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Valditara e la scuola-azienda: la sinistra si sveglia con due anni di ritardo

by La Redazione
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Valditara

Roma, 5 mag – Dopo quasi due anni, anche la sinistra sembra essersi accorta della riforma Valditara sugli istituti tecnici. Meglio tardi che mai, verrebbe da dire. Peccato che nel frattempo il tema fosse già stato posto, analizzato e portato in piazza da chi, secondo la vulgata progressista, dovrebbe occuparsi solo di nostalgie, simboli e provocazioni. Mentre il mondo dei collettivi scolastici guardava altrove, Il Primato Nazionale denunciava già nel gennaio 2024 il rischio di una riforma destinata a trasformare tecnici e professionali in un nuovo canale di avviamento al lavoro, più vicino alle esigenze delle imprese che alla formazione integrale dello studente. E mentre oggi Christian Raimo parla di “ridimensionamento della qualità dell’offerta formativa”, la destra radicale studentesca aveva già costruito su quel punto una mobilitazione nazionale.

La sinistra finalmente scopre la Riforma Valditara

Ovviamente, il risveglio di certa sinistra dalle sbornie woke, fotografa un problema reale. La riforma dei tecnici non è una semplice riorganizzazione amministrativa, ma un intervento che incide sul senso stesso della scuola. La riduzione del tempo scuola, l’impianto 4+2, il rapporto sempre più stretto con il mondo aziendale, l’aumento del peso dei percorsi professionalizzanti e la compressione della formazione generale rischiano di produrre una scuola a due velocità: da una parte i percorsi considerati “alti”, dall’altra una filiera tecnica e professionale sempre più piegata alla logica della manodopera immediatamente impiegabile. Il punto non è disprezzare il lavoro, né difendere una scuola astratta, libresca e scollegata dal mondo reale. Il punto è impedire che il lavoro diventi l’alibi per ridurre cultura, formazione, tempo educativo e funzione pubblica della scuola. È esattamente ciò che veniva scritto su queste colonne, quando la riforma veniva presentata dal governo come “rivoluzione” e veniva invece definita per ciò che era: una restaurazione. Non un passo in avanti, ma il ritorno mascherato di un vecchio schema di avviamento, dove ai figli delle classi popolari si offre meno scuola e più addestramento, meno cittadinanza e più adattamento al mercato. La formula è semplice: un anno in meno, più alternanza, più presenza delle aziende, più ITS, più “academy”, più docenti sostituiti da formatori ed esperti provenienti dal mondo privato. Tutto presentato come modernizzazione, quando in realtà la modernità qui coincide con una vecchia idea liberale: lo Stato arretra, l’impresa entra, lo studente diventa risorsa da collocare.

Le realtà della destra radicale sono arrivate prima

E così oggi si scopre che la riforma rischia di diminuire la qualità dell’offerta formativa. Oggi si denuncia che gli studenti dei tecnici vengono pensati come forza lavoro precoce. Oggi si parla di scuola-azienda, di riduzione del tempo in classe, di materie scientifiche e formative sacrificate. Tutto giusto. Ma dov’erano, molti di questi ambienti, quando la questione veniva posta con forza mesi e mesi fa? Dov’erano quando il Blocco Studentesco organizzava manifestazioni, contestazioni e cortei contro la riforma Valditara, denunciando proprio l’aziendalizzazione della scuola pubblica e l’aumento dei Pcto come forma di sfruttamento mascherato? Già l’8 aprile 2024, il movimento giovanile di CasaPound annunciava un corteo nazionale a Verona contro la riforma degli istituti tecnici, e il 13 aprile, più di cinquecento studenti sfilarono contro l’ennesimo passo verso privatizzazione, smantellamento e subordinazione della scuola agli interessi dei privati. Ancora prima, il 20 marzo, a Roma erano comparsi striscioni e azioni contro una riforma giudicata settaria, classista e funzionale a consegnare gli studenti all’alternanza scuola-lavoro mentre i grandi interessi economici avrebbero trovato nuovi spazi dentro l’istruzione pubblica. Questi fatti non spariscono solo perché non rientrano nel racconto comodo della sinistra.

Né progressisti né “destra di governo”

La notizia arrivata da Padova conferma che il tema è finalmente esploso anche in altri ambienti studenteschi. Gli studenti della Rete degli Studenti Medi si sono mobilitati davanti all’Iti Severi, all’Itt Marconi e all’Iis Scalcerle contro la riforma, sostenendo che il percorso 4+2 taglia un anno di formazione generale e rischia di trasformare gli studenti dei tecnici in forza lavoro il prima possibile. Anche qui, il punto è corretto. Ma è lo stesso punto che per due anni è stato lasciato quasi esclusivamente a chi non accettava di farsi incastrare nella caricatura della “destra di governo”. Perché la verità è questa: mentre il centrodestra istituzionale spingeva una riforma liberista e aziendalista, una parte della destra radicale studentesca la contestava da una posizione sociale, nazionale e comunitaria. Questo è il nodo politico che la sinistra fatica ad ammettere. La riforma Valditara non è una deviazione momentanea, ma l’esito coerente di una lunga stagione di riforme scolastiche che hanno progressivamente piegato l’istruzione alle esigenze del mercato. Moratti, Gelmini, Renzi, tecnici, centrodestra e centrosinistra hanno lavorato, con linguaggi diversi, dentro lo stesso orizzonte: meno scuola come comunità educativa, più scuola come piattaforma di competenze spendibili; meno formazione dell’uomo e del cittadino, più addestramento del lavoratore flessibile. Valditara non inventa nulla, e proprio per questo non basta attaccare il ministro di turno: bisogna mettere in discussione l’intero paradigma che ha trasformato la scuola pubblica in un laboratorio permanente di privatizzazione.

La proposta di Valditara è una vecchia idea liberale

La sinistra arriva oggi perché il fronte sindacale si spacca, perché alcune scuole protestano, perché il tema diventa spendibile nel conflitto contro il governo. Ma il problema non nasce oggi. E soprattutto non può essere ridotto alla solita opposizione di facciata tra progressisti e governo Meloni. Qui non si tratta di difendere il vecchio sistema scolastico così com’è, con le sue macerie, i suoi edifici fatiscenti, le sue classi sovraffollate, la sua burocrazia soffocante e la sua incapacità di dare una forma alta alla cultura tecnica. Si tratta di scegliere se la scuola debba ancora essere uno spazio pubblico di formazione nazionale, sociale e culturale, oppure se debba diventare il reparto preliminare delle imprese. In questo senso, la critica alla riforma Valditara deve essere molto più radicale di quella proposta dalla sinistra. Non basta dire che servono più ore, più docenti e più investimenti, anche se servono. Bisogna dire che lo studente non è solo capitale umano, ma un cittadino in formazione, una persona dentro una comunità, una parte del futuro nazionale. Una scuola tecnica degna di questo nome deve formare competenze reali, certo, ma anche cultura, disciplina, conoscenza scientifica, coscienza storica, capacità critica e appartenenza. Senza questa dimensione, il tecnico non diventa più moderno: diventa più povero.

Un ritardo ingiustificabile

Per questo il risveglio tardivo della sinistra va registrato senza complessi. Bene che se ne parli. Bene che gli studenti protestino. Bene che il nodo venga finalmente riconosciuto. Ma la memoria politica conta. Quando quasi nessuno parlava della riforma Valditara, quando i collettivi preferivano inseguire le battaglie ossessive dell’antifascismo, c’era già chi portava in piazza una protesta concreta contro l’aziendalizzazione della scuola. Oggi molti scoprono l’acqua calda. Altri, semplicemente, avevano già acceso il fuoco.

Vincenzo Monti

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