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L’antifascismo non ne lascia passare una: dal lungolago dedicato a Ramelli al ricordo di viale Abruzzi

by Sergio Filacchioni
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Sergio Ramelli antifascismo

Roma, 12 ago – L’antifascismo italiano ha almeno un pregio: la testardaggine. Non ne lascia passare una. Basta che una lapide, un’intitolazione, una commemorazione o perfino il ricordo di alcuni morti incrini di qualche millimetro la gerarchia ufficiale della memoria perché scatti immediatamente la reazione. È accaduto, ancora una volta, a Verbania, dove la decisione di intitolare un tratto del lungolago a Sergio Ramelli ha provocato una petizione che in pochi giorni ha raccolto quasi 1.800 firme e, soprattutto, la presa di posizione del Partito Democratico piemontese.

Il Pd Piemonte contro l’intitolazione del lungolago a Sergio Ramelli

La petizione, pone una questione assurda ma comunque circoscritta: si contesta il luogo scelto, perché proprio da quel tratto nel 1944, sarebbero partiti i partigiani catturati durante il rastrellamento della Val Grande e successivamente fucilati a Fondotoce. Il promotore, Riccardo Riccardi, ha voluto precisare (ma non ce n’era bisogno) di non avere nulla contro Ramelli e di ritenere possibile individuare un altro spazio. Il Pd Piemonte invece va molto oltre. L’intitolazione sarebbe «uno schiaffo alla storia e all’identità di Verbania» perché Ramelli militava nel Fronte della Gioventù, organizzazione di destra radicale. E qui la questione cambia completamente: è proprio Ramelli a non poter entrare nel recinto della memoria civica. La pietà individuale gli viene concessa: era una vittima, certamente, un ragazzo di diciotto anni ucciso dopo essere stato aggredito a colpi di chiave inglese da militanti di Avanguardia Operaia. Ma questa pietà termina esattamente nel momento in cui dalla dimensione privata si passa a quella pubblica. Può essere compianto; non può essere indicato da una targa.
È una distinzione rivelatrice. «Ogni vittima merita rispetto e pietà umana», scrive il Pd, ma intitolare uno spazio pubblico significa proporre «un modello civico condiviso». E quindi no: chi ha militato in un’organizzazione definita neofascista resta fuori. In altre parole, la morte non chiude il conflitto politico. Non lo sospende, non lo neutralizza, non rende equivalenti le memorie. L’appartenenza sopravvive alla vittima e continua a determinarne il posto nella gerarchia simbolica della Repubblica.

La Russa non può ricordare tutti i morti

È esattamente ciò che, con modalità differenti, è riemerso in questi giorni anche a Milano nel ricordo di piazzale Loreto. Il 10 agosto si è commemorata la fucilazione dei quindici detenuti antifascisti prelevati da San Vittore e uccisi nel 1944 dai militi della Rsi su ordine tedesco. Due giorni prima, però, un attentato in viale Abruzzi contro un mezzo tedesco aveva provocato la morte di dieci civili italiani, senza uccidere soldati tedeschi. Il presidente del Senato Ignazio La Russa ha ricordato anche quelle vittime. È bastato questo perché tornasse immediatamente in funzione il dispositivo della memoria antifascista. Articolo21 ha accusato La Russa di voler trasformare un’azione partigiana inserita nella guerra di liberazione in un «crimine partigiano». Massimo Castoldi, nipote di uno dei quindici fucilati di Loreto, ha giudicato «storicamente fuorviante» qualsiasi equiparazione tra i martiri della Resistenza e le vittime civili dell’attentato. Il presidente dell’Anpi milanese Primo Minelli ha poi liquidato la questione alla radice: la pacificazione sarebbe già avvenuta il 25 aprile 1945 e con la Costituzione. Non si possono ricordare tutti i morti, ma soprattutto non li si può disporre sullo stesso piano.
E qui sarebbe troppo facile piangere per il solito doppio standard della sinistra: c’è stata, c’è e ci sarà sempre la selezione e la distinzione. E proprio per questo la testardaggine gli va riconosciuta come pregio. L’antifascismo non sta tradendo se stesso quando rifiuta equiparazioni e memorie condivise: sta facendo esattamente ciò per cui esiste, assolve al suo ruolo storico e al suo compito politico con una continuità stupefacente.

Sulla percezione del passato non è prevista neutralità

Lo abbiamo detto molte volte: l’antifascismo non è mai stato soltanto la condanna storica e circoscritta dell’Italia fascista. È soprattutto un principio ordinatore della memoria pubblica. Stabilisce genealogie, assegna legittimità, distingue i morti, seleziona i simboli compatibili con il racconto fondativo dello Stato. Da questo punto di vista, la polemica su Ramelli e quella sulle vittime di viale Abruzzi sono due manifestazioni della stessa logica. Ramelli – così come tanti altri ragazzi – può essere al massimo riconosciuto come vittima di una generica e indistinta “violenza politica”, ma la sua militanza impedirebbe di elevarlo a figura pubblicamente condivisibile. I civili morti l’8 agosto possono essere pianti, ma non devono diventare il contrappeso dei quindici fucilati due giorni dopo, perché questo incrinerebbe la distinzione tra il campo storicamente legittimo e quello sconfitto. Si deve ricordare Piazzale Loreto, non viale Abruzzi; si deve andare in pellegrinaggio alle fosse ardeatine, non a via Rasella. E così via. Ecco perchè gli antifascisti non ne lasciano passare una, nemmeno per sbaglio: una targa, un parco, una via, un francobollo. Per un mix letale di ossessione patologica e consapevolezza (questa sì, gli va riconosciuta) che la memoria è politica. Per loro una targa non è mai soltanto una targa e il nome sul lungolago non è soltanto il ricordo di un morto. Mettere in relazione vittime appartenenti a campi differenti significa modificare lentamente la percezione con cui una comunità racconta il proprio passato. E su quella percezione non è prevista neutralità.

La pacificazione rimane un’illusione

Qui ritorna la parola che una parte della destra continua periodicamente a evocare come un elisir: pacificazione. Abbiamo già scritto perché sia una categoria politicamente insufficiente. Non perché sia sbagliato avere pietà per tutti i morti, né perché l’Italia debba vivere eternamente una guerra civile per procura. Ma perché la pacificazione presuppone qualcosa che semplicemente non esiste: la disponibilità reciproca a depoliticizzare il passato. Una parte della destra immagina ancora che, trascorsi ottant’anni, sia possibile arrivare a una memoria nazionale nella quale partigiani, ragazzi di Salò, vittime della violenza comunista, morti civili e protagonisti della Repubblica possano essere ricomposti dentro una superiore concordia italiana. L’antifascismo, da quello più istituzionale a quello più radicale, risponde da decenni nello stesso modo: no. E, dal proprio punto di vista, ha perfettamente ragione. Perché accettare quella ricomposizione significherebbe rinunciare alla propria funzione politica. Quando l’Anpi sostiene che la pacificazione è già avvenuta con il 25 aprile e con la Costituzione sta infatti dicendo qualcosa di molto preciso. Quella che chiama pacificazione non è la riconciliazione tra due memorie: è la vittoria definitiva e militare di una parte sull’altra, successivamente istituzionalizzata e ritualizzata. La pace coincide con l’ordine prodotto dalla vittoria alleata in Europa. Gli altri possono essere tollerati al suo interno, ma non pretendere una pari legittimità simbolica. E lasciatecelo dire: è una posizione infinitamente più coerente di quella di chi continua a presentarsi con un mazzo di fiori in una mano e l’invito a «superare le divisioni» nell’altra.

Il compito storico dell’antifascismo

La vicenda di Verbania serve allora a ricordare una cosa elementare. I caduti della lunga guerra civile, in cui rientrano anche i nomi della generazione di Sergio Ramelli, non sono diventati più digeribili perché sono passati ottant’anni. Forse sarebbe allora più utile smettere di domandare all’antifascismo ciò che l’antifascismo non ha nessuna intenzione di concedere. Le memorie politiche non vivono perché dimenticano le proprie distinzioni, ma perché le conservano, le accentuano e le radicalizzano. La sinistra italiana questo lo ha capito da sempre. Una parte della destra continua invece a sorprendersene ogni volta che qualcuno contesta una targa, una corona di fiori o persino il diritto di mettere due nomi nella stessa frase. È il modo in cui funziona l’ordine nato dalla guerra civile. E ottant’anni dopo, a quanto pare, nonostante brevi parentesi e pie illusioni sulla fine della storia e delle ideologie, nessuno ha davvero deposto le armi.

Sergio Filacchioni

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