Roma, 2 gen – Il Capodanno europeo sta diventando uno “stress test” semplice e brutale: quello che misura la sovranità reale nello spazio pubblico. Perché una notte sola basta a far saltare la scenografia e a mostrare quello che durante l’anno viene anestetizzato da comunicati, retorica e abitudine. Se la città è davvero “nostra”, se lo Stato è davvero presente, se la norma è davvero norma. E la risposta, in molte metropoli europee, è sempre più simile: per alcune ore, no. Si aprono zone franche, le regole diventano elastiche, la deterrenza evapora, e il centro della scena viene preso da una subcultura urbana che vive di branco, provocazione e impunità.
Il Capodanno sotto scacco dei maranza
Qui la prima distinzione è decisiva e va fatta senza ipocrisie. Non stiamo parlando della massa che festeggia né dell’incidente isolato. Stiamo parlando di gruppi riconoscibili, per lo più composti da giovani maschi, spesso provenienti da contesti migratori o di seconda generazione, che in molte città europee coincidono con ciò che in Italia è stato battezzato “maranza”: estetica aggressiva, consumo ostentato, linguaggio della sfida, occupazione dello spazio e ricerca dello scontro come forma di provocazione. È inutile fingere che l’origine non conti mai: conta eccome, perché è parte di un dato di realtà, di traiettorie familiari e culturali, di quartieri dove la cittadinanza resta spesso formale e l’integrazione è stata interpretata come un diritto unilaterale senza doveri simmetrici. Ma sarebbe ugualmente stupido ridurre tutto a una spiegazione razziale: ciò che emerge è soprattutto una miscela esplosiva tra sradicamento urbano, fallimento educativo, consumismo e una cultura dell’intoccabilità che il sistema ha coltivato per decenni.
La fotografia di San Silvestro in diversi Paesi europei, al netto delle differenze di numeri e di cronache locali, restituisce la stessa grammatica: fuochi illegali che diventano strumenti d’offesa, oggetti lanciati ad altezza uomo, razzi contro le forze dell’ordine, mezzi pubblici e auto trasformati in torce, soccorritori ostacolati o presi di mira, quartieri ridotti a scenografie di guerra urbana. Nei Paesi Bassi le notizie hanno parlato di un livello di violenza definito “senza precedenti” da ambienti di polizia e di incidenti mortali legati ai fuochi; in Belgio si sono contati arresti e un numero altissimo di interventi; in Francia il rituale delle auto bruciate continua a ripetersi come una liturgia delle periferie; in Germania il “Silvester” è diventato da anni un caso politico permanente, tanto da alimentare ciclicamente la discussione sul divieto dei botti e sull’inasprimento delle misure. La sostanza non cambia: è una notte in cui una parte minoritaria, ma determinata, usa l’eccezione collettiva per imporre una regola parallela.
Da Colonia a Roma, scene tutte uguali
Il caso di Colonia, con la streamer Kunshikitty colpita durante una diretta in strada, è utile proprio perché fa vedere il punto che il sistema prova sempre a rimuovere: quando la città entra in regime di impunità, il bersaglio simbolico diventa anche la donna nello spazio pubblico. Non per una “fatalità”, ma perché una subcultura costruita su branco e dominio usa l’umiliazione come linguaggio. E questo avviene in un luogo che porta già una memoria pesantissima e non archiviata, quella delle aggressioni e delle molestie della notte di Capodanno 2015: dieci anni dopo, la lezione non è stata imparata, è stata solo rimossa, perché nominarla fino in fondo implica ammettere che l’integrazione, così come è stata predicata, non ha prodotto armonia, ma frizioni strutturali, e che la tutela dello spazio pubblico non è un tema “neutro”, ma una questione di ordine civile.
Roma, in questo quadro, non è un’eccezione mediterranea né una parentesi folkloristica: è l’approdo naturale della stessa dinamica. L’area Colosseo-Fori Imperiali, che dovrebbe rappresentare la quintessenza del “presidiabile”, ha mostrato invece quanto sia facile trasformare anche un luogo simbolico e iper-turistico in un corridoio di tensione: l’ambulanza bloccata, i lanci dall’alto, i petardi come arma, le risse, la stazione della metro trasformata in ring. Anche qui, nelle ricostruzioni circolate, ricompare lo stesso profilo: gruppi di giovani, spesso stranieri o di seconda generazione, che agiscono in branco, cercano la provocazione, puntano sulla massa e sul caos come scudo. Se chi governa la città risponde con l’alfabeto dell’emergenza, il messaggio che passa è sempre lo stesso: basta una notte, basta essere in tanti, basta avere la faccia giusta e il contesto giusto, e la legge diventa opzionale.
La rabbia sociale non può spiegare tutto
Inutile nasconderlo: non siamo più nella “rabbia sociale” classica. Siamo nel divertimento distruttivo, nel “rave del caos”, nella violenza come intrattenimento e come performance social. La Haine non descrive più un odio politicizzato; oggi la scena è più degradata e più pericolosa, perché la devastazione ha perso anche l’alibi della disperazione ed è diventata postura, gioco, rito. In questo senso il nodo delle seconde generazioni non è solo quantitativo, è qualitativo: una parte cresce dentro quartieri dove lo Stato è visto come distributore e non come autorità, dove la figura paterna e l’educazione sono evaporate, dove la legge entra tardi e male, e dove il linguaggio della forza resta culturalmente legittimo, mentre le istituzioni occidentali si autocastrano tra senso di colpa e paura del conflitto.
Dire questo non significa inventarsi una guerra di razze, significa smettere di mentire. Il sistema liberale ha venduto l’idea che basti la cittadinanza amministrativa per produrre appartenenza; ha scambiato l’integrazione con l’adattamento unilaterale dell’ospite; ha trasformato le città in non-luoghi, le periferie in pentole a pressione e i centri storici in bomboniere turistiche; ha sostituito l’autorità con il discorso morale e poi si stupisce se l’unica “autorità” che resta a molti giovani è quella del branco. Dentro questa cornice, la sinistra continua a oscillare tra giustificazione e romanticizzazione, perché le serve un racconto: o sono “vittime del disagio” oppure sono “ribelli contro il sistema”. In entrambi i casi, il risultato è la stessa impunità culturale che prepara l’impunità materiale.
Un Capodanno alla volta il limite si sposta
Si può quindi ricavare una conclusione non apocalittica ma politica: il problema non è “il Capodanno”, è la capacità di un sistema urbano di impedire che la sospensione della norma diventi normalità quotidiana. Se ogni anno la discussione riparte da zero, tra minimizzazione e allarmismo, il fenomeno si consolida. A livello sociale, poi, la questione delle subculture di branco non si affronta con moralismi generici né con slogan puramente astratti: richiede una politica di responsabilità e di limiti che torni a essere credibile, perché dove il limite non è credibile, il limite viene spostato sempre un po’ più in là.
Vincenzo Monti