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Roma, 30 set – Lo scandalo Russiagate sta prendendo una nuova piega negli Usa: Facebook e Twitter affermano di aver bloccato centinaia di account in qualche modo collegabili al governo russo colpevoli di orrendi delitti: aver influenzato le elezioni Presidenziali dello scorso anno, diffondere fake news, favorire il conflitto sociale nel paese diffondendo opinioni violente. Il tutto è, in questi termini, una enorme e palese sciocchezza: al massimo il tentativo di strumentalizzare politicamente quella che invece è effettivamente una nuova fase del mondo “social” che si stanno evolvendo (o stanno diventando anche) in strumenti politici e geopolitici.



Non analizzeremo quindi nel dettaglio in queste righe la narrazione del Russiagate, la liquideremo in poche righe e approfondiremo il discorso più generale all’interno del quale questi scontri sono nati. La questione “fake news” è ridicola dal momento che ovviamente in termini di quantità e qualità i media mainstream diffondono molte più notizie false e con un maggiore impatto senza che nessuno si scandalizzi, ma che tutto venga considerato un piccolo prezzo all’interno della normale dialettica politica da pagare in nome della “libertà di stampa”. Lo stesso si può dire per l’accusa di alimentare “conflitto sociale”: nessuno può competere con l’impegno profuso dalla Cnn in questi mesi per giustificare le assurde violenze degli Antifa americani o di organizzazioni che oramai hanno assunto contorni paramilitari come Black lives matter. In merito poi alle collusioni basterebbe passare qualche ora su Wikileaks per trovare interessanti mail, mai smentite e considerate autentiche dagli stessi media, di altissimi responsabili di Google preoccupati di voler aiutare Hillary a vincere contro Trump o addirittura una interessante mail scritta al capo campagna elettorale della Clinton, il famigerato John Podesta, in cui Zuckerberg in persona scrive “Spero sia ok se mi prendo un po’ di tempo per sviluppare le vostre idee e i vostri progetti” (per i curiosi, se volete scrivere al Ceo di Facebook, l’indirizzo è zuck@fb.com).

russiagate social networkL’idea di “social” è in questo decennio l’equivalente di internet venti anni fa pertanto superata una fase “anarcoide e libera” si è andati verso una strutturazione ed una politicizzazione di quella realtà. Ora stiamo entrando in una fase di “geopoliticizzazione” dei social. La Cina vieta l’utilizzo di Facebook da anni e in questo mese ha bloccato addirittura la piattaforma di messaggistica Whatsapp (che appartiene, con relative informazioni, a Facebook). La Russia ha varato una legge sulla gestione delle informazioni alla quale LinkedIn non ha saputo adattarsi ed infatti è stato vietato. Nascono social che sono copie di Facebook, ma che hanno diverse localizzazioni ( come il famoso VK in Russia). Cosa sta accadendo? e soprattutto, perchè?

Dobbiamo considerare i social come un enorme database dalle infinite potenzialità: a livello di fruizione “pubblica” apre inediti scenari di intelligence “open source” ( cioè tramite dati non criptati, ma rintracciabili liberalmente). Pensiamo ad esempio al già citato LinkedIn: permette di ricostruire il profilo professionale di un individuo completamente, scovando tutte le esperienze anche minimamente rilevanti e permette anche di identificare tutti i potenziali contatti professionali. Questo genere di informazione, apparentemente banale, in certi ambiti come l’ingegneria nucleare o la sicurezza informatica, è già ad esempio una informazione con valenza militare.

Inoltre se analizziamo invece le informazioni che vengono gestite dal lato dei possessori dei social arriviamo ad avere dati di valore ancora superiore, potenzialmente infinito: messaggi privati, tempi di connessione, frequentazioni amicali ricavabili sia per un preciso individuo sia per un bersaglio più ampio come “tutti coloro che simpatizzano per un preciso partito o che abitano in una precisa città. Sono diventati lo strumento di intelligence definitivo. E non è pensabile che i governi, con un minimo di progettualità politica, possano ritenere accettabile che questa enorme massa di informazioni vitali possa essere gestita da azienda private non controllabili, spesso sospettosamente legate al ceto politico americano, in particolare al mondo sinistro e di sinistra del ceto politico americano.

Non possiamo ancora sapere quali saranno le reazioni dei singoli esecutivi, quel che è certo è che i social verranno infinitamente più controllati e messi sotto il controllo politico nel tentativo di controllare il circolare di informazioni, anche a costo di limitare la circolazione di idee e libertà. Confidiamo nella compresione che ogni limitazione alla libertà verrà sempre spacciata come necessaria per tutelare la verità e la sicurezza e che possa trarre interessanti collegamenti con la lotta alle fake news o alla propaganda fascista sui social e agli strumenti giuridici che le classi politiche occidentali stanno elaborando, così spaventosamente simili agli strumenti di governi che siamo soliti chiamare dittature.

Guido Taietti



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