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La sinistra è sempre contro l’autonomia vera: dai territori al riarmo europeo

by La Redazione
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autonomia sinistra

Roma, 12 ago – C’è un equivoco che attraversa da anni il discorso politico italiano: confondere l’autonomia con il diritto di dire no. È una distinzione tutt’altro che accademica. L’autonomia è capacità di scegliere, costruire, produrre e sostenere materialmente le proprie decisioni. Il veto, invece, è soltanto la possibilità di impedire che qualcun altro faccia qualcosa. La sinistra italiana, che oggi si coagula nel sedicente “campo largo”, invece sostituisce la prima con il secondo. E il risultato è un curioso sistema nel quale i territori vengono continuamente evocati contro infrastrutture, impianti e industria, salvo essere dimenticati non appena pretendono di esercitare realmente una propria capacità politica. Lo stesso meccanismo si riproduce su scala molto più grande quando si parla dell’Europa: autonomia strategica sì, almeno nelle dichiarazioni; ma molta più cautela quando questa autonomia richiede eserciti, produzione industriale, energia e capacità materiale. Il caso Sardegna rende la contraddizione particolarmente evidente.

La sinistra e il nodo irrisolto: cosa vuol dire autonomia?

A maggio oltre cento tra scienziati, ricercatori ed esperti hanno scritto ai leader del campo largo chiedendo di mettere fine ai «no a priori» contro eolico e fotovoltaico. La Sardegna governata da Alessandra Todde era indicata come il caso più problematico. Bonelli e Fratoianni hanno incontrato i promotori della lettera; Schlein e Conte, secondo la ricostruzione del Foglio, hanno invece evitato finora un confronto diretto. L’appello, inizialmente sottoscritto da 75 persone, ha successivamente superato le cento adesioni. L’imbarazzo si comprende facilmente. La giunta Todde ha provato più volte a rallentare la proliferazione dei grandi impianti rinnovabili sull’isola. La legge sarda sulle aree idonee arrivava a introdurre un vero divieto nelle aree considerate non idonee, impostazione poi censurata dalla Corte costituzionale. Ancora nel luglio 2026 la Consulta è intervenuta sulla disciplina regionale, confermando che la qualificazione di un’area come non idonea non può essere trasformata automaticamente in un divieto assoluto. Todde, dal canto suo, rivendica la necessità che la Sardegna possa governare la propria transizione e ha ottenuto anche pronunce favorevoli contro provvedimenti statali che avevano ignorato norme regionali ancora vigenti. Il conflitto, dunque, non può essere liquidato semplicemente come ambientalismo contro antiambientalismo: riguarda chi possieda il potere di decidere sul territorio. Ed è proprio qui che la sinistra cade nella trappola che ha costruito per gli altri.

Il “territorio” come dividi et impera della sinistra

Per anni il “territorio” è stato utilizzato come argomento definitivo contro qualunque trasformazione materiale di una certa scala. Il Ponte sullo Stretto ne è oggi la rappresentazione perfetta. Schlein continua a chiedere di fermare l’opera e di trasferirne le risorse verso altri interventi locali; nel gennaio scorso ha proposto esplicitamente di dirottare un miliardo dal Ponte dopo i danni provocati dal maltempo in Sicilia. Il territorio funziona così come una sorta di pistola politica puntata contro l’opera: esiste sempre un interesse locale, un’emergenza, una tutela paesaggistica, un comitato o una diversa priorità attraverso cui contestare l’infrastruttura strategica. Ma questo non è autonomismo. L’autonomia non consiste nel moltiplicare i punti nei quali una decisione può essere bloccata. Consiste nell’attribuire a una comunità politica una maggiore capacità di assumersi responsabilità, raccogliere risorse e scegliere il proprio sviluppo.

La differenza emerge chiaramente sull’autonomia differenziata. Pd e Movimento 5 Stelle sono schierati contro il trasferimento di maggiori competenze alle Regioni, considerandolo un fattore di diseguaglianza territoriale. Il M5S inserisce esplicitamente tra i propri obiettivi l’abrogazione della legge e propone perfino una riduzione del potere regionale a vantaggio dei comuni. Il livello territoriale viene dunque valorizzato, ma soprattutto nella sua dimensione amministrativa e partecipativa, molto meno come centro autonomo di decisione politica. Il principio sembra essere: mille territori capaci di opporsi, pochissimi territori capaci di decidere.

Dai territori all’Europa, mai autonomia vera

Lo stesso paradosso si riproduce su una scala immensamente più grande. L’Europa scopre improvvisamente di dipendere dagli Stati Uniti per la propria sicurezza, dall’estero per buona parte dell’energia e da catene produttive globali per settori industriali decisivi. In altre parole, scopre di non essere autonoma. La soluzione non può essere esclusivamente istituzionale. Una potenza europea realmente autonoma necessita di capacità militare, industria pesante, produzione energetica, infrastrutture, ricerca e disponibilità a impiegare risorse pubbliche nella costruzione della propria forza. Ed è precisamente qui che una parte consistente della sinistra si arresta. Il Movimento 5 Stelle rifiuta apertamente l’aumento della spesa militare e ha fatto del “no al riarmo” uno dei propri temi politici. Il Partito democratico adotta una posizione più articolata: Schlein sostiene la difesa comune europea, ma rifiuta il riarmo nazionale e ha contestato i piani di aumento della spesa che non conducano immediatamente a una struttura militare comune. Ancora nel luglio 2026 dirigenti democratici ribadivano la formula: difesa europea sì, riarmo nazionale no. La distinzione lascia aperta una domanda che prima o poi bisognerà affrontare: con quali capacità materiali si costruisce la difesa comune? Perché un esercito europeo non nasce semplicemente eliminando ventisette bandiere dalle caserme. Servono fabbriche, munizioni, sistemi d’arma, cantieri, satelliti, energia, logistica e soprattutto investimenti. L’autonomia strategica non è una formula diplomatica ma una condizione materiale.

Il campo largo si scioglie nelle sue contraddizioni

Ecco perchè energia, industria, infrastrutture e difesa tornano improvvisamente a essere la stessa questione. Una regione è autonoma se possiede strumenti sufficienti a indirizzare il proprio sviluppo. Una nazione è autonoma se può costruire le infrastrutture necessarie alla propria economia. Un continente è autonomo se può difendere i propri interessi senza dipendere strutturalmente da una potenza esterna. Cambiano le dimensioni, non cambia il principio. Ed è questo che rende interessante il caso Todde. La sinistra che normalmente oppone il territorio alle grandi opere scopre improvvisamente quanto possa essere problematico il veto territoriale quando a essere bloccata è una delle proprie priorità strategiche, la transizione alle rinnovabili. Il problema non consiste nel decidere se abbia ragione Roma oppure Cagliari. Consiste nell’ammettere finalmente che autonomia e immobilismo non sono sinonimi. Un territorio che può soltanto impedire non è autonomo. Un’Europa che può soltanto regolamentare le potenze altrui non è autonoma. Una nazione incapace di costruire un ponte, una centrale, una fabbrica o un sistema d’arma perché ogni decisione può essere paralizzata da una catena infinita di veti non è più democratica: è semplicemente incapace di agire. La vera autonomia comincia esattamente nel punto che la cultura del veto ha cercato di rimuovere: quando qualcuno deve finalmente assumersi il potere e la responsabilità di decidere.

Vincenzo Monti

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