Roma, 19 gen – Negli ultimi giorni la parola “sicurezza” è tornata in cima alla comunicazione politica con la velocità tipica delle emergenze mediatiche. Dopo l’uccisione di uno studente accoltellato a scuola alla Spezia, il ministro Valditara ha rilanciato l’ipotesi di consentire l’installazione di metal detector negli istituti “a rischio”, accompagnando il tutto con richiami a “autorità e responsabilità”.
Il tema della sicurezza tra decreti spot e violenza reale
La cronaca, però, è più netta di qualsiasi dichiarazione: un ragazzo di 18 anni è morto dopo essere stato colpito con un coltello da un compagno; il movente ricostruito nelle prime indagini è di una banalità feroce, legato a dinamiche relazionali adolescenziali e alla logica dell’umiliazione. Non è un dettaglio: significa che l’arma bianca è entrata nel quotidiano di conflitti che, fino a pochi anni fa, difficilmente arrivavano a quel livello. L’idea del metal detector, in questo contesto, non è una “soluzione”: è un segnale. Certifica che lo Stato prende atto di non riuscire più a garantire un ambiente scolastico ordinario e prova a trasformare un luogo educativo in uno spazio di filtraggio e controllo. Anche chi guida le scuole lo dice apertamente: bene la prevenzione, ma da sola non basta. E infatti il punto vero non è il dispositivo, è la traiettoria che ci ha portato fin lì.
Forme di violenza che arrivano da contesti precisi
Se si vuole restare ai fatti, il problema non è che “l’Italia è diventata improvvisamente un Paese di omicidi”: i dati generali non lo dicono. ISTAT, nel report sulle vittime di omicidio, registra nel 2024 un tasso di 0,55 per 100.000 abitanti e 327 omicidi complessivi, in lieve diminuzione rispetto all’anno precedente. Anche il Viminale, in un elaborato sugli omicidi volontari, riporta per il 2024 un tasso analogo (0,54) e un numero di casi sostanzialmente in linea. È importante dirlo per non fare propaganda al contrario: il punto non è la “strage permanente”, il punto è l’emersione di specifiche forme di violenza – soprattutto giovanile e di gruppo – che impattano la percezione e la vivibilità e che si concentrano in contesti precisi. Ed è qui che gli “spot” iniziano a scricchiolare, perché negli ultimi anni lo Stato ha investito molta energia normativa e mediatica su ciò che è più gestibile sul piano simbolico: curve, piazze, dissenso, ordine pubblico inteso come vetrina. È una dinamica osservabile: si colpiscono aree dove l’intervento è immediatamente rivendicabile, mentre si rincorrono con strumenti tardivi i fenomeni che stanno cambiando davvero il terreno. Il risultato è una sensazione di repressione selettiva: iper-presenza dello Stato dove serve segnare un confine politico, presenza intermittente dove si alza la conflittualità quotidiana.
L’emergenza percepita e la pressione mediatica
Sulla violenza giovanile esistono documenti istituzionali che dicono più di qualunque talk show. Il Servizio Analisi Criminale del Ministero dell’Interno, nei report su “città e gang giovanili” e nella presentazione su “criminalità minorile e gang giovanili”, descrive un fenomeno tipicamente urbano, legato a contesti di movida e territorialità, e soprattutto registrato in decine di province: nel biennio 2022-2023 si parla di 73 province con attività violente o devianti attribuite a gang giovanili. Anche qui: non è “apocalisse”, ma è un indicatore di diffusione territoriale, cioè del fatto che non stiamo parlando di due quartieri “sfortunati” ma di una forma di devianza che tende a replicarsi. In parallelo, mentre la cronaca si riempie di coltelli, il dibattito politico oscilla tra annunci e lessico emergenziale. Persino l’informazione di servizio lo fotografa: il Viminale lavora a pacchetti “anti-maranza” e a norme su coltelli e “armi improprie”, cioè su misure che arrivano quando il tema è già diventato un’emergenza percepita. Anche questo è un fatto: si interviene quando la pressione mediatica diventa ingestibile, non quando i segnali crescono.
L’asimmetria del racconto pubblico
Dentro questo quadro si innesta un’altra frattura, più culturale che giuridica: l’asimmetria del racconto pubblico. Da un lato c’è una tendenza alla normalizzazione di alcuni fenomeni di gruppo giovanile, trattati come subcultura, estetica, “identità di strada”. Dall’altro, c’è un riflesso opposto quando un italiano reagisce o si difende: la lente diventa moralizzante, la biografia diventa processo, la reazione diventa sospetto. Il caso di Jonathan Rivolta, a Lonate Pozzolo, è esploso esattamente così: una tentata rapina finita con la morte di un aggressore e un’immediata trasformazione del protagonista in oggetto di scrutinio pubblico, mentre sul piano giudiziario viene riportato da più testate come non indagato e considerato persona offesa nel fascicolo sulla rapina. Non serve sposare una tesi: basta osservare la dinamica, cioè la rapidità con cui il discorso scivola dalla vittima alla colpa, dal fatto alla psicologia spicciola. Lo stesso schema si vede su Roma, nell’area simbolica per definizione: il Colosseo. Nelle ultime settimane e giorni, tra Capodanno e i fatti più recenti, l’area è stata teatro di risse e violenze riprese e rilanciate, con descrizioni che oscillano tra “maxi rissa” e “agguato”, tra cronaca urbana e immediata politicizzazione delle etichette. RaiNews, parlando dell’aggressione davanti al Colosseo, descrive un attacco di un gruppo numeroso con mazze e coltelli; Repubblica lo incornicia con una formula rituale (“aggressione squadrista”) che sposta subito il baricentro dal problema di sicurezza al frame ideologico. Anche qui, non è questione di simpatia o antipatia per la parola: è questione di priorità del racconto. In un Paese dove il coltello è entrato nelle notti di città e nelle mattine di scuola, il riflesso condizionato è trasformare la cronaca in contesa morale, e non in resa dei conti con la realtà.
La sicurezza e gli slogan travestiti da misure
La distanza tra spot e realtà, quindi, non si misura solo sul numero complessivo di omicidi, ma su tre elementi che i dati e le cronache mettono in fila: l’espansione di violenze di gruppo e armate di coltello in contesti giovanili; la trasformazione di luoghi ordinari (scuole, aree turistiche, nodi urbani) in spazi ad alta conflittualità; la gestione narrativa che tende a spostare la responsabilità dove è più comodo politicamente, non dove è più utile socialmente. È qui che si capisce perché i “metal detector” suonano come uno slogan travestito da misura: sono la prova che il problema è già arrivato al cuore, e che lo Stato lo sta inseguendo.
Sergio Filacchioni