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Nuremberg: diritto internazionale o giustizia dei vincitori?

by Enrico Colonna
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Roma, 20 dic – Il 18 dicembre scorso è uscito nelle sale cinematografiche il film Nuremberg, incentrato sul processo che vide come imputati i vertici del Terzo Reich. Un film che, va detto, pur nelle sue due ore e mezza è assolutamente godibile, con Russel Crowe nel ruolo di Hermann Göring e Rami Malek in quello di Douglas Kelly, lo psichiatra che assistette gli imputati durante la reclusione – e passò al procuratore capo Robert H. Jackson, violando il segreto professionale, i resoconti delle sue conversazioni con gli imputati.

Nuremberg ci impone una rilfessione

Questo però non è un articolo sulla qualità cinematografica del film. Il punto qui è un altro, su cui il film è ambiguo (ed è il motivo per cui è difficile esprimere un giudizio su di esso): il processo di Norimberga fu giusto? Fu davvero il primo passo verso il diritto internazionale o fu semplicemente la giustizia dei vincitori? Per questo, l’uscita di questa pellicola ci costringe a parlarne e a riflettere accuratamente sui temi che andremo a discutere. Partiamo da un fatto: il processo di Norimberga calpestò sistematicamente il principio di non-retroattività della legge. In buona sostanza, le leggi per cui vennero condannati i vertici del Terzo Reich furono redatti dopo che i fatti si erano verificati. Questo principio viene riassunto nella formula nullum crimen sine lege, nessun crimine senza la legge. Prima del processo di Norimberga non esisteva una precisa legislazione internazionale che bollasse come crimini di guerra determinate condotte o che dichiarasse la guerra d’aggressione un crimine sanzionabile. E questo argomento – non mostrato nel film – venne infatti invocato da Otto Stahmer, l’avvocato di Hermann Goring.

La controversia morale

Questa è la controversia più strettamente giuridica del processo, a cui se ne aggiungono altre – di cui si rendevano conto anche le potenze vincitrici – che non riguardano il piano giuridico, ma quello morale e che minano alla base la credibilità del processo. I capi d’accusa cui furono sottoposti i vertici del Terzo Reich erano quattro: cospirazione per commettere crimini contro la pace; aver pianificato e intrapreso guerre d’aggressione; aver commesso crimini di guerra; aver commesso crimini contro l’umanità. Bene, di questi quattro capi d’imputazione solo il terzo (crimini di guerra) aveva una vaga codificazione internazionale, ma non ancora universalmente accettata tanto da renderla una effettiva legge internazionale. E qui ritorniamo alla violazione del principio di non retroattività. Dal punto di vista morale invece basterebbe dire che almeno di due capi d’imputazione su quattro erano imputabili tranquillamente gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Francia. L’Unione Sovietica, a ben vedere, sarebbe stata imputabili di tutti e quattro i capi d’accusa.

I vincitori sotto accusa

E la cosa davvero interessante, che conferma il fatto che gli artefici di Norimberga volevano consapevolmente la giustizia dei vincitori, è che se ne rendevano conto anche loro del fatto di essere altrettanto imputabili. Lo stesso procuratore capo Jackson in una lettera privata al presidente statunitense Harry Truman affermò: “[gli Alleati] hanno fatto e stanno facendo alcune delle cose per cui stiamo condannando i tedeschi. I francesi stanno decisamente violando la Convenzione di Ginevra nel trattamento dei prigionieri di guerra […]. Stiamo condannando il saccheggio e i nostri alleati lo stanno praticando. Diciamo che la guerra d’aggressione è un crimine e uno dei nostri alleati [l’Unione Sovietica n.d.r.] proclama la sovranità sui Paesi baltici basandosi su nessun diritto eccetto quello di conquista”. A questo potremmo aggiungere che, per esempio, uno dei capi d’accusa riguardava la firma del patto Molotov-Ribbentrop, giudicato come pianificazione di guerra aggressiva: ma sul banco degli imputati e poi sul patibolo ci andò solo Joachim von Ribbentrop, di Molotov neanche l’ombra. E di situazioni analoghe per ogni capo d’accusa se ne potrebbero trovare a non finire (per tutte e quattro le potenze vincitrici).

La parte sovietica

La cosa assume un tono ancor meno credibile se si pensa che il giudice sovietico (erano quattro, uno per ogni nazione alleata), Iona Nikitchenko, fu il protagonista di diversi processi-farsa durante le Grandi Purghe volute da Stalin. Si potrebbe anche parlare dell’ipocrisia di allestire un processo per crimini di guerra in una città di nessun valore strategico completamente rasa al suolo da bombardamenti indiscriminati e in cui, al momento del processo, si trovavano ancora più di trentamila cadaveri di civili sepolti sotto le macerie. Una questione che, a volerla recidere con un brutale colpo di spada, si potrebbe sintetizzare nell’attacco di Hermann Goring al dottor Kelly durante un alterco: “voi vaporizzate 150.000 giapponesi soltanto premendo un bottone e credete di avere il diritto di giudicarmi? […]. Voi avete la vostra libertà e io sono un prigioniero perché voi avete vinto e noi abbiamo perso. Non perché siete moralmente superiori”.

Non è mai stato un processo giuridico

A questo punto si potrebbe tranquillamente obiettare che il principio del tu quoque (letteralmente “anche tu”) è una fallacia logica e che giuridicamente non ha alcun valore. Questo sarebbe verissimo, se quello di Norimberga fosse stato un processo esclusivamente giuridico. Ma, tanto nei fatti quanto nelle intenzioni di chi lo ha allestito, questo non è mai stato un processo giuridico. Quello di Norimberga fu anzitutto un tentativo di processo morale, che venne presentato all’opinione pubblica mondiale come il processo “della legge contro l’arbitrio, della giustizia contro la barbarie”. Quindi sì, in un processo in cui – di fatto – i giudici pretendono di avere una superiorità morale rispetto ai giudicati (anche se in privato, come dimostra la lettera di Jackson a Truman, ne erano molto meno sicuri) il principio del tu quoque conta eccome.

Enrico Colonna

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