Roma, 13 mag – La cosa interessante dell’appello di Cambiare Rotta contro la manifestazione del 13 giugno a Roma sulla remigrazione non è l’accusa di razzismo. Quella era scontata. È il metodo con cui l’accusa viene costruita: due fatti di cronaca, un fermo di polizia a Milano e un omicidio a Taranto, vengono presi, saldati tra loro e trasformati nella prova di un’unica tesi politica. Il razzismo uccide, il governo è il mandante, la remigrazione sarebbe il clima culturale che arma le mani. Tutto torna, purché si rinunci a guardare la realtà per quella che è.
Ovviamente Cambiare Rotta non è una sigla neutra. Si definisce apertamente “Organizzazione Giovanile Comunista” e, fin dalla propria nascita, ha collocato la sua azione dentro un lessico politico preciso: crisi del capitalismo, lotta di classe, antimperialismo, organizzazione giovanile, scuola, università, Palestina, antifascismo e opposizione al governo. Nel manifesto fondativo del 2021, la nascita di Cambiare Rotta viene presentata come risposta alla “crisi di civiltà del capitalismo” e come costruzione di una nuova organizzazione giovanile comunista. Dietro i comunicati, quindi, c’è la solita visione del mondo, con i suoi automatismi, i suoi nemici e le sue categorie dogmatiche.
La campagna antifascista contro la Remigrazione entra nel vivo
Il bersaglio della campagna “Respingiamoli” è il corteo nazionale annunciato dal Comitato Remigrazione e Riconquista per il 13 giugno a Roma, data scelta per chiudere la raccolta firme della proposta di legge di iniziativa popolare sulla remigrazione, con consegna delle firme in Parlamento nei giorni successivi. Il sito del Comitato parla di una proposta che ha già raccolto circa 150mila firme, cioè il triplo delle 50mila necessarie per portare una legge di iniziativa popolare all’attenzione delle Camere. La proposta risulta inoltre presente sul portale pubblico del Ministero della Giustizia dedicato a referendum e iniziative popolari. Insomma, non siamo davanti a uno slogan da curva, ma al tentativo politico audace di trasformare una parola fino a ieri “indicibile” in un tema istituzionale. È proprio questo passaggio che la sinistra militante vuole impedire. Perché finché la remigrazione resta una parola da demonizzare, il gioco è facile. La si carica di significati mostruosi, la si associa automaticamente alla violenza e alle deportazioni, la si chiude nel recinto dell’odio. Ma quando diventa una proposta politica, con firme, articoli, fondi, istituti, criteri, strumenti amministrativi e un percorso parlamentare, allora bisogna discuterla nel merito. E il merito è il terreno che le sigle comuniste, di solito, evitano con cura.
La sinistra delle prediche trasformate in politica
Il metodo usato nell’appello è infatti quello classico della sinistra antifascista: prendere la cronaca, sottrarla alla sua complessità e trasformarla in una predica. A Milano, il caso riguarda Diala Kante, orafo italiano di origine senegalese, fermato fuori dal ristorante Baobab in via Tadino e portato in Questura insieme ad altre persone. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, Kante è uscito con una denuncia per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale, mentre lui sostiene di aver subito un abuso di potere davanti ai figli e di voler denunciare gli agenti coinvolti. È una vicenda controversa, che va chiarita nelle sedi opportune. Non è, di per sé, una teoria generale sulla remigrazione. A Taranto, invece, la cronaca parla dell’uccisione di Bakari Sako, bracciante trentacinquenne originario del Mali, aggredito all’alba nella città vecchia. ANSA riferisce di cinque fermi, quattro dei quali a carico di minorenni, con l’accusa di omicidio aggravato da futili motivi; Sky Tg24 riporta che uno dei minori avrebbe confessato di aver accoltellato la vittima. Un omicidio brutale, una vicenda che merita giustizia piena e rapida. Ma anche qui il punto resta lo stesso: trasformare un fatto di sangue, ancora dentro un percorso investigativo e giudiziario, nella prova automatica di un clima politico prodotto dalla remigrazione significa decidere il significato dei fatti prima ancora di comprenderli.
La teoria complottista del “razzismo di Stato”
Il salto logico è evidente. Un fermo di polizia contestato diventa “razzismo di Stato”. Un omicidio attribuito dagli inquirenti a futili motivi diventa prova del razzismo sistemico. Una proposta politica sulla gestione dei flussi migratori diventa responsabilità morale per qualunque episodio venga selezionato dalla cronaca. Più che analisi è un collage ideologico in cui fatti singoli vengono arruolati a un complotto più grande. Il motivo è presto detto: Cambiare Rotta – o chi per loro nella variegata galassia di antifascisti più o meno rossi – può attaccare la remigrazione solo riducendola a caricatura. Deve fingere che si tratti di un impulso punitivo, di una parola d’ordine nata dall’ostilità verso lo straniero, di una reazione emotiva alla presenza immigrata. Ma il cuore politico della remigrazione è un altro: la critica alla società senza confini, alla nazione ridotta a contenitore amministrativo, all’immigrazione come destino irreversibile, alla sostituzione della sovranità con la gestione tecnica dei flussi. Il punto non è il singolo immigrato, con la sua storia personale, la sua condizione, la sua eventuale integrazione o il suo fallimento. Il punto è il fenomeno collettivo: cosa accade a una nazione quando l’immigrazione di massa smette di essere un’eccezione e diventa struttura permanente.
L’Italia reale e la crisi demografica
Qui la discussione diventa seria, quindi invitiamo l’eventuale lettore antifascista a fare un piccolo sforzo. L’Italia vive da anni una crisi demografica profonda. Secondo l’Istat, nel 2024 i nati residenti sono stati 369.944, quasi 10mila in meno rispetto al 2023, con un tasso di natalità pari a 6,3 per mille residenti. Il 2025 ha confermato un quadro ancora più pesante: al 1° gennaio 2026 la popolazione straniera residente è salita a 5 milioni e 560mila unità, pari al 9,4% della popolazione, mentre quella di cittadinanza italiana è scesa a 53 milioni e 383mila unità. Questi numeri non sono propaganda ma il terreno materiale su cui ogni discorso serio su immigrazione, natalità e continuità nazionale dovrebbe poggiare. La risposta della sinistra, invece, è sempre la stessa: “non esiste una questione migratoria, esiste solo il razzismo“. Non esistono soglie, limiti, sostenibilità, fallimenti dell’integrazione, pressione sui servizi, trasformazione dei quartieri, concorrenza sul lavoro, crisi della cittadinanza, tensioni culturali, mutamento demografico. Esiste soltanto un potere che dall’alto alimenta odio per dividere gli ultimi. È una teoria comoda perché consente di usare la formula della “guerra tra poveri” senza mai nominare il meccanismo che quella guerra l’ha resa stabile e produttiva.
La guerra tra poveri non la crea la Remigrazione
La guerra tra poveri non nasce quando qualcuno parla di remigrazione. Nasce quando un modello economico importa masse di lavoratori vulnerabili, sradicati, ricattabili, spesso disposti ad accettare condizioni che un lavoratore italiano, se ancora dotato di tutele e dignità contrattuale, rifiuterebbe. Nasce nei subappalti, nella logistica, nell’agricoltura, nel lavoro domestico, nei servizi poveri, nei settori in cui la disponibilità di manodopera straniera diventa uno strumento di compressione salariale e disciplinamento sociale. Secondo il XV Rapporto annuale del Ministero del Lavoro sugli stranieri nel mercato del lavoro, nel 2024 gli occupati stranieri in Italia erano 2 milioni e 514mila, pari al 10,5% del totale degli occupati. È una presenza ormai strutturale, non episodica. Qui emerge la contraddizione più evidente della sinistra “anti-capitalista” e immigrazionista allo stesso tempo. Denuncia il capitalismo, ma difende uno dei suoi strumenti più utili: la circolazione continua di manodopera a basso costo. Attacca il mercato, ma accetta l’idea che interi comparti produttivi debbano reggersi su lavoratori importati, meno radicati, più esposti al ricatto, più facilmente sostituibili. Parla di diritti, ma evita di chiedersi perché il sistema produttivo italiano abbia bisogno di forza lavoro povera, disponibile, mobile, spesso collocata nei gradini più bassi della scala sociale. La remigrazione rompe questo schema perché dice una cosa semplice: non si difende il lavoro nazionale senza governare i flussi, non si difende il welfare senza confini, non si difende la coesione sociale lasciando che la composizione demografica di un Paese venga decisa dal mercato.
La sovranità di tutti tranne che la nostra
Il Comitato Remigrazione e Riconquista, nella propria proposta pubblica, articola il tema in dieci punti: controllo dei flussi migratori, confisca contro lo sfruttamento dell’immigrazione, espulsione degli irregolari e di chi commette reati, misure sui rientri, fondi dedicati, politiche sulla natalità. Pagella Politica, in una scheda dedicata, ha ricordato tra le misure previste anche un Fondo per la remigrazione, finanziato pure tramite una tassa sulle rimesse estere, e un Fondo per la natalità italiana. Si può essere contrari, si può criticare l’impianto, si può contestarne fattibilità e criteri. Ma bisogna riconoscere che il terreno è politico e normativo, non morale. Ma su quel terreno sigle come Cambiare Rotta non possono entrare. Perché se vi entrasse dovrebbe rispondere a domande che l’antirazzismo militante preferisce rimuovere. Una nazione ha diritto a decidere la propria composizione demografica? La cittadinanza è solo un documento o esprime appartenenza storica? L’immigrazione è sempre un arricchimento o può diventare fattore di disgregazione? La solidarietà verso chi arriva può cancellare ogni dovere verso chi già abita, lavora e nasce in Italia? La tutela dei migranti sfruttati passa davvero dall’accettazione permanente del meccanismo che li rende sfruttabili? L’antifascismo risponde a queste domande sempre allo stesso modo: razzismo, razzismo, razzismo. Perchè da quelle parti la “sovranità” interessa solo quando riguarda qualche isola caraibica, qualche regione separatista o qualsiasi altro popolo che non sia il nostro.
L’immigrazione non è un fenomeno naturale
La remigrazione disturba così tanto perchè dice questo, senza paura: l’immigrazione di massa non è un fenomeno naturale, non è un destino storico, non è una legge fisica. È una scelta politica, economica e culturale. E ciò che è stato scelto può essere corretto, limitato, invertito. Per questo la parola spaventa più di qualunque decreto sicurezza. Perché non si limita a promettere più controlli, più pattuglie, più espulsioni occasionali. Mette in discussione l’intero paradigma degli ultimi decenni: l’idea che l’Europa debba adattarsi all’arrivo permanente di masse esterne, mentre ai popoli europei resta soltanto il compito di integrare, assorbire, tacere, pagare e sentirsi in colpa. La sinistra ha provato, e prova in tutti i modo ad impedire che questa discussione inizi. Non vuole confutare la remigrazione, ma scomunicarla. Non parla di natalità, lavoro, welfare, sicurezza, cittadinanza, radicamento, ma solo di razzismo, repressione, fascisti, governo, odio. È un modo per tenere la questione migratoria dentro il recinto della morale, dove la sinistra si sente ancora padrona del linguaggio e dove tiene ben strette le maglie dei propri interessi. Ma purtroppo per loro i dati demografici non sono fascisti. I salari bassi non sono propaganda. Le periferie trasformate non sono allucinazioni. Le scuole in cui l’integrazione diventa guerra aperta non sono invenzioni. Il welfare sotto pressione non è un pregiudizio. La domanda sulla continuità storica di un popolo non è una colpa, ma la politica al suo stato più puro.
La Remigrazione costringe tutti a scegliere
Ecco perché il 13 giugno dà fastidio. Non perché porti in piazza l’odio, ma perché porta in piazza una parola proibita, capace di spostare il dibattito dal ricatto morale alla questione decisiva: chi decide il futuro dei popoli europei? La remigrazione costringe tutti a scegliere tra due visioni inconciliabili. Da una parte l’Italia e l’Europa come comunità storiche, radicate, vive, con il diritto di durare nel tempo, di difendere la propria continuità e di stabilire chi possa entrare, restare e appartenere. Dall’altra l’Italia e l’Europa come spazi neutri, superfici amministrative da riempire, svuotare e rimescolare secondo le esigenze del mercato, del lavoro povero e dell’antifascismo permanente. Cambiare Rotta ha già scelto: “Respingiamoli”. Ma tranquilli, in fondo non è una contraddizione, sono gli stessi comunisti di sempre. Odiano tutto ciò che dà al popolo una forma storica reale: un confine, una continuità, un’appartenenza concreta. Solo che oggi questa posizione non ha più nulla di rivoluzionario. L’internazionalismo è fallito da tempo su entrambe le sponde del 25 aprile; loro restano a difesa delle macerie.
Sergio Filacchioni