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Ceuta, altro che propaganda di Roma: ora tutta l’Europa vuole chiudere i confini

by La Redazione
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Roma, 11 ago – Alla fine il problema di Giorgia Meloni sembra essere diventato un problema di tutti. Per più di una settimana ci hanno spiegato che i controlli italiani dopo la crisi di Ceuta fossero una reazione isterica, una misura elettorale, una provocazione contro la Spagna e, naturalmente, l’ennesimo cedimento alla retorica della paura. Peccato che nel frattempo 22 governi europei abbiano sottoscritto una lettera contro Madrid chiedendo di impedire che attraversamenti incontrollati, strumentalizzazione delle migrazioni e minacce ibride rendano possibile l’ingresso illegale nell’Unione europea.

Ventidue. Non soltanto Roma. Ci sono la Danimarca socialdemocratica, la Polonia di Donald Tusk, la Finlandia, la Svezia, la Germania. Persino gli Stati che hanno rifiutato di isolare Madrid chiedono un rafforzamento delle frontiere esterne. Altro che emergenza inventata dalla destra italiana: Ceuta ha semplicemente costretto l’Europa a dire ad alta voce ciò che fino a pochi anni fa era politicamente sconveniente ammettere. I confini esistono e qualcuno deve controllarli.

Ceuta: è sempre più difficile chiamarla propaganda

Il dato politico è perfino più importante della crisi in sé. Italia e Danimarca hanno promosso una lettera sottoscritta da altri venti Paesi nella quale si parla esplicitamente di «attraversamenti di massa incontrollati», «strumentalizzazione della migrazione» e «minacce ibride». Sono praticamente le stesse categorie che per giorni sono state trattate dalla sinistra italiana come il vocabolario apocalittico di un governo alla disperata ricerca di consenso. E qui comincia il divertimento.
La premier danese Mette Frederiksen è socialdemocratica e guida da anni una politica migratoria che farebbe svenire buona parte del centrosinistra italiano. Dopo Ceuta ha affermato che l’Unione deve prendere in considerazione tutte le opzioni, compresa la sospensione della cooperazione Schengen. Donald Tusk, uno dei simboli dell’europeismo liberale e certamente non un alleato ideologico della Meloni, ha rafforzato i controlli alle frontiere polacche e governa un Paese che ha costruito 186 chilometri di barriera d’acciaio contro la pressione proveniente dalla Bielorussia. La Svezia del moderato Ulf Kristersson ripete che «il 2015 non deve ripetersi». La Germania di Friedrich Merz vuole tornare ad applicare con maggiore rigidità il principio di Dublino. Se questo è estremismo, evidentemente l’estremismo ha conquistato quasi tutto il continente.

Il Fatto scopre che destra e sinistra non sono più così diverse

Persino Il Fatto Quotidiano è costretto a registrare il fenomeno, osservando che sulla chiusura dei confini «la differenza tra destra e sinistra non esiste quasi più». La spiegazione proposta è prevedibile: campagne elettorali, crescita delle destre radicali, governi moderati costretti a rincorrere i populisti. Naturalmente il fattore elettorale esiste. Ma utilizzarlo come spiegazione universale significa ancora una volta scambiare l’effetto per la causa. Perché le destre radicali crescono proprio sulla questione migratoria? Perché governi socialdemocratici, liberali e conservatori sono costretti progressivamente a irrigidire le proprie politiche? Perché la Svezia ricorda ossessivamente il 2015, la Polonia costruisce muri, la Danimarca restringe l’asilo e persino la Francia di Macron aumenta i controlli? Forse perché milioni di europei hanno semplicemente cambiato opinione dopo aver osservato per dieci anni le conseguenze politiche, sociali e securitarie delle migrazioni di massa.
Attribuire ogni correzione di rotta alla “pressione dell’ultradestra” permette di non riconoscere il fatto più semplice: la vecchia politica migratoria europea ha perso consenso perché ha prodotto problemi reali. Non è Marine Le Pen ad averli inventati , e nemmeno AfD. Così come non è Giorgia Meloni e il suo governo ad avere inventato la crisi di Ceuta. Ma soprattutto non è la propaganda italiana ad avere convinto ventidue governi europei a firmare una lettera contro la gestione spagnola della frontiera.

Anche chi difende Madrid vuole frontiere e confini più forti

Il paradosso è ancora più evidente osservando il piccolo fronte che ha rifiutato di isolare Sánchez. Francia, Portogallo, Irlanda e Lussemburgo non hanno sottoscritto la lettera dei 22. Ma nessuno di questi governi sostiene che le frontiere debbano rimanere aperte o che il controllo dell’immigrazione sia una fissazione sovranista. Dublino ha chiesto una risposta europea comune per proteggere le frontiere esterne dall’immigrazione illegale. Parigi ha rafforzato la presenza di polizia al confine spagnolo. Anche Macron, che sicuramente non vuole demolire Schengen, deve accettare che le frontiere esterne possono essere difese. È questa la vera trasformazione avvenuta in Europa. La discussione non è più tra chi vuole controllare le frontiere e chi non vuole farlo. È sempre più una discussione su chi debba controllarle, con quali strumenti e fino a che punto sia possibile sospendere la libera circolazione quando la frontiera esterna viene travolta. E per adesso è una differenza enorme.

Per trent’anni una parte consistente dell’establishment europeo ha raccontato che la libera circolazione potesse essere separata dalla sovranità territoriale. Schengen sarebbe stato il simbolo di un continente finalmente liberato dalle vecchie frontiere nazionali. Ma Schengen funziona precisamente a una condizione: che qualcuno controlli seriamente il perimetro esterno. Quando quel controllo salta, gli Stati ricominciano inevitabilmente a guardare ai propri confini. Perché nonostante tutto la sovranità territoriale è una funzione dello Stato prima ancora di essere una posizione ideologica. Se decine di migliaia di persone possono attraversare una frontiera esterna in poche ore, se uno Stato terzo può allentare deliberatamente i controlli e utilizzare quella pressione come strumento diplomatico, se i movimenti secondari costringono gli altri Paesi europei a reagire, allora il problema esiste indipendentemente dal colore politico di chi governa.

Altro che solo Roma, tutta Europa

Per questo, dopo una settimana di lezioni sull’isteria italiana, il quadro europeo assume contorni quasi comici. La Meloni sospende temporaneamente alcuni automatismi di Schengen e viene accusata di avere trasformato Ceuta in propaganda elettorale. Poi la Spagna introduce controlli nei confronti dell’Italia. Ventidue governi firmano una lettera contro Madrid. La Danimarca socialdemocratica propone di valutare perfino la sospensione della cooperazione Schengen. Francia, Irlanda e Portogallo difendono Sánchez, ma chiedono comunque frontiere esterne più forti. Evidentemente la domanda posta da Roma è diventata la domanda dell’intera Europa: chi controlla il confine? Ed è una domanda alla quale slogan come «accoglienza», «solidarietà» e «libera circolazione» non bastano più a rispondere.

La crisi di Ceuta ha quindi prodotto un risultato che va molto oltre lo scontro tra Italia e Spagna. Ha dimostrato che il vecchio compromesso ideologico sull’immigrazione sta saltando. Socialdemocratici, popolari, liberali e sovranisti possono ancora litigare sulle soluzioni, sui rimpatri, sulle quote e su Schengen. Ma quasi nessuno, ormai, osa più sostenere seriamente che una frontiera aperta sia di per sé una virtù. Per anni ci hanno spiegato che soltanto la destra fosse ossessionata dai confini. Dopo Ceuta è bastata una settimana per scoprire che, quando il confine viene davvero travolto, il problema è di tutti.

Vincenzo Monti

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