Roma, 17 feb – Il Cio (Comitato Olimpico Internazionale) in queste ore è stato investito dalle polemiche mediatiche e politiche per via di alcune sue scelte commerciali. Al centro della disputa c’è la messa in vendita, tramite lo store ufficiale, di una maglietta – che rientra in una più ampia collezione riguardante tutte le edizioni olimpiche – sui giochi di Berlino 1936.
L’operazione commerciale
Sul sito ufficiale del merchandising, infatti, è apparsa una linea di abbigliamento “Heritage” che include anche t-shirt ritraenti la grafica dei Giochi del 1936. Sebbene il design non riporti simboli esplicitamente riconducibili all’allora governo tedesco, il richiamo diretto a un’edizione organizzata dal regime nazista ha scatenato reazioni immediate.
Che, poi, già il fatto che la “propaganda” di allora non avesse inserito certa simbologia autorizzerebbe a pensare che le polemiche postume non sono altro che la strumentalizzazione di chi parte prevenuto verso un passato che è stato consegnato alla storia e tale deve rimanere. Che piaccia o meno.
Il manifesto delle edizioni organizzate in Germania, vieppiù in assenza di simboli propagandistici, non celebrava solo una gara sportiva, ma l’dea che una città e una Nazione – rispettivamente Berlino e la Germania – che si ponevano al centro del mondo usando la bellezza classica per proiettare un’immagine di ordine, forza e grandezza.
La maglietta della discordia: il progetto grafico
Il progetto grafico dell’artista Franz è minimalista quanto efficace: in primo piano domina un atleta muscoloso, reso con uno stile che richiama la scultura classica greca. È incoronato con una fronda di alloro, simbolo universale di vittoria, il suo sguardo è fiero e rivolto verso l’alto per evocare un senso di determinazione Ai piedi dell’atleta, appare l’iconica Porta di Brandeburgo che serve a localizzare l’evento a Berlino, trasformando un simbolo cittadino nel palcoscenico di un evento globale. I cerchi olimpici sono sovrapposti alla biga della Vittoria della Porta di Brandeburgo e legano l’identità tedesca al movimento olimpico internazionale. Il manifesto grazie a una palette cromatica calda, dominata da ori, gialli e marroni, evoca la nobiltà dei metalli delle medaglie e conferisce all’immagine un’aura eroica e senza tempo.
Nonostante la ricchezza del messaggio, il design è pulito, non ci sono dettagli superflui. L’enfasi è tutta sulla verticalità e sulla potenza della figura umana. Eppure il solo riproporre questa locandina ha fatto storcere talmente tanti nasi che si è scatenata una vera e propria competizione, tanto da poter essere annoverata a nuova disciplina olimpica.
Le critiche
Berlino 1936 non fu un’edizione come le altre. La storia (riscritta) ha deciso che fu il palcoscenico in cui la Germania cercò di legittimarsi agli occhi del mondo, nonostante le leggi razziali già in vigore. Pure se Hitler stesso non presenziò ad alcune delle più importanti premiazioni.
Eppure il Cio promuove da sempre valori di pace, inclusione e fratellanza e non fa politica. Allora sarebbe quantomeno doveroso chiedersi il motivo per cui non abbia letto con gli stessi parametri e non col riferimento politico, qualora ci fosse, il messaggio tributato dall’atleta ucraino dello skeleton Vladyslav Heraskevych che avrebbe voluto gareggiare indossando il casco su cui erano serigrafati i volti degli sportivi connazionali morti nella guerra contro la Russia.
Di fronte all’applicabilità senza appello della regola 50.2 della Carta Olimpica che vieta qualsiasi tipo di dimostrazione o propaganda politica, religiosa o razziale nei siti, nelle sedi e in altre aree olimpiche – il Cio la applica per mantenere la neutralità politica durante i Giochi, limitando gesti, abbigliamento o attrezzature personalizzate da parte degli atleti, con l’eccezione di linee guida specifiche – l’atleta giallo-azzurro ha preferito farsi squalificare piuttosto che rinunciare a indossare il casco “commemorativo” e sottostare all’olimpismo da manuale che pretende di tracciare con riga e penna un confine anche quando la realtà lo infrange a gomitate e colpi di cannone.
La difesa (e la reazione) del CIO
Il Cio ha inizialmente giustificato la collezione messa in vendita come un modo per “celebrare la storia del design olimpico attraverso i decenni”. Il che è vero, visto che sono in vendita anche con la grafica della Belle Epoque (Parigi 1900), quella con il Saltare di Londra del 1908, la Lupa di Romolo e Remo dell’edizione italiana del 1960.
Tuttavia, di fronte all’ondata di indignazione il portavoce Mark Adams è stato costretto a scendere nei dettagli dichiarando che “non possiamo riscrivere la storia, i Giochi del 1936 si sono svolti”. Ha poi aggiunto: “la risposta tecnica è che la validità di quei marchi registrati dipende dal nostro utilizzo. Se smettiamo di usarli, altri potrebbero potenzialmente abusarne, quindi ne produciamo un numero limitato”. Numero limitato di t-shirt Heritage collection che ha fatto registrare il sold out in pochissime ore. E, se da un lato, possiamo leggerci “il mito della diffusione”, dall’altro, pensando male ma certi di indovinarci, registriamo un certo retrogusto plutocratico della strategia commerciale. Perchè pecunia non olet.
La fiaccola olimpica: ennesimo cortocircuito
Tutti a scandalizzarsi per le magliette della discordia ma nessuno che sia stato turbato per il passaggio della fiaccola olimpica dalla Grecia per ogni città. Infatti, questo è un falso storico che ebbe un successo planetario che diventò tradizione, frutto della propaganda della Germania del Terzo Reich. L’idea venne a Carl Diem, dirigente sportivo tedesco che pensò di unire la passione per le staffette a quella degli sport della Grecia classica – le lampadedromie, la corsa con le torce. Propose una nuova modalità per aprire le Olimpiadi, ovvero quello di accendere il fuoco a Olimpia e portarlo a piedi grazie a una staffetta di podisti fino alla città ospitante, appunto Berlino. L’idea piacque al Cio e a Joseph Goebbels, Ministro della propaganda del Reich, che convinse Hitler a valorizzarla: nacque la tradizione in uso ancora oggi della fiaccola olimpica.
Così, mentre i “superiori” morali si attaccano alla loro ostentata supponenza e gridano allo scandalo per la locandina delle Olimpiadi del 1936, questa edizione dei Giochi sarà ricordata per le polemiche contro la maglietta commemorativa dell’edizione nazista. Mentre la fiaccola olimpica, indiscutibile trovata della propaganda del Terzo Reich, dalla Grecia e in giro per il mondo continuerà ancora a illuminare i Giochi.
Tony Fabrizio