stranieri appartenenti alla comunità musulmana visti a pregare dinanzi l’Arco di Costantino a Roma nell’ottobre del 2016 colpisce e fa riflettere. E non tanto in nome di una qualche tradizione cristiano-religiosa calpestata e vilipesa che, pur trovando fondamento nelle radici di questa nazione, non si pone, per ovvietà strutturali, in netta antitesi alla deculturazione religiosa attuale. Risulterebbe doveroso ribadire che lo spazio vitale dell’Islam, molto semplicemente, non è l’Europa. Basti pensare che il caos etnico che sconquassa il nostro continente serve varie cause congiunte, tra cui l’islamizzazione di interi quartieri-ghetto sulla scia degli esempi scandinavi e inglesi, con intere periferie trasformate in mini-Pakistan, come già ampiamente trattato nella letteratura e nel giornalismo non conforme degli ultimi anni.
Da un altro aspetto, si profila un tipo di svalutazione delle varie realtà nazionali ed etniche, ivi compresi i radicamenti territoriali, che per secoli avevano rappresentato il cardine sul quale si era imperniata la tradizionale società europea. Tale svalutazione territoriale si presenta, nella sua forma d’attuazione, più strisciante, subdola e di minor impatto visivo rispetto alla prima, tanto da poterla considerare, in questa sede, come uno dei fattori portanti della non-cultura attuale. Il luogo d’origine non viene più inteso come un patrimonio da preservare, valorizzare e all’occorrenza difendere, ma semplicemente come un posto di passaggio, utile ma non necessario, che si può all’occorrenza sostituire con un altro. Complice, in tal senso, un intero clero intellettuale progressista che soffia a ogni piè sospinto sull’«ideologia dell’uguale» che vuole Roma uguale a Londra, uguale a New York e Parigi. Volendo dare un nome a tali concetti, con buona misura di sintesi potremmo utilizzare quello di «americanismo». L’americanismo, citando lo scrittore e giornalista Guillaume Faye, si prefigura come «lo sviluppo del turismo di massa, l’uniformarsi dei consumi alimentari, la spersonalizzazione delle mercanzie musicali, cinematografiche e televisive che fanno perdere ogni nozione di radici, di origine territoriale, di situazione spaziale delle cose e degli uomini. Il Sistema giustifica questo sradicamento psicologico presentandolo come un’apertura agli altri popoli, agli usi di tutti, al “mondo”. In realtà questo cosmopolitismo non sfocia nella conoscenza e nel rispetto degli altri, ma nella negazione distruttrice di ogni specificità».
Non va dunque sottovalutata la tendenza esterofila della gioventù attuale che trova nei suoi modelli-tipo ragazzini e ragazzine che, nel modo di vestire, approcciarsi con il pubblico, parlare ed agire, in nulla si discostano dai loro coetanei oltreoceano. Secondo uno studio condotto dall’Istituto Giuseppe Toniolo in merito ad un Rapporto giovani, è stato evidenziato come nelle nuove generazioni l’aspetto della mobilità sociale, ancor prima che economica, ovvero quella di poter abbracciare altre culture diverse dalla propria, sia stato indicato positivamente dal 74,8% degli intervistati. La generazione dei millenials reputa del tutto normale muoversi senza confini. Restando in ambito nazionale, appena il 16,6% spera di poter vivere nella città d’origine o nelle zone limitrofe. Un dato al più scoraggiante, se si considera la ben poca attrattiva che evidentemente il nostro Paese è in grado di suscitare a livello culturale. Perché, nella maggior parte dei casi, di livello culturale e non economico si parla. L’idea (infondata) dell’andare a Londra a trovar lavoro perché da noi i posti «scarseggiano» lascia il tempo che trova nel momento in cui questi ragazzi si riversano nelle grandi capitali multietniche trovando, il più delle volte, mestieri da lavapiatti (lavoro di per sé nobilissimo, beninteso) quando la stessa mansione la potrebbero svolgere in patria.
In quest’ottica di cedimento strutturale della società europea da più parti si sono alzate voci di protesta, benché assai diversificati per quanto riguarda la soluzione ai problemi succitati. Non potendo qui trattare tutte queste proposte, ci soffermeremo su una di queste, ossia quella che saluta l’islamizzazione come portatrice di valori tradizionali ormai andati perduti. È alquanto surreale credere che l’Islam ci salverà dalla globalizzazione, come ci ricorda nuovamente Guillaume Faye ne La nuova società dei consumi («l’Uomo libero» n. 20, 1985): «Chi abbraccia l’Islam col pretesto che esso difende valori “tradizionali” e antiamericani sceglie un nemico per l’altro, abdica alla propria identità europea e si mostra incapace di trovare in se stesso le risorse per rinascere. Perché cercare in una religione profondamente straniera risorse morali e radici, quando, dopo Omero, le nostre investono l’intera civiltà europea? […] L’Islam sarà un fattore di arabizzazione culturale». Di conseguenza bisogna badare a «non cadere mai nella stupidità intellettuale di utilizzare il terzomondismo e l’islamofilia come armi contro l’americanismo». La chiave di volta della risoluzione di tali problematiche è europea ed in Europa va ricercata. Senza scivolare in orientalismi ed esterofilismi dai quali si rischia di non potersi più riprendere.
Carmelo Longo



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