Roma, 29 gen – Quando Maurice Bardèche pubblica Nuremberg ou la terre promise nel 1948, non scrive un semplice pamphlet polemico sul processo ai gerarchi nazionalsocialisti, ma un testo che ambisce a leggere Norimberga come atto di fondazione di un nuovo ordine giuridico e morale internazionale. Il suo bersaglio dichiarato non è solo la sentenza, ma l’impianto concettuale che, a suo avviso, trasforma una vittoria militare in una verità giuridica e in una legittimità universale. Fin dalle prime pagine Bardèche presenta il processo come il momento in cui i vincitori si attribuiscono il diritto di parlare a nome della “coscienza universale” e di erigere a norma giuridica una morale internazionale superiore alle leggi degli Stati.
Bardèche formula i suoi capi d’accusa contro Norimberga
Il punto centrale del libro è l’idea che Norimberga segni il passaggio da un diritto tra Stati sovrani a un sistema in cui alcune potenze, forti della vittoria, si fanno giudici di un intero regime politico e della sua visione del mondo. Bardèche insiste sul carattere innovativo — e per lui inquietante — dello Statuto del Tribunale militare internazionale, che introduce categorie come i “crimini contro la pace” e i “crimini contro l’umanità”, applicate a fatti e condotte che non erano tipizzate come reati nel diritto internazionale positivo precedente. In questa prospettiva egli parla di una legge “fabbricata” dopo i fatti e di una giustizia che, pur rispettando le forme, nascerebbe da una decisione politica dei vincitori. Un altro asse portante della sua critica riguarda la nozione di “organizzazione criminale”. Secondo Bardèche, dichiarare criminali intere strutture politiche o amministrative comporta uno slittamento verso forme di responsabilità collettiva e una giustizia che ragiona “per masse”, non più centrata sull’atto individuale e sull’intenzione personale. Egli vede qui una rottura con la tradizione giuridica europea, che aveva progressivamente individualizzato la colpa, e interpreta questa evoluzione come segno di un diritto sempre più legato agli equilibri di potere e alle finalità politiche dei vincitori. Da questa analisi giuridica Bardèche trae una conclusione più ampia e ideologica: Norimberga non sarebbe solo un processo, ma l’atto inaugurale di una “città futura”, di un ordine internazionale che pretende di definire quali forme politiche siano legittime e quali no, quali idee possano avere diritto di cittadinanza e quali debbano essere escluse come intrinsecamente criminali.
Il conflitto ontologico inaugurato da Lenin
Qui il discorso di Bardèche incrocia un nodo teorico che va oltre la polemica contingente e tocca la trasformazione della forma stessa del conflitto politico nel Novecento, il punto in cui la guerra tra Stati limitata lascia il posto alla guerra ideologica e alla criminalizzazione del nemico. È esattamente il terreno su cui si muove Carl Schmitt quando, nella Teoria del partigiano (1963), individua in Lenin la svolta decisiva: con la teoria della guerra rivoluzionaria e della lotta di classe condotta con mezzi militari, il conflitto non è più uno scontro tra Stati che si riconoscono reciprocamente come justi hostes, ma diventa una lotta politico-ideologica in cui il nemico è definito in termini assoluti, come portatore di una posizione storicamente e moralmente da annientare. In questa lettura – non a caso Schmitt vedeva nell’Unione Sovietica il “signore del processo” – il partigiano leninista non combatte un avversario legittimo entro regole condivise, ma un nemico totale, segnando così il passaggio dalla guerra limitata alla forma moderna di inimicizia assoluta teorizzata in chiave rivoluzionaria. La forma del conflitto diventa ontologica, non più solo politica. Norimberga è il momento in cui questa trasformazione si fissa giuridicamente in Occidente, con un meccanismo diverso ma con un esito affine: la guerra si prolunga nella sentenza, e la sentenza diventa una tecnologia di guerra. Bardèche lo formula con un’immagine rivelatrice: Norimberga come “apparato di guerra moderna” paragonabile a un bombardiere, perché non mira soltanto a punire, mira a “forzare le coscienze” dopo aver forzato la cittadella. In altre parole: la vittoria diventa completa solo se produce un’assimilazione morale e una delegittimazione permanente del nemico.
La dignità della sconfitta
Qui si capisce anche la differenza rispetto al 1918. Dopo la Grande Guerra, il trattato di Versailles impone condizioni durissime e ridisegna l’assetto europeo, ma resta dentro il linguaggio classico della guerra tra Stati. Il Reich guglielmino (così come lo Zarismo e il Sultanato) viene abbattuto politicamente, non trasformato in categoria morale. Non si allestisce un grande processo penale contro l’imperatore e lo Stato maggiore tedesco come criminali contro l’umanità. La guerra finisce con un trattato, non con una sentenza. Sarà il generale francese Ferdinand Foch ad intuire la fragilità di quell’assetto: “non è un trattato di pace, ma un armistizio per vent’anni“. Ma seppur duramente punitiva, Versailles non impone un giudizio universale. Nel 1945 il registro cambia. Già alla conferenza di Casablanca (1943) si segna il primo salto qualitativo: gli alleati dettano la linea della resa incondizionata, chiudendo lo spazio a qualsiasi tipo di pace negoziata tra pari. Il nemico non è più un soggetto con cui ricostruire un equilibrio, ma un ordinamento da smantellare. I processi di Norimberga e Tokyo aggiungono il secondo passaggio: la sconfitta viene tradotta in colpa giuridica e in condanna morale con pretesa universale. Se si guarda alla lunga storia europea, la rottura è evidente. Dai tempi di Brenno e il suo “vae victis” fino ad arrivare a Vestfalia, per secoli, anche le guerre più devastanti si chiudono con congressi, trattati, compensazioni, restaurazioni. Il Congresso di Vienna non processa Napoleone come criminale contro l’umanità: lo neutralizza politicamente, lo esilia, reinserisce la Francia nel sistema europeo. Il nemico sconfitto resta parte dell’ordine.
Parola d’ordine: disarmare le anime
Ma il salto del 1945 non si esaurisce nel piano giuridico. Dopo la distruzione militare e la delegittimazione politica, interviene un terzo livello, più profondo: la trasformazione dell’identità degli sconfitti. Non basta disarmare uno Stato; occorre disarmarne la memoria, l’orgoglio, l’immagine di sé. Qui la novità è radicale. La Germania non è soltanto sconfitta, diventa sinonimo di colpa storica. L’identità nazionale viene sottoposta a una revisione morale permanente. In Giappone la rottura è altrettanto simbolica: la smilitarizzazione è anche culturale, la tradizione guerriera viene recisa, l’Impero trasformato in non-divino. In Italia prende forma un altro dispositivo: la narrazione della “colpa” e della “redenzione” attraverso la rottura con il proprio passato, fino a sedimentare quella figura del paese che si salva non per continuità ma per dissociazione da sé stesso. La colpa non resta circoscritta ai responsabili: diventa clima storico, orizzonte culturale, lente attraverso cui un popolo impara a guardare sé stesso. Questo passaggio sarà decisivo anche oltre i paesi sconfitti. Con la decolonizzazione, lo stesso linguaggio morale e giuridico usato contro le potenze dell’Asse verrà applicato alle vecchie potenze coloniali. Francia e Gran Bretagna si troveranno a loro volta sotto accusa in nome di principi universali che avevano contribuito a consacrare. La colpa si allarga, da categoria penale diventa categoria storica. Nel nuovo assetto bipolare, questo senso di colpa diffuso diventa uno strumento di governo. L’Europa non viene soltanto occupata militarmente o integrata economicamente: viene orientata culturalmente. Da un lato il modello consumista occidentale, dall’altro il politburo comunista, offrono entrambi un futuro che passa per la rimozione del passato. L’identità forte, la continuità storica, l’idea stessa di civiltà europea come soggetto vengono sostituite da appartenenze funzionali ai blocchi. La sconfitta del 1945 non segna soltanto la fine di un conflitto, ma l’inizio di un lungo processo di neutralizzazione interiore: non solo eserciti disarmati, ma immaginari disarmati.
Bardèche e il recupero della politica
Bardèche percepisce di trovarsi davanti non a una semplice resa dei conti giudiziaria, ma a una mutazione d’epoca. E per questo bisogna rileggerlo, non tanto come storico ma come uomo politico. Bardèche, al contrario dei giudici del processo o di certa intellighenzia moderna, non ha mai voluto “apparire” neutrale o apolitico: “Io sono uno scrittore fascista. Mi si dovrebbe ringraziare di riconoscerlo; per lo meno è un punto fermo in un dibattito i cui elementi ci sfuggono“. Il problema del nostro tempo, in effetti, non è tanto il ritorno alle “ideologia del passato”. Il problema è che la categoria del politico è stata assorbita dal linguaggio morale e tecnico. Le decisioni vengono presentate come necessità etiche, come automatismi giuridici, come vincoli economici, come diritti astratti. Recuperare il politico, oggi, significa una cosa molto precisa: dire che ogni ordine è frutto di una decisione, che ogni universalismo ha un punto di vista, che ogni “coscienza dell’umanità” parla con una voce situata. Recuperare il politico significa tornare a distinguere tra conflitto e criminalità, tra avversario e mostro, tra giudizio storico e sentenza morale eterna. Significa accettare che la storia è campo di forze, non tribunale escatologico. Significa assumersi la responsabilità del proprio punto di vista senza fingere di parlare a nome dell’umanità intera.
Sergio Filacchioni