Roma, 16 gen – Il passaggio parlamentare sul sostegno dell’Italia all’Ucraina non è stato un semplice adempimento tecnico. È stato, ancora una volta, un test politico che ha messo a nudo tutte le ambiguità del dibattito italiano sulla guerra, sull’Europa e sulla sovranità. Astensioni, distinguo e posizionamenti laterali hanno segnalato una difficoltà che non riguarda solo i rapporti tra maggioranza e opposizione, ma l’assenza di una linea strategica condivisa su uno dei dossier centrali del nostro tempo.
L’Italia sostiene Kyiv con tanti “se” e tanti “ma”
La maggioranza di governo ha confermato formalmente gli impegni assunti dall’Italia in sede europea e atlantica, ma senza riuscire a nascondere le tensioni interne. In particolare nella Lega, dove una parte del gruppo parlamentare ha manifestato disagio rispetto alla prosecuzione del sostegno militare a Kyiv. Nessuna rottura, ma un avvertimento politico chiaro: per il Carroccio, la guerra in Ucraina resta un incidente di percorso mai realmente metabolizzato. Sul fronte dell’opposizione la dinamica non è diversa. Il Movimento 5 Stelle ha scelto ancora una volta l’astensione, una postura che consente di prendere le distanze dalla linea di governo senza assumersi la responsabilità di una proposta alternativa. La retorica della pace e delle priorità sociali continua infatti a restare scollegata da qualsiasi visione concreta del ruolo italiano ed europeo nello spazio geopolitico che va dal Baltico al Mediterraneo.
Il grillismo e il vannaccismo iniziano a confondersi
È in questo contesto di incertezza che si incontrano grillismo e vannaccismo. Poche ore fa Roberto Vannacci ha rilanciato sui suoi canali un post ironico che evoca una Germania costretta a fronteggiare la Russia a est, sul fronte ucraino, e gli Stati Uniti a ovest, sul dossier Groenlandia, accompagnato dall’immagine di un Heinz Guderian che dall’aldilà osserva compiaciuto. Una provocazione social come tante, ma che nel caso di Vannacci veicola una lettura del conflitto tutt’altro che neutrale. L’allusione alla Germania e al suo passato non serve a interrogarsi sulla ciclicità della storia, ma a screditare l’idea stessa di una difesa continentale. È una rappresentazione che ricalca fedelmente la narrativa del Cremlino sull’“euronazismo”: l’Europa dipinta come blocco ideologico ostile, moralmente corrotto e strutturalmente aggressivo, incapace di esistere come soggetto autonomo e quindi legittima preda della pressione russa. Una linea che, non a caso, coincide con quella portata avanti da anni da Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, con il supporto mediatico di Alessandro Di Battista e Francesca Albanese.
Sull’Europa scende il condominio russo-americano
Per evitare equivoci, occorre ripartire dai fatti. La guerra in Ucraina non è il risultato di un generico scontro tra potenze. È il prodotto di un’aggressione militare russa che ha trasformato quella che doveva essere un’”operazione rapida” in una guerra di logoramento senza precedenti in Europa dal 1945. Un conflitto che dura da anni, che si combatte ai confini dell’Unione e che incide direttamente sulla sicurezza, sull’economia e sulla stabilità politica del continente. Allo stesso tempo, è evidente che la guerra si sia progressivamente inserita in una logica di condominio russo-americano. Gli Stati Uniti restano l’attore decisivo sul piano militare e finanziario, ma trattano il teatro europeo come uno spazio subordinato, funzionale a equilibri globali che non coincidono necessariamente con gli interessi del nostro continente. Il conflitto è diventato uno strumento di gestione dei rapporti di forza tra Washington e Mosca, mentre l’Europa resta priva di una reale capacità decisionale autonoma.
Il sovranismo che non vuole crescere
È proprio questa condizione di subalternità che alimenta l’illusione di una sovranità “sotto tutela”: evocata a parole, ma esercitata nei fatti solo entro i limiti consentiti dall’alleato americano. Criticare questa situazione è legittimo e necessario. Farlo adottando la narrativa russa significa però rafforzare un altro vincolo di dipendenza, non spezzarlo. In questo quadro, indicare la Germania come il problema centrale equivale a spostare il bersaglio. Berlino porta sulle spalle responsabilità politiche enormi, ed è uno dei Paesi che, nel bene e nel male, ha voluto assumersi il compito di ridefinire l’architettura della sicurezza europea dopo l’invasione dell’Ucraina. Screditare questi tentativi attraverso richiami al nazismo è pura propaganda, non priva di un fascino che tendenzialmente si ritorce contro chi la usa. E qui emerge il nodo politico vero. Una posizione autenticamente sovranista ed europea non può consistere nel ripetere le parole d’ordine del Cremlino né nel rifugiarsi in un anti-americanismo di maniera. Deve partire dal riconoscimento dell’aggressione russa, prendere atto del carattere condominiale del conflitto e lavorare per spezzare questa dinamica, costruendo una capacità europea autonoma.
L’Italia prigioniera degli “anti-sistema”
Il problema, oggi, è che una parte del cosiddetto sovranismo italiano sembra muoversi nella direzione opposta. Nel tentativo di apparire anti-sistema a tutti i costi, finisce per delegittimare ogni progetto di difesa europea e per normalizzare una lettura russo-americana del conflitto. Così facendo, non indebolisce l’atlantismo, o tantomeno la NATO: indebolisce l’Europa, e quindi l’Italia. Se i presunti “campioni” del sovranismo si riducono a scegliere sotto quale tutela stare, la saldatura con il populismo grillino diventa inevitabile, lasciando il Paese disarmato politicamente di fronte al nodo centrale del nostro tempo: la costruzione di un’Europa potenza, capace di difendere se stessa e di sottrarsi tanto alla subordinazione americana quanto alla pressione russa.
Sergio Filacchioni