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Dal Roma a Lione “uniti nella battaglia”: la rete politica dietro gli antifa sotto accusa

by La Redazione
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Roma, 17 feb – I legami tra una certa sinistra istituzionale italiana e l’universo dell’antifascismo militante francese oggi sotto i riflettori per la morte di Quentin Deranque non sono suggestioni polemiche. Sono fatti documentati, fotografie, targhe ufficiali, appelli firmati nero su bianco. E soprattutto sono scelte politiche che ora pretendono una risposta chiara.

Il fondatore della Jeune Garde ospite d’onore a Roma

Raphaël Arnault, fondatore della Jeune Garde Antifasciste, è stato premiato il 12 ottobre 2024 a Roma con una targa recante il logo ufficiale del Comune. A consegnarla è stato Amedeo Ciaccheri, presidente dell’VIII Municipio, esponente di Avs e figura storicamente legata ai centri sociali capitolini. La dedica incisa non lascia spazio a equivoci: “Raphaël Arnault, compagno de La France Insoumise. Uniti nella battaglia”. Non una formula istituzionale, ma una dichiarazione politica. Arnault non è un deputato qualunque. La Jeune Garde è stata dichiarata organizzazione violenta e sciolta dal governo francese. Già dal luglio 2024 il nome di Arnault risulta inserito nella categoria “Fiche S”, l’elenco delle persone considerate una potenziale minaccia per la sicurezza nazionale. Eppure a Roma è stato ricevuto, fotografato, celebrato. Non solo. Nelle immagini dell’incontro compare un giovane che lo stesso Ciaccheri, contattato telefonicamente, non ha smentito essere Jacques-Élie Favrot, collaboratore parlamentare di Arnault. Favrot è oggi indicato da numerose testimonianze come uno dei partecipanti al pestaggio che ha portato alla morte di Quentin a Lione, al termine della conferenza della parlamentare Rima Hassan a Science Po. Dopo la presentazione di una denuncia e la raccolta di diverse testimonianze, la presidente dell’Assemblea nazionale francese, Yaël Braun-Pivet, ha sospeso il diritto di accesso di Favrot al Parlamento.

Da Roma a Lione, la rete per il “rafforzamento dell’azione antifascista”

Il quadro che emerge è inquietante. A Lione un giovane di 23 anni viene circondato e massacrato da un gruppo riconducibile alla Jeune Garde. In Francia si apre un’inchiesta per omicidio volontario. A Roma, pochi mesi prima, il fondatore di quel gruppo viene premiato con un riconoscimento ufficiale e accolto come interlocutore politico. Quando la vicenda esplode, il post celebrativo viene cancellato. Anche il consigliere regionale del Lazio Claudio Marotta, sempre di Avs, elimina il proprio messaggio di sostegno. Il problema non è la cancellazione, ma ciò che è accaduto prima. Il 21 gennaio, a poche settimane dai fatti di Lione, viene promosso un “Appello internazionale per il rafforzamento dell’azione antifascista e antimperialista”. Tra i firmatari francesi figurano Jean-Luc Mélenchon e Rima Hassan. Compare anche Cem Yoldas, portavoce della Giovane Guardia Antifascista. Tra gli italiani compaiono quattro nomi: Eliana Como della Cgil, Nadia De Mond, Mimmo Lucano e Ilaria Salis, entrambi europarlamentari di Avs. La domanda è politica prima ancora che giudiziaria. È opportuno firmare un appello insieme al portavoce di un’organizzazione dichiarata violenta dal governo francese? È sostenibile continuare a parlare di “antifascismo militante” come categoria neutra quando uno dei suoi ambienti di riferimento è coinvolto in un’aggressione mortale? È credibile rivendicare una semplice iniziativa personale quando su una targa compare il logo ufficiale del Comune di Roma e la firma istituzionale di un presidente di Municipio?

Dopo Lione nessuno può far vinta di non vedere

A Lione non si è consumato un incidente isolato. Si è manifestato un programma politico, basato su anni di legittimazione politica, di copertura morale, di retorica che dipinge l’avversario come nemico assoluto. Quando il conflitto viene descritto come “battaglia” e quando si invoca l’“azione concreta” senza mai chiarirne i confini, la linea tra mobilitazione e violenza si assottiglia fino a scomparire. Chi ha firmato, premiato, fotografato e rilanciato oggi ha il dovere di prendere posizione pubblicamente. Non con formule ambigue o silenzi tattici, ma con una parola netta. Perché la responsabilità politica non si esaurisce nelle aule di tribunale. Si misura nella coerenza tra ciò che si proclama e ciò che si sostiene. Il sangue versato a Lione non riguarda solo la Francia. Interroga anche l’Italia. Interroga chi, nelle istituzioni, ha scelto di costruire ponti con ambienti che oggi sono al centro di un’inchiesta per omicidio. E impone una chiarezza che finora è mancata. Perché quando la violenza entra nella contesa politica, nessuno può fingere di non aver visto.

Vincenzo Monti

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