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Gli «intoccabili» di Report e il servizio pubblico trasformato in feudo

by Tony Fabrizio
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Roma, 4 set — C’è un’ipocrisia tutta italiana, quasi sublime nella sua sfacciataggine, che attraversa una certa parrocchia del giornalismo d’inchiesta nostrano: la pretesa che la propria fazione sia contemporaneamente tribunale morale, partito politico, sindacato e ultimo baluardo della democrazia, con l’unica differenza che nessuno l’ha mai eletta. E c’è di più: questo piccolo feudo dell’intransigenza non è un giornale privato, ma vive dentro la Rai, cioè il servizio pubblico finanziato anche dal canone dei contribuenti.

La parrocchia di Report che decide sul servizio pubblico

Guardate cosa sta andando in scena attorno a Report. Da una parte Sigfrido Ranucci e la sua corte di pasionari, abituati a processare l’universo mondo in prima serata, a chiedere conto a tutti di tutto e a impartire lezioni di trasparenza, indipendenza e correttezza. Dall’altra Giulia Presutti, individuata dalla Rai per la successione alla conduzione di Ranucci insieme con Daniele Piervincenzi. E così apriti cielo. L’arrivo di qualcuno che non appartiene strettamente al recinto diventa sacrilegio, manco fosse un’invasione straniera. Il metodo che è seguito qualche anno fa avrebbe fatto indignare le ancelle del #MeToo, oggi invece è la prassi militare del sistema democratico a senso unico: insulti professionali, proteste pubbliche, ostracismo, minacce di fuga collettiva. Una condotta più da politburo che una normale discussione interna a un’azienda pubblica.

E così possiamo assistere a Ranucci — dirigente e vicedirettore Rai, non proprio l’ultimo dei precari — che contesta e critica pubblicamente una sua stessa collaboratrice, la stessa professionista che fino a ieri apparteneva alla “sua” squadra e che oggi sembra diventata improvvisamente un corpo estraneo. Le garanzie valgono solo per la cerchia, mentre per gli altri il linciaggio mediatico può diventare una pratica perfettamente accettabile. Ma in questa spregiudicata operazione di guerriglia giornalistica, il capolavoro è firmato Giulia Innocenzi.

Giulia Innocenzi guida la guerriglia giornalistica

La Innocenzi si è infatti trasformata nel capopopolo della rivolta dispensando interviste, patenti morali e ultimatum alla Rai, fino alla minaccia – la lezione l’ha imparata – che, se la proposta dell’Azienda resterà quella attuale, la squadra potrebbe andarsene in blocco. Il concetto è condensato in una frase che meriterebbe di essere incorniciata: «Senza di noi Report non esiste». E qui il piccolo cortocircuito diventa enorme. Perché Report è una trasmissione della Rai, non un feudo ereditario della redazione. Se la Rai è proprietaria del programma, ha il diritto di decidere chi lo conduce e come organizzarlo, assumendosi naturalmente la responsabilità delle proprie scelte. Se invece Report appartiene alla squadra Innocenzi, sarebbe il caso di smettere di chiamarlo servizio pubblico.

La vera meraviglia, però, arriva quando qualcuno decide di fare una cosa terribilmente poco da Report: controllare i documenti. Unirai-Figec ha sostenuto, sulla base delle verifiche effettuate, che Giulia Innocenzi non risulta essere iscritta all’Albo dei giornalisti, né tra i professionisti né tra i pubblicisti. Ora, sia chiaro: una tessera non fa automaticamente un giornalista, così come l’iscrizione a un albo non garantisce talento o indipendenza. Ma la questione è un’altra: se la verifica è corretta, perché la Rai qualifica Innocenzi come giornalista nei propri contenuti ufficiali? Qual è esattamente il suo ruolo professionale? E, soprattutto, perché la trasparenza che Report pretende dagli altri dovrebbe improvvisamente diventare un fastidioso dettaglio burocratico quando riguarda la propria casa? Non è un’accusa: è una domanda. E proprio perché viene da un programma costruito sulla pretesa di fare domande scomode, sarebbe interessante che una risposta arrivasse con la stessa sollecitudine riservata alle domande rivolte agli altri.

Il sistema feudale degli anti-sistema

Il vero paradosso che emerge, quindi, è che la squadra che ha passato anni a raccontare i privilegi dei potenti sembra oggi considerare la propria permanenza nel servizio pubblico un diritto acquisito vita natural durante; chi ha spiegato che nessuno è indispensabile sembra sostenere che senza quella squadra il programma non possa esistere; chi ha costruito la propria reputazione sul controllo del potere sembra non gradire quando il controllo viene esercitato nella propria direzione. È il sistema feudale degli anti-sistema, il “Quinto Potere” di cinematografica memoria, insomma quel potere che si presenta come coscienza civile.

E così una scelta aziendale dettata da una contingenza che vede Ranucci al centro di uno scandalo, diventa uno scontro biblico, con purghe, anatemi e minacce di esodo. La libertà di stampa, del resto, non è la libertà di non essere criticati. E l’indipendenza non è semplicemente immunità dal controllo. Alla fine, dunque, la faccenda non riguarda nemmeno più tanto la successione a Re Sigfrido. Racconta qualcosa di molto più sinistro: la metamorfosi dei moralisti in potentati. Altro che giornalismo d’inchiesta, è soltanto un altro modo per dire sistema.

Tony Fabrizio

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