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Alex Zanardi: l'(oltre)uomo che si è beffato del destino

by Tony Fabrizio
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Roma, 5 mag – C’è un modo di stare al mondo che somiglia a una trincea, ma senza il fango e senza l’odio. È una trincea scavata nel destino, dove non si aspetta l’ordine di ritirata perché, semplicemente, quel comando non è previsto dal codice d’onore di certi uomini. Alex Zanardi lo vedi e capisci che la sfortuna, quella che arriva con il rumore di lamiere accartocciate e il silenzio improvviso di un battito che rallenta, ha sbagliato indirizzo. Ha bussato alla porta di uno che non sa cosa farsene della rassegnazione. Di uno che ha ricevuto l’estrema unzione in pista per poi sfuggire pure alla morte. A modo suo. Correndo.

L’appuntamento con il destino

C’è chi chiama la sventura “sfortuna” e chi la chiama “destino”. Per Alex è stata solo una deviazione di percorso, un sentiero più impervio. Nietzsche lo avrebbe guardato con un cenno d’intesa, riconoscendo in lui l’eroe che non subisce il fatum, ma che lo cavalca. In un mondo che si arrende, anche troppo facilmente, al fatalismo del “non si può fare”, Alex ha risposto col sorriso di chi sposta l’orizzonte un metro più in là, ogni santo giorno. Non era solo sport, ma la vita di un corpo che si reinventa per non dare ragione alla polvere.

Lo vedi lì, con le mani che spingono sui pedali di una handbike come se volessero sollevare il mondo intero. Senza gambe, eppure mai così alto. Ha trasformato la sventura in un’occasione, il dolore in una forma di arte cinetica. È l’oltreuomo che sorge dalle lamiere, non per vanità, ma per il semplice, rivoluzionario piacere di esistere oltre ogni limite assegnato. È un ribelle che abbraccia la vita non perché è comoda ma perché è la sua, con tutti dolori e le amputazioni. E la sua vita ricorda la lezione di Nietzsche, quel concetto quasi brutale dell’amor fati. Non è il fatalismo del “così sia”, tipico di chi si arrende al divano o alla memoria dei tempi d’oro.

Sembra quasi sentire in lui quella sua lotta tra ghigno e sorriso: “Cara vita, mi hai tolto le gambe? Bene, vorrà dire che imparerò a correre con l’anima e a pedalare con le braccia”. In lui non abbiamo mai visto il dolore esibito, ma sempre solo la forza di chi ha deciso di abitare il proprio destino come si abita una casa vecchia: aggiustando i tetti, rinforzando le mura, ma senza mai traslocare.

Zanardi, la ribellione di chi non accetta il buio

In lui c’è quella lezione di Dominique Venner che sembra essere scritta appositamente per la sua scia sull’asfalto. L’idea che l’uomo non sia un naufrago in balìa delle onde, ma il capitano che sceglie la rotta anche quando la bussola è rotta. Di non accettare passivamente la vita, ma di costruire la strada da percorrere. Lo scrittore francese parlava di insorgere contro il fatalismo, Jünger di passaggio al bosco: ecco, Zanardi è l’insurrezione fatta carne, è il passaggio dalla vita alla quasi morte fino a nuova vita.

Ogni volta che si è rialzato — e lui solo sa quanto sia stato difficile l’ultima volta — lo ha fatto come un eroe futurista: ha lanciato ancora una volta una sempre nuova sfida alle stelle. Un uomo che guarda alle macchine non come a protesi fredde, ma come a un’estensione della propria volontà di potenza. Ha trasformato il metallo in eroismo qotidiano.

Quel sorriso che sfida il tempo

I tempi moderni insegnano che ci sono uomini che muoiono dentro molto prima che il cuore smetta di battere. E poi ci sono quelli come Alex Zanardi, che incarna il rifiuto del vittimismo: non ha mai chiesto pietà, ha preteso rispetto. Ha visto chiudersi le aorte femorali per permettere al cuore ancora di battere, per avere ancora il coraggio – etimologicamente proveniente da “cuore” – di ricominciare. Ogni volta da zero. Ogni volta con un obiettivo nuovo, che fosse una medaglia olimpica o un semplice respiro riconquistato.

È l’amor fati incarnato: ha amato la propria sorte non perché fosse buona, ma perché era la sua. E l’ha resa magnifica.
Zanardi ci insegna che non sono i colpi che ricevi a definirti, ma come decidi di incassarli e, soprattutto, come decidi di rispondere. È l’indomito che non si volge indietro a piangere sulle tracce di pneumatici lasciate in Germania, ma guarda avanti, verso l’orizzonte, cercando una nuova vetta da scalare.

Un uomo che ha imparato a correre senza gambe, ricordandoci che il vero eroismo non sta nel non cadere mai, ma nell’offendere il destino rialzandosi sempre, con quel sorriso che profuma di sfida e di vittoria.

Destini incrociati: due eroi, una data

Il calendario del motorsport ha chiuso così cerchio simbolico: Alex Zanardi ci ha lasciati nello stesso giorno di Ayrton Senna. Il 1° Maggio non sarà più solo il ricordo di Imola ’94, ma il punto di contatto definitivo tra due icone che hanno sfidato il limite oltre ogni logica umana.

Mentre il mondo commemorava il fuoriclasse brasiliano, la notizia della scomparsa di Zanardi ha squarciato il silenzio. Se Senna rappresentava la perfezione mistica della velocità, Zanardi è stato l’incarnazione assoluta del me ne frego. Entrambi hanno trasformato il rischio in poesia, cadendo sotto il segno di una data che sembra ormai riservata ai semidei della velocità.

Ritrovarsi uniti nel giorno dell’addio a Senna conferisce ad Alex una sorta di investitura eterna: Ayrton, il pilota che cercava Dio nel punto di corda, Alex, l’atleta che ha trovato la vita dove gli altri vedevano la fine. Dopo di oggi resterà il silenzio di un’ultima battaglia, quella più dura, ma l’impronta che ha lasciato è un solco profondo nella nostra rassegnazione. Ci ha dimostrato che il destino è un avversario formidabile, sì, ma che la dignità di un uomo si misura da quanto decide di non farsi bastare la sopravvivenza.

Alex Zanardi non è un numero nella top ten o un nome in una lunga lista di record e primati per abbellire il palmares, ma rimane un monumento alla vita, quella vera, che urla contro il vuoto. E urla di non arrendersi. Mai.

Tony Fabrizio

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