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Roma, 21 gen – Osservando le passate e presenti fortune di Roma, Marco Tullio Cicerone, si diceva convinto “che Romolo e Numa Pompilio gettarono le fondamenta della nostra città il primo ricorrendo agli auspici ed il secondo creando il rituale religioso, né essa avrebbe potuto essere così grande senza un particolare favore degli dèi immortali”. Nello stesso De Natura Deorum rimarcava poco prima comelo stato prosperò quando il potere fu in mano a persone ligie ai doveri religiosi. E se vogliamo paragonare la nostra storia con quella dei popoli stranieri troveremo che in tutto il resto fummo pari ad essi o anche inferiori, ma in fatto di religiosità, cioè di culto divino, fummo loro di gran lunga superiori”. Per quanto i moderni interpreti si possano ingegnare nella ricerca dei fattori politico-costituzionali, etici o morali, sociali ed economici o strategico-militari che resero pressoché invincibile l’Urbe, impilando saggi su saggi (più che legittimamente, sia ben chiaro), per i nostri avi la spiegazione delle fortune di Roma risultava semplice e lampare: esse derivavano da un corretto esercizio del rapporto con il mondo divino e dalla protezione accordata all’Urbe dai numina (cioè le forze sovraumane o potenze attive delle divinità) che la vegliavano. E persino un razionalista come lo storiografo di origine greca Polibio poté stupirsi della straordinaria cura e attenzione posta dai Romani nell’onorare le loro divinità. In questo senso, nessuna civiltà classica ha saputo esprimere meglio di Roma tale concezione. Una percezione che era peraltro diffusa tra le popolazioni dell’epoca: l’atteggiamento superiormente orientato in ogni agire del romano, destava stupore, quasi incomprensione, per la sua magnitudo. Archidamo, légato della popolazione ellenica degli Etoli, alleata di Roma nel corso della prima guerra macedonica, si mostrava quasi spazientito dall’atteggiamento del console Quinzio Flaminino, il quale, a suo parere, invece di combattere risolutamente il nemico, passava la maggior parte del suo tempo a sacrificare, prendere auspici e pronunciare voti agli Dèi.
Al tema è dedicata la monografia, fresca di stampa, di Renato Del Ponte (La Religione dei Romani, per i tipi della casa editrice Aryâ, Genova, pp.288 complessive). L’Autore non ha certo bisogno di presentazioni presso il pubblico interessato allo studio della religiosità romano-italica in particolare e del tradizionalismo evoliano più in generale. Qui sarà sufficiente ricordare come Renato Del Ponte abbia fondato e diretto insieme ad un pugno di “eroici” amici, la rivista di studi tradizionali “Arthos”nel 1972 (della rivista esistono due serie: la prima che va dal 1972 al 1990; e la seconda da 1997 sino all’attuale corso), curando poi nuove edizioni o ristampe di diverse opere di Julius Evola (cui egli si è sempre richiamato nel pensiero e azione) e di altri autori della Tradizione e abbia dato alle stampe originalissimi contributi nel campo dello studio della sacralità romano-italica che gli hanno valso anche il riconoscimento della comunità accademica. Per tutti: “Dèi e Miti italici” (Genova, 1987: ora giunto alla terza edizione accresciuta e riveduta) e per l’appunto “La Religione dei Romani”, apparso per Rusconi nella sua prima edizione nel lontano 1992.
A distanza di venticinque anni dall’uscita, la necessità di una nuova edizione si è resa indispensabile per due motivi. In primis, il lavoro conobbe uno straordinario successo di pubblico che non solo valse a Renato Del Ponte l’ambito riconoscimento del Premio Letterario Internazionale “Isola d’Elba-Raffaello Brignetti”, ma esso andò rapidamente esaurito, mentre le sfortune della prestigiosa casa editrice milanese non hanno permesso nel frattempo una sua ristampa. Ma v’è di più. Nel corso degli anni, non solo le scoperte archeologiche condotte da Filippo Coarelli e, ancor più, da Andrea Carandini con i suoi collaboratori, hanno pressoché integralmente confermato i resoconti tradizionali sulle origini di Roma, già ampiamente accettati da Renato Del Ponte ante inventam – in ciò dimostrando una lungimiranza e una capacità intuitiva non comuni, spazzando via viete formulette sull’inattendibilità delle fonti che a lungo hanno dominato il campo degli studi sulla materia, in nome di una cieca ortodossia materialista e razionalista figlia di un’epoca ideologica ormai lontana – ma il lavoro di approfondimento e ricerca da parte dell’Autore intorno a figure numiniche poco note, come quelle di Venere Ericina o Vediove, ha permesso il completamento di un percorso interiore di studi che si dipana lungo oltre quaranta anni di ricerca.
Nella nuova edizione riveduta, corretta e ampliata non mancano infatti le novità. Oltre a quelle accennate, un ulteriore approfondimento relativo al complesso tema degli indigitamenta, vale a dire quella moltitudine di divinità, ciascuna da invocarsi con il suo preciso nome e funzione tramite appropriati incantamenta (formule incantatorie), che governavano alla vita dell’uomo romano sin dalla nascita, accompagnandone, come benevole sentinelle, ogni seguente passo nella vita terrena, dall’entrata nel mondo degli adulti sino alla morte. Una “sacralizzazione di ogni manifestazione della vita nota l’A., che denota una compenetrazione tra mondo del divino e le umane vicissitudini in ogni loro singolo aspetto, quasi stupefacente. Approfondimento tanto più utile in quanto Renato Del Ponte, svela qui, per la prima volta, non solo le singole funzioni degli Dèi degli indigitamenta, ma la gestualità delle dita (da cui forse lo stesso etimo) che doveva unirsi alla pronuncia di ciascuna litania, assimilabile ai mudra cioè i gesti rituali che s’accompagnano alla dizione dei mantra nel mondo tantrico himalaiano.
Come ovvio, l’esame dell’apparatus sacrorum romano, non si ferma a ciò solo. Nella parte centrale e più densa del suo scritto, l’A. analizza i principali Dèi e sacerdozi dello stato romano. A partire da Giano, il divino “iniziatore” per eccellenza che apre ogni cosa e non solo il tempo sacro organizzato secondo il kalendarium, passando per Giove Ottimo Massimo, colui che presiede ai sacra (i riti) e agli auspicia (i segni della sua volontà) del populus Romanus Quirites per mezzo dei suoi interpreti – reges, magistrati e principi insieme all’augusto consesso dei patres et conscripti così come i gruppi sacerdotali dei Pontefici, Flamini, Auguri e Feziali, cui Renato Del Ponte pone speciale attenzione – giungendo sino a Marte e alle altre figure divine che ressero i destini dell’Urbe. Si tratta di un viaggio penetrante, condotto con assoluta padronanza delle fonti e un rigore filologico estremo (aspetti troppo spesso negletti negli studi tradizionali) ma colto con l’ottica del metodo Tradizionale con estrema semplicità, attraverso una visuale originale e “originaria”, rendendo accessibile anche ai non specialisti l’intera materia. A differenza di molti manuali e ricerche sulla romana religio, infatti, l’A. non è interessato tanto a esplorare il savoir faire rituale romano o l’ortoprassi cultuale (per quanto non manchino i cenni al tema), quanto a cogliere e intendere il savoir penser del civis romanus, il suo modo di essere e porsi, anzitutto interiore, nei confronti dell’esperienza del divino in ogni campo dell’umana attività, dall’uso del cibo sacro al mistico esercizio del bellum. Già questo segnerebbe una rottura con il metodo di ricerca privilegiato in ambito accademico. Ma non basta. Nella parte finale dedicata all’evoluzione (ma come avverte l’A. meglio sarebbe parlare di adattamento) della religio romana nell’epoca dell’espansionismo imperiale, innanzi al diffondersi dei culti misterici orientali, dell’insegnamento neo-platonico e del monoteismo cristiano, emerge l’idea che al di là di singole adesioni o cedimenti, il rigoroso conservatorismo insito nel cultus deum prisco rimase di fatto immutato, permettendo di affermare che, ancora nel IV sec., il culto tradizionale civico rimase di gran lunga il più popolare e seguito.
Una figura come quella austera e maestosa a un tempo di Quinto Aurelio Simmaco, uomo politico, raffinato letterato e pontefice, testimonia nei suo stessi scritti ed epistolari che l’immutabile e retta via agli Dèi era viva e vegeta e come l’aquila romana non potesse essere accecata dai pallidi soli d’Oriente. Ci vollero i folli provvedimenti legislativi di Teodosio emessi in nome di una pretesa verità unica e assoluta, voluti dalla gerarchia ecclesiastica seguace del Cristo per decretare la fine di un’epoca. Una morte per decreto. Ma non di una linea di spirito, sangue e culto. L’insegnamento che ci consegna Renato Del Ponte con la sua opera è come essa sia giunta a noi proprio grazie alle gesta di uomini come Simmaco o, ancor prima, di un Furio Camillo o un Cesare Ottaviano Augusto, che seppero tenere ferma una superiore idea di civiltà e tradizione avita senza cedere alle facili lusinghe dell’indifferenziato e del cosmopolita. Ed essa è ancora integra e perfetta per chi sappia intenderla e coglierla.
Stefano Bianchi

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2 Commenti

  1. Parola magica…..Civiltà….. intesa come difesa dei valori e dei principi essenziali che fondarono un impero distrutto da un cosmopolitismo vigliacco e codardo,minato nelle fondamenta dal lassismo e dalla ipocrisia di una religione vissuta e declinata in modo vergognoso, quasi con disprezzo per valori secolari che mantenevano ordine e davano forza

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