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Donald Trump e l’eterno ring del mondo

by Roberto Johnny Bresso
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Roma, 27 giu – Una delle mie più grandi passioni fin da bambino è il wrestling, attività della quale scrivo ormai da parecchio tempo. Spesso considerato in Italia attività quasi circense, in realtà è molto più simile alla serialità televisiva. E, nei suoi più alti momenti, persino al mondo del teatro ellenico o shakespeariano. Tanto che anche intellettuali come il regista tedesco Werner Herzog se ne sono dichiarati grandi estimatori.

Dalla campagna elettorale alla politica estera

È altrettanto nota la passione del Presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump per la disciplina. Al punto da far parte della Hall of Fame della WWE, la più importante e gloriosa compagnia di questo sport spettacolo. Sicuramente esistono analisi più complesse per cercare di comprendere (sempre che sia umanamente possibile farlo) il secondo mandato di “The Donald”, così discontinuo rispetto al precedente, ma non sono l’unico che ha posto l’accento sul fatto che, a livello comunicativo, abbia sicuramente un certo peso il suo aver fatto parte del mondo del wrestling. Al punto da riprodurne tutta una serie di dinamiche. I primi segnali si erano già avuti in campagna elettorale. Quando aveva giocato il jolly della leggenda Hulk Hogan. Sicuramente una delle icone pop più riconoscibili a livello mondiale. Indipendentemente dal fatto che lo si possa apprezzare o meno.

Una volta eletto poi abbiamo assistito allo spiazzante mutamento di rotta in politica estera. Un cambio di atteggiamento repentino che ricorda quando nel wrestling, quasi senza apparenti ragioni, un personaggio ne attacca un altro. Passando dal ruolo di “face” (“buono”) a quello di “heel” (“cattivo”).

Un ring perpetuo

Da tempo avevo poi ipotizzato che tutti gli sport si stessero un po’ “wrestlingizzando”. Allo scopo quasi di seguire una sceneggiatura che potesse rendere la narrazione più interessante. Di fatto il Mondiale di calcio in corso ce lo sta ampiamente dimostrando (tra l’altro, in barba ad ogni protocollo, sarà proprio Trump a consegnare la coppa alla squadra vincitrice!).

Ma il passo successivo è stato quello di rendere la politica ed il mondo stesso un enorme perpetuo ring dal quale mandare messaggi di ogni sorta alla popolazione. Il tutto è stato sublimato nell’evento di arti marziali miste della UFC (compagnia di proprietà della multinazionale dei media TKO, guarda caso la stessa che possiede anche la WWE), tenutosi lo scorso 14 giugno niente meno che alla Casa Bianca, nel giorno dell’ottantesimo compleanno dello stesso Trump.

UFC Freedom 250

L’evento è stato chiamato UFC Freedom 250, per celebrare i 250 anni della Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti del 4 luglio, ma è sembrato un mix tra 1997: Fuga da New York di John Carpenter ed Idiocracy, film nel quale, guarda caso, il Presidente era un ex wrestler. Al di là di quanto tutto ciò sia risultato surreale, una cosa va riconosciuta: la perfezione mediatica e scenografica dell’evento. Abbiamo assistito ad una rappresentazione del culto della personalità curata nei minimi particolari, al punto che, pur consapevole di quanto tutto ciò fosse semplicemente assurdo, rimanevo completamente affascinato dalla messa in scena, che veramente ricordava gli spettacoli nel Colosseo dell’antica Roma: bande di mariachi, donne succinte, match nella gabbia, i lottatori che si aggiravano tra i corridoi di uno degli edifici più celebri al mondo…

Tutto sembrava la scena di un film distopico, eppure così reale, con vette quasi da avanspettacolo, come il fighter Josh Hokit il quale, dopo aver vinto il suo match, urla, tra il tripudio generale, che Michelle Obama è un uomo! Nel main event poi trionfa lo statunitense Justin Gaethje, tanto per chiudere la serata in un’estasi di patriottismo a stelle e strisce. E ovviamente nei giorni successivi poteva mancare forse la dichiarazione da parte dell’FBI di aver sventato un attentato terroristico coi droni previsto durante lo spettacolo? Comunque la si voglia vedere, UFC 250 è un evento che rimarrà nei libri di storia… se come l’inizio della fine di un impero lo scopriremo solo col tempo.

Roberto Johnny Bresso

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