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Chi ha “sfregiato” veramente il Parlamento? Gli esponenti di sinistra condannati per mafia

by Francesca Totolo
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Sinistra

Roma, 31 gen – In seguito all’annuncio della presentazione della raccolta firme per la proposta di legge di iniziativa popolare sulla remigrazione organizzata il 30 gennaio nella sala stampa del Parlamento dal Comitato Remigrazione e Riconquista, la sinistra si è lasciata andare a ridicoli sproloqui, parlando di oltraggio alle istituzioni, di un parlamentare della maggioranza che ha “sporcato” il Parlamento e di sfregio alla memoria democratica del Paese. La sinistra ha inizialmente chiesto al presidente della Camera di annullare la presentazione. Per poi occupare la sala stampa della impedendo così lo svolgimento della conferenza,

A quel punto, ci siamo chiesti chi ha veramente sfregiato il Parlamento e le istituzioni italiane. Chi si erge sul trono delle superiorità morale, non guardando nel proprio orticello. In questo articolo, saranno presi in esame solo i casi più recenti e quelli più clamorosi.

Esponenti di sinistra condannati per Mafia Capitale

Il deputato dem Matteo Orfini ha accusato Luca Marsella, portavoce di CasaPound e presidente del Comitato Remigrazione e Riconquista, di aver organizzato eventi con il clan Spada a Ostia. Per quale motivo? Una foto con Roberto Spada durante una campagna elettorale tra le centinaia di immagini scattate quel giorno con i cittadini. Infatti, Marsella non è mai finito sotto indagine. A differenza di Andrea Tassone, ex minisindaco dem del Municipio di Ostia (poi sciolto per mafia) arrestato nell’ambito dell’indagine su Mafia Capitale. E poi condannato a 5 anni di reclusione.

Nella sentenza della prima sezione del tribunale civile che doveva stabilire la sua candidabilità nel 2018, si leggeva che Tassone aveva “concreti, univoci e rilevanti collegamenti diretti o indiretti con la criminalità organizzata di tipo mafioso o similiare”. Ed era stato “permeabile a forme di condizionamento tali da determinare un’alterazione del procedimento di formazione della volontà degli organi elettivi e amministrativi e da compromettere il buon andamento e l’imparzialità delle amministrazioni”.

Sempre nell’ambito di Mafia Capitale, vennero condannati a 4 anni e 6 mesi per corruzione e atti contrari ai doveri di ufficio Mirko Coratti, ex presidente in quota Pd dell’assemblea capitolina, a 2 anni e 2 mesi per corruzione Daniele Ozzimo, ex assessore alla casa della giunta Marino, a un anno e 9 mesi per corruzione Pierpaolo Pedetti, consigliere comunale del Pd, a un anno per corruzione Michele Nacamulli, ex consigliere municipale del Pd e poi assunto da Salvatore Buzzi, a 4 anni per corruzione Franco Figurelli, ex consigliere comunale del PD poi entrato nella segreteria di Mirko Coratti.

Il candidato senatore dem Paolo Ruggirello condannato per concorso esterno in associazione mafiosa

Nel marzo del 2019, un blitz della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, guidata da Francesco Lo Voi, portò all’arresto di venticinque persone. Tra queste Paolo Ruggirello, ex deputato regionale del Partito Democratico. Candidato senatore alle elezioni del 2018 fu accusato di associazione mafiosa. E di aver elargito favori in cambio di voti. Nel novembre scorso, i carabinieri di Trapani hanno arrestato Ruggirello. Nei suoi confronti la Cassazione aveva confermato la condanna a 12 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa.

Secondo la ricostruzione dei magistrati, si sarebbe registrato uno “stabile accordo-politico mafioso, di cui è stato protagonista Ruggirello”. Un’intesa che permetteva “di realizzare, utilizzando un’efficace considerazione della Suprema Corte, il paradosso della democrazia. Ovvero che il meccanismo di scelta dei propri rappresentanti della cosa pubblica diventi lo strumento di rafforzamento della sopraffazione della tirannia dei poteri mafiosi, di espansione del sodalizio dal territorio in un circuito vizioso all’interno delle istituzioni e che da questi si ripresentino con maggiore autorevolezza e maggiore forza d’attrazione tra i consociati”.

Politica e camorra

Due revisioni consecutive delle condanne avevano portato, nel 2020, Angelo Brancaccio, ex sindaco di Orta di Atella ed ex consigliere regionale del Pd (prima dei Democratici di Sinistra) a ottenere uno sconto di pena di quasi la metà della condanna per associazione mafiosa. Secondo il tribunale di Napoli, a Brancaccio, sarebbe stato garantito appoggio dai fratelli Massimo e Giuseppe Russo, esponenti del clan dei Casalesi, per essere eletto alla guida del Comune avellano dal 1996 al 2005 e dal marzo 2010 fino al dicembre 2014. La sentenza definitiva dell’esponente dem era stata ridimensionata a 4 anni e 6 mesi di reclusione dalla Corte di Cassazione. Con uno sconto di due anni rispetto alla condanna decisa dalla Corte d’Appello.

Tale diminuzione era stata decisa per un fatto tecnico. Nella determinazione della pena a carico dell’ex sindaco, sarebbe stata presa in considerazione la legge del maggio 2015 (che prevede condanne più pesanti per ricopre cariche pubbliche) che, in realtà, quando non era ancora in vigore nel momento in cui Brancaccio era stato arrestato. Per questo motivo, i giudici di Cassazione, accogliendo l’istanza del suo avvocato, avevano provveduto a rimodulare la pena.

Voto di scambio

Per l’inchiesta sul voto di scambio a Capaccio Paestum, la procura di Salerno ha chiesto all’inizio di gennaio il rinvio a giudizio per otto dei nove indagati. Sarebbero coinvolti, secondo quanto sostiene l’accusa, in un patto politico mafioso per garantire sostegno elettorale alle elezioni amministrative del 2019. Tra questi, compaiono l’ex sindaco dem Franco Alfieri, all’imprenditore Roberto Squecco, già condannato in via definitiva per collusioni con un clan locale, e la sua ex moglie Stefania Nobili. Secondo l’accusa, Alfieri avrebbe accettato l’offerta di Squecco di procurare voti in cambio dell’impegno a non procedere all’abbattimento del lido Kennedy, di proprietà dell’imprenditore. Il patto, sempre secondo la Procura, sarebbe stato rafforzato dalla candidatura di Nobili in una delle liste a sostegno.

“Franco, vedi tu come Madonna devi fare. Offri una frittura di pesce, portali sulle barche, sugli yacht, fai come cazzo vuoi tu. Ma non venire qui con un voto in meno di quelli che hai promesso”. Così l’ex governatore Vincenzo De Luca chiedeva a Franco Alfieri, allora sindaco di Agropoli, di convincere i suoi concittadini ad andare a votare per il sì al referendum costituzionale del 2016. Nel 2018, Antonio Vassallo, figlio di Angelo, il sindaco-pescatore di Pollica ucciso nel settembre 2010 con nove colpi di pistola, attaccò frontalmente il Partito Democratico e gli artefici della candidatura alla Camera di Franco Alfieri, chiedendo all’allora segretario Matteo Renzi di cancellare il nome del padre dai circoli a lui intitolati.

Politica e ‘Ndrangheta

Le indagini partirono nel 2009 in seguito a un incendio di origine dolosa. Il fuoco distrusse, per la seconda volta in un anno, un locale sulla sponda lecchese del lago di Como, a Valmadrera. Nel 2014, l’operazione Metastasi, coordinata dal procuratore aggiunto di Milano, Ilda Boccassini, e dal pm Claudio Gittardi, portò all’arresto di Marco Rusconi, allora sindaco in quota Pd di Valmadrera, di Ernesto Palermo allora consigliere comunale di Lecco e passato nel 2011 dal Partito Democratico al gruppo misto. E di Mario Trovato, esponente di spicco della ‘Ndrangheta. Oltre a tre imprenditori, un immobiliarista, un commerciante di auto e un artigiano con una piccola impresa edile.

Gli arrestati erano accusati a vario titolo di associazione mafiosa, corruzione, concussione ed estorsione. La V sezione della Cassazione ha confermato la condanna a 10 anni e 4 mesi per Palermo. Convalidando il reato di associazione per delinquere di stampo mafioso e la condanna a 2 anni per Rusconi riguardante la turbativa d’asta.

Nel settembre del 2025, Salvatore Gallo, storico esponente del Pd torinese e ras delle tessere del partito, è stato condannato in primo grado con rito abbreviato a 4 anni e 4 mesi di reclusione per peculato, per corruzione elettorale e per indebito utilizzo di metodi di pagamento. Gallo è solo uno dei tanti indagati dell’inchiesta Echidna, la quale ha documentato le attività di un’articolazione territoriale della ‘Ndrangheta legata ai Pasqua.

L’articolo del Corriere della Sera

“C’è un’associazione mafiosa, in Calabria, collegata alle potenti cosche di ‘Ndrangheta dei Morabito, dei Cordì e dei Talia. Raccoglie e gestisce voti elettorali, sistema uomini politici fidati nei posti di comando e attraverso il controllo degli appalti. Soprattutto nel settore della sanità dirotta soldi pubblici nelle tasche degli affiliati. Così doveva avvenire anche nelle elezioni regionali dell’aprile 2005. Ma il piano mafioso saltò. Il politico ‘referente dei clan e diretto garante dei loro cospicui interessi’, Domenico Crea, fu sconfitto da un concorrente interno allo stesso partito della Margherita, Francesco Fortugno. Un evento ‘imprevedibile e dirompente per gli interessi delle cosche’, che sei mesi dopo, il 16 ottobre, assassinarono Fortugno ‘considerato evidentemente assai scomodo per gli equilibri politico-mafiosi’.

Al suo posto in consiglio regionale subentrò proprio Crea. L’omicidio, avvenuto in pieno giorno nel centro di Locri, la domenica delle primarie dell’Ulivo, all’interno del seggio, fu deciso dalla stessa associazione mafiosa. Ne fanno parte i presunti mandanti del delitto, Alessandro e Giuseppe Marcianò. Padre e figlio, già sotto processo insieme al presunto killer, e, ‘quale concorrente esterno’, proprio Domenico Crea, il politico che secondo l’accusa era al servizio delle ‘famiglie’ della ‘Ndrangheta”, così si leggeva in un articolo del Corriere della Sera pubblicato nel 2008 in merito all’arresto di Domenico Crea, ex consigliere della Regione Calabria. Nel 2014, l’esponente della Margherita è stato condannato a 7 anni e 6 mesi di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa nell’ambito dell’inchiesta “Onorata Sanità”. Condanna che poi diventerà definitiva.

L’inchiesta “Keu” si abbatte sulla rossa Regione Toscana

Tutto sarebbe partito nel giugno del 2020, quando il Consiglio della Regione Toscana modificò un articolo di una legge regionale risalente al 2006. Proprio quell’articolo, il 12 della legge regionale 32 del 2020, che rendeva meno stringenti i controlli sulle attività di depurazione, era finito al centro dell’inchiesta “Keu” della direzione distrettuale antimafia di Firenze in merito alle presunte infiltrazioni della ‘Ndrangheta nello smaltimento illecito, attraverso l’impianto gestito dal consorzio Aquarno, di rifiuti prodotti dal distretto conciario di Santa Croce sull’Arno, in Toscana.

Il 15 aprile del 2021, nel registro degli indagati, figuravano Ledo Gori, capo di gabinetto del presidente Eugenio Giani, Andrea Pieroni, ex presidente della Provincia di Pisa e consigliere regionale del Pd dal 2015, entrambi accusati del reato di corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio, e Giulia Deidda, sindaco Pd di Santa Croce sull’Arno, accusata di corruzione, abuso di ufficio e associazione a delinquere in concorso con un gruppo di imprenditori. All’inizio del 2024, è stato chiesto il loro rinvio a giudizio.

Secondo gli inquirenti, la Deidda avrebbe favorito un gruppo criminale. Nominando i consulenti in materia ambientale tra quelli graditi al consorzio Aquarno, ente finito al centro delle indagini. E avrebbe avuto un ruolo di raccordo tra la politica e gli imprenditori, nell’ambito della raccolta di contributi elettorali. Orientandoli verso politici che mostravano più attenzione verso le istanze degli imprenditori del conciari. Ledo Gori, per la procura distrettuale antimafia, avrebbe invece svolto il ruolo di intermediario tra l’Associazione dei conciatori e i vertici della Regione. Seguendo personalmente pratiche, spostamenti di dirigenti e la redazione di leggi. E agevolando il «rilascio delle concessioni autorizzative e nelle emissioni di provvedimenti normativi. Nonché ostacolando i controlli dell’autorità”.

Un’indagine più ampia

Sempre secondo gli inquirenti, Gori avrebbe assecondato le richieste dell’Associazione dei conciatori in cambio del loro impegno a sostenere la sua riconferma nel ruolo apicale della Regione presso il nuovo presidente Eugenio Giani, mentre il primo firmatario di quella legge regionale, Andrea Pieroni, consigliere del Pd dal 2015 ed ex presidente della provincia di Pisa, sarebbe stato il deus ex machina. Avrebbe graziato il consorzio Aquarno dall’obbligo dal sottoporsi alla procedura di autorizzazione integrata ambientale (Aia). Una prassi che prevede per le aziende del settore di uniformarsi a principi ambientali disposti dall’Unione europea.

L’inchiesta “Keu” è nata da un’indagine più ampia della Direzione distrettuale antimafia di Firenze sulla ‘Ndrangheta in Toscana. Quest’ultima veva portato a 23 arresti. E mostrato le infiltrazioni nella Regione di più attività criminali riconducibili alle cosche calabresi. Dal traffico di cocaina al controllo di lavori stradali, passando per lo smaltimento illecito di rifiuti delle concerie.

La sinistra si erge a custode della democrazia e della legalità ma si scorda i propri peccati

“Non accettiamo lezioni morali da chi negli ultimi anni ha fatto scelte sotto gli occhi di tutti. Da chi ha portato nelle istituzioni personaggi come Ilaria Salis. Da chi ha avuto nelle proprie file amministratori e parlamentari colpiti da condanne, inchieste e scandali, anche per reati gravissimi, compresi quelli di stampo mafioso. E oggi si permettono di decidere chi può parlare e chi no. Chi è degno di entrare nelle istituzioni e chi deve restarne fuori”, così recitava la nota del Comitato Remigrazione e Riconquista dopo le sconsiderate reazioni della sinistra all’annuncio della presentazione in Parlamento della raccolta firme per la proposta di legge di iniziativa popolare sulla remigrazione. Ogni tanto, la sinistra dovrebbe sfogliare il suo “album di famiglia”.

Francesca Totolo

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