Roma, 28 gen – Non è la proposta di legge a spaventare la sinistra, ma il fatto che esista e che arrivi fin dentro le istituzioni. L’incontro alla Camera dei Deputati del 30 gennaio per il lancio della raccolta firme sulla Remigrazione e Riconquista è diventato il pretesto per una nuova operazione di demonizzazione politica, con Pd e Avs impegnati non a discutere nel merito, ma a chiedere che l’evento venga impedito.
La remigrazione manda la sinistra fuori di testa
«Inaccettabile l’ingresso di esponenti neofascisti nelle aule del Parlamento», ha dichiarato Elly Schlein, parlando di “campagna di odio e discriminazione”. Sulla stessa linea Marco Grimaldi (Avs), che ha invocato un intervento del Presidente della Camera affinché “chi odia la Costituzione” non possa mettere piede a Montecitorio. Per Andrea De Maria (Pd) l’iniziativa sarebbe addirittura uno “sfregio alle istituzioni democratiche”. Parole pesanti, ma che rivelano soprattutto un dato politico: la sinistra non contesta un atto illegale — perché non c’è — ma un atto legittimo. Si tratta di una proposta di legge di iniziativa popolare, depositata secondo le procedure previste, accompagnata da una conferenza stampa regolarmente autorizzata. Non un’irruzione, non un colpo di mano, ma uno strumento previsto dall’ordinamento repubblicano. Ma il punto vero, come abbiamo già detto altre volte, è un altro: la remigrazione rompe un tabù. Mette in discussione il dogma dell’immigrazione irreversibile e il sistema di interessi, economici e ideologici, che attorno ad essa si è consolidato. Per questo la risposta non è il confronto, ma la scomunica morale: “odio”, “razzismo”, “neofascismo”. Etichette usate come clava per evitare qualsiasi discussione sul merito di sicurezza, legalità, equilibrio demografico.
La remigrazione rompe un tabù
Eppure, proprio chi oggi grida allo scandalo ha governato per anni mentre le città cambiavano volto, l’insicurezza cresceva e la gestione dei flussi veniva lasciata tra emergenze permanenti e business dell’accoglienza. Ora si scopre che il problema non è il caos, ma chi prova a metterlo in discussione. L’incontro del 30 gennaio alla Camera segna un passaggio politico chiaro: un tema finora espulso dal perimetro del dicibile entra nel circuito istituzionale attraverso uno strumento democratico. Che la reazione sia la richiesta di impedirlo dice molto sullo stato del dibattito pubblico. Quando una proposta di legge viene trattata come un reato d’opinione, il problema non è più la remigrazione. È la qualità della democrazia.
Vincenzo Monti