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Roma, 6 nov – Restano in carcere a Regina Coeli i due rom accusati dello stupro di due ragazzine 14 enni, avvenuto a maggio scorso alla Collatina, periferia di Roma. A loro carico l’accusa di violenza sessuale di gruppo continuata e sequestro di persona. Mario Seferovic, 21 anni, cittadinanza italiana ma figlio di famiglie bosniache, imparentato coi Casamonica, e domiciliato in un campo rom alla periferia di Roma, fa scena muta davanti ai pm avvalendosi della facoltà di non rispondere. Più loquace, anche se di poco e in maniera patetica l’altro rom, Maikon Halilovi, quello che faceva il palo mentre Seferovic stuprava le ragazze: “Non ero lì”, dice.

E gli avvocati che li difendono dicono che non ci sono prove che a violentare la 14 enne adescata su facebook e la sua amica siano stati i loro assistiti, poiché non ci sono referti medici che provino lo stupro. Una circostanza che contraddice le denunce delle sue adolescenti, che oltre ai rivoltanti particolari della violenza, sono emerse le minacce subite nei mesi successivi. “Zitte o fate una brutta fine” è il tenore degli sms che Seferovic, che su facebook si faceva chiamare Seferovic, che su Facebook si fa chiamare “Alessio il Sinto” ha inviato alle sue vittime.

Anche secondo il Gip Costantino De Robbio, i due nomadi hanno agito da belve, premeditando “con estrema freddezza e determinazione, assoluta mancanza di scrupoli e non comune ferocia verso le vittime”. Inoltre, specifica il Gip, “La scelta del luogo, irraggiungibile, dimostra la premeditazione, così come l’utilizzo delle manette”. Sì, perché per rendere più agevole lo stupro il rom ha fatto ammanettare le sue vittime a una grata dal suo amico, quello che doveva restare a guardare e si assicurava che nessuno sopraggiungesse.

Anche la famiglia di Seferovic difende lo stupratore. Peccato che la famiglia in questione sia stata coinvolta in una tratta di schiave dall’Est. In particolare il fratello 30 enne Ibrahim sia stato condannato a tre anni di reclusione con l’accusa di riduzione in schiavitù. Nell’inchiesta sarebbero coinvolti anche i genitori: la madre, Ferida, è finita sul banco degli imputati ma è stata assolta, mentre il padre, Alessandro, è stato condannato con l’accusa di aver vessato le donne costrette a sposare gli uomini del campo, e venivano obbligate a restare nel campo rom, a concedersi ai loro mariti e  a tenere pulite ogni giorno le roulotte in cui vivevano.

Anna Pedri

 

 

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