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Il sovranismo vince anche a tavola: premiato il made in Italy alimentare

by Fabrizio Vincenti
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Roma, 10 feb – L’italianità, malgrado tutto, continua a essere attrattiva quando si tratta di mettere prodotti nella borsa della spesa. Lo certificano i dati dell’ultima edizione dell’Osservatorio Immagino Nielsen GS1 Italy, che incrocia le informazioni riportate sulle etichette dei 94.179 prodotti di largo consumo digitalizzati a giugno 2018 dal servizio Immagino di GS1 Italy con le rilevazioni Nielsen su venduto, consumo e fruizione dei media.

Il valore del 100% italiano

L’etichetta dei prodotti nazionali è percepita come un valore. Anzi, come il valore più importante: diciture come “made in Italy”, “100% italiano”, “solo ingredienti italiani”, pittogrammi come la bandiera nazionale e indicazioni geografiche riconosciute si ritrovano in oltre il 25 per cento del packging. Numeri che certificano come l’italianità dei prodotti alimentari resti il fenomeno più rilevante: che si guardi al fatturato o al numero dei prodotti coinvolti, nel largo consumo vince l’Italia. E forse non a caso l’elemento più utilizzato sulle confezioni è proprio il tricolore: è rintracciabile su 9682 prodotti (il 14 per cento del totale). L’offerta è cresciuta anche per il claim “prodotto in Italia” che rappresenta il 10,8 per cento del totale, mentre “100% italiano” riguarda il 5,5, ma nell’ultimo anno è cresciuto addirittura dell’8,6 per cento. Alcuni prodotti, ovviamente, utilizzano contemporaneamente più di un claim.

Più modeste, inevitabilmente, le percentuali di dop, igp, doc e docg. Se si guarda al più prosaico dato sulle vendite, il quadro non cambia: i prodotti con la bandiera nazionale, tanto per dire, rappresentano il 13,9 per cento del totale, quelli con la scritta “100% italiano” il 7,7. E l’accentuazione dell’italianità dei prodotti passa anche dal rimarcare la provenienza regionale. In questo senso, la palma dei prodotti più identitari va all’Alto Adige: è la regione con il maggior numero di prodotti che riportano la provenienza ma anche con più vendite: ben 327 milioni di euro. A tirare sono vini, latticini, speck e mele. Inseguono la Toscana, con 317 milioni di vendite con vino e affettati a far la parte del leone, e la Sicilia, con 246 milioni di fatturato che derivano in primis da vino, yogurt e gelati. In generale, le vendite sono in crescita, con un vero e proprio boom dei prodotti pugliesi: unica eccezione negativa per i prodotti lombardi.
Numeri che stonano con i dati provenienti dal settore oleario, dove invece la produzione nazionale non riesce a soddisfare la domanda.

Italia prima anche nel bio e nella sicurezza

Numeri che fanno esultare la principale associazione dei produttori agricoli, Coldiretti, che festeggia anche l’approvazione del decreto semplificazione e ricorda come gli italiani siano disposti a spendere anche di più pur di nutrirsi con i prodotti nazionali. “Addio dunque alle mode esterofile del passato – scrive Coldiretti – dai formaggi francesi alla birra tedesca, a tavola vince il sovranismo alimentare con il patriottismo che si evidenzia dal fatto che i 2/3 degli italiani disponibili a pagare almeno fino al 20 per cento in più per garantirsi l’italianità del prodotto secondo l’indagine Coldiretti/Ixè. Per tutelare i consumatori contro gli inganni con l’approvazione definitiva del DL Semplificazioni da parte del Parlamento è diventato finalmente legge l’obbligo di indicare in etichetta l’origine di tutti gli alimenti per valorizzare la produzione agroalimentare nazionale e consentire scelte di acquisto consapevoli”.

La norma, sottolinea la Coldiretti, consente di estendere a tutti i prodotti alimentari l’obbligo di indicare in etichetta il luogo di provenienza geografica ponendo fine ad una situazione davvero poco trasparente in cui un quarto della spesa è anonima. L’obbligo sinora valeva per la carne fresca ma non per quella trasformata in salumi, per l’ortofrutta fresca ma non per succhi, marmellate e legumi in scatola, per il miele ma non per lo zucchero. Un assurdo. Secondo Coldiretti, il 2018 si chiude con un bilancio più che lusinghiero: 5056 prodotti tradizionali censiti dalle Regioni, 294 specialità Dop/Igp riconosciute a livello comunitario e 415 vini Doc/Docg. Oltre alla leadership europea nel biologico con oltre 60mila aziende agricole bio, 40mila aziende agricole impegnate nel custodire semi o piante a rischio di estinzione, la più vasta rete mondiale di mercati degli agricoltori sotto l’unica insegna con Campagna Amica e il primato della sicurezza alimentare mondiale con il maggior numero di prodotti agroalimentari con residui chimici regolari (99,4 per cento). La rivoluzione sovranista parte da tavola. Del resto, Feuerbach non sosteneva che siamo quello che mangiamo?

Fabrizio Vincenti

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TheTruthSeeker 10 Febbraio 2019 - 3:51

Una buona notizia che i media mainstream non hanno dato, chissà come mai…….!!

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