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Anpi, Bella ciao (alla verità): se il Tar ti boccia tu canti alla vittoria

by Tony Fabrizio
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Roma, 1 feb – C’è qualcosa di patologico nel modo in cui l’Anpi riesce a trasformare una batosta legale in una parata trionfale. Ma d’altronde, perché stupirsi? Parliamo di un’organizzazione che ha fatto del revisionismo creativo, fantasioso e inventato la propria attività, la propria ragione di esistere. Se hanno resistito ottant’anni e più a raccontare una resistenza monocolore, una storia rivisitata e corretta ad uso e consumo di acefali ideologici, epurata dalle zone d’ombra e dalle fucilazioni fratricide, cosa vogliamo che sia truccare il risultato di una sentenza del Tar?

Il ricorso al Tar

Non basta nemmeno chiamarti Bachelet di cognome – tra l’altro vittima eccellente dei comunisti – per tentare di indossare i panni di un azzeccagarbugli qualunque e spacciare una sonora sconfitta, una epica figura di palta, in un successo. Seppur di Pirro. Eppure la vergogna, emozione evidentemente sconosciuta a questa gente, l’onestà intellettuale, valore come quello delle loro identitarie bugie non sono bastate per risparmiarci di vederli guadagnare la scena con cartelli rossi fiammanti per mezzo dei quali festeggiano la vittoria della data del referendum sulla riforma della giustizia il 22 e il 23 marzo.

Sì, sono le date fin dall’inizio individuate dal governo. Gli “anti-tutto” hanno formato comitati per il No a cui ha aderito anche l’Anpi e tutti insieme inclusivamente sono ricorsi al Tar per far spostare la data del referendum. Sì, il Tar ha bocciato la proposta del comitato (antigovernativo) per il No e le (loro) cinquecentomila firme a supporto, ma loro festeggiano ugualmente: sì.

Il metodo Anpi

Tutto normale. Per loro: è il metodo Anpi. Funziona così: prendi una storia, meglio una che non ti piace, la mistifichi, crei la contro-narrazione, magari inventando anche un eroe, tanto quanto basta per aggiungere pathos e valore, menti spudoratamente, finisci per crederci anche tu. Fanno questo dal 1945, nonostante alle loro balle ormai credono solo loro.

Ma tanto loro non comunicano, non discutono, non si confrontano, loro edificano monumenti al falso. E così, con la stessa faccia tosta di chi, nel 1945, si sentiva l’unico artefice della democrazia ignorando i carri armati americani, oggi pubblicano cartelli color rosso-fazzoletto festeggiando lo “sventato tentativo” del Governo di anticipare il voto. Un tentativo che, per la cronaca, esisteva solo nelle loro paranoie elettorali.

Ieri hanno costruito il mito di una liberazione avvenuta esclusivamente per mano partigiana, stendendo un velo pietoso su chi non era allineato al partito dei banditi e riscrivendo i libri di testo, da distribuire anche nelle scuole, a propria immagine e somiglianza. Oggi applicano lo stesso schema alla cronaca giudiziaria: se il Tar dà loro torto, basta stampare un volantino con un fantomatico successo e il gregge dei cinquecentomila belerà felice, convinto di aver salvato le istituzioni democratiche e antifasciste da un mostro che non è mai uscito dall’armadio.

Un copione già scritto

Il copione era già scritto: ricorso d’urgenza al Tar del Lazio contro il decreto di indizione del referendum, per date troppo ravvicinate, presunti vulnus democratici, il solito repertorio di “allarme democrazia” a gettone. L’obiettivo era chiaro: far saltare il banco o, quantomeno, ottenere un rinvio tecnico. È finita con un rigetto totale. Il tribunale amministrativo non solo ha confermato la legittimità delle date, ma ha rispedito al mittente le lagnanze con la freddezza di un notaio che legge un pignoramento. In gergo tecnico si chiama “bocciatura senza appello”; in gergo comune, una figura degna di loro.

La parte più grottesca è la citazione della “straordinaria prova di consapevolezza”. Quale consapevolezza? Quella di essere presi per il naso da un’associazione che non ha più un partigiano vivo tra le sue fila, ma solo funzionari di partito esperti nel ribaltare le frittate!

Trattare i propri sostenitori come analfabeti funzionali è il marchio di fabbrica di chi sa che, nel proprio recinto, la verità non conta: conta solo quanto è alto il volume della propaganda. Se il TAR ti dà torto marcio, tu dici che ti ha dato ragione a metà. Se la legge ti smentisce, tu dici che hai vinto “grazie alle firme”.

Il multiverso dell’Anpi

“Avanti tutta con il No”, dicono. Un “No” che è ormai un rifiuto ontologico della verità. L’Anpi vive in un multiverso, dove le sconfitte sono successi e la storia è un chewing-gum da masticare e sputare, usa e getta a seconda della convenienza del momento.

In fondo, hanno ragione loro: sono coerenti. Dal 1945 a oggi, non hanno mai smesso di raccontare fandonie. E finché ci sarà qualcuno disposto a farsi trattare da fesso, la loro liberazione dalla realtà continuerà indisturbata. Con tanti saluti alla verità.

Tony Fabrizio

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