Roma, 13 mag – C’è un’immagine che riassume perfettamente il cortocircuito della modernità terminale. Da una parte, la marea solida e fiera dei cappelli alpini che invade Genova, portando con sé l’eco di una nazione che sa ancora di terra, di sacrificio e di fratellanza silenziosa. Dall’altra, il livore acido di un manipolo di attivisti del Liguria Pride, intenti a vergare sui social insulti che trasudano un complesso d’inferiorità tanto grottesco quanto rivelatore.
L’attacco alle “penne in erezione”, l’accusa di “machismo” e la derisione del militarismo non sono semplici provocazioni da tastiera. Sono i sintomi di una patologia spirituale che non tollera tutto ciò che è verticale, ordinato e comunitario. Ma il vero scandalo non sta nelle farneticazioni di chi ha scambiato l’identità con l’esibizionismo. Il vero scandalo risiede nel silenzio complice e nel “cerchiobottismo” spinto di chi, come il sindaco Silvia Salis, pretende di governare una città storica come Genova tenendo il piede in due staffe che corrono in direzioni opposte.
Alpini, l’odio arcobaleno contro la dignità del servizio
Gli Alpini sono, per la sinistra fucsia, il nemico perfetto. Rappresentano l’antitesi antropologica dell’individuo atomizzato e fluido che il sistema vorrebbe produrre in serie. L’Alpino non chiede “diritti” a ogni respiro, ma risponde a dei “doveri”. È l’incarnazione di una virilità operosa, quella che non ha bisogno di teorizzare il genere perché sa cos’è il coraggio nelle trincee o la solidarietà nel fango delle alluvioni.
Vedere questa storia calpestata da grafiche volgari, che vorrebbero contrapporre le “favolose piume” alle “penne nere”, è l’ennesima conferma della natura escludente di chi si riempie la bocca di “inclusione”. Per il Liguria Pride, l’inclusione termina esattamente dove inizia l’orgoglio nazionale, la disciplina del corpo e il rispetto per la divisa. È un odio metafisico verso la Pietas, verso quel legame mistico che unisce le generazioni di italiani sotto un’unica insegna.
Il salismo: l’arte dell’ambiguità istituzionale
In questo scenario, la figura di Silvia Salis emerge come il prototipo del politico post-ideologico che ha sostituito la visione con l’equilibrismo. Non si può fare la passerella tra le Penne Nere, incassando il prestigio e l’entusiasmo di un popolo che si riconosce in quei valori, e contemporaneamente finanziare e coccolare le centrali dell’odio arcobaleno.
È un gioco di prestigio che non regge alla prova dei fatti. La sindaca ha stanziato fondi per consulenze LGBT affidandole a figure che, solo pochi mesi fa, insultavano i cattolici e oggi sbeffeggiano gli Alpini. Tenersi in casa chi alimenta la cultura del sospetto e della discriminazione verso chiunque non sia allineato al dogma “queer” non è pluralismo. È complicità politica.
Come ha giustamente sottolineato il centrodestra genovese, non è più possibile “tenere il piede in due scarpe”. O si sta con chi costruisce e protegge — gli Alpini — o si sta con chi decostruisce e offende — gli ideologi del Pride. Tertium non datur.
Ogni tentativo di mediazione è solo un modo per non scegliere, per continuare a gestire il potere senza mai sporcarsi le mani con la difesa dei valori che dichiarano di apprezzare.
Per una rivolta della realtà
Il tempo dei distinguo è finito. Se la Salis vuole fare di Genova il “modello arcobaleno d’Italia”, abbia il coraggio di dire chiaramente che per lei le Penne Nere sono un residuo bellico da tollerare solo a fini turistici, mentre il futuro appartiene alle “favolose piume”.
Abbia il coraggio di revocare il patrocinio a chi insulta la città e i suoi ospiti più illustri, oppure getti la maschera e si dichiari parte integrante di quella subcultura che vede nel tricolore una minaccia e nella storia patria un fastidio. Noi, dal canto nostro, preferiremo sempre il passo fermo di chi marcia per la propria terra al baccanale scomposto di chi urla per il proprio ombelico. La dignità di un popolo non si svende sull’altare del politicamente corretto. Genova non merita di essere trasformata in un laboratorio di ingegneria sociale dove il fango viene lanciato su chi, quel fango, lo ha spalato per secoli in nome dell’Italia.
Tony Fabrizio