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Genitore 1,2 e… 3: a Bari i giudici legalizzano la famiglia a geometria variabile

by Tony Fabrizio
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Roma, 13 mag – C’eravamo illusi, forse per un eccesso di ottimismo o per una residua fiducia nelle istituzioni, che il diritto servisse ancora a mettere ordine nel caos della realtà. A proteggere i più deboli e a presidiare i confini invalicabili del buonsenso. Ci sbagliavamo. A Bari, tra le pieghe di una sentenza della Corte d’Appello che ha il sapore amaro dell’ideologia pura, è andata in scena la demolizione controllata dell’anagrafe, della legge e della natura stessa. Benvenuti nell’era del “Genitore 3”: l’ultimo traguardo, nemmeno poi così anomalo e inusitato, di una magistratura che, non contenta di interpretare le norme vigenti, ha deciso di riscriverle a colpi di sentenze creative, ignorando il mandato parlamentare e il sentire comune.

La geometria variabile del desiderio

Il caso è ormai noto. Ma non per questo meno inquietante nella sua portata dirompente. Un bambino nato in Germania, frutto di un accordo privato tra tre amici: una madre biologica e due uomini. Grazie a un’adozione ottenuta all’estero e ora “recepita” in Italia, la Corte d’Appello di Bari ha stabilito che quel bambino deve avere tre genitori ufficiali. Due padri e una madre.

Come se la vita fosse un’assemblea condominiale, una società a responsabilità limitata o un “supermarket dei desideri”. Dove, con la giusta assistenza legale e una carta bollata ben confezionata, si può aggiungere un posto a tavola alla biologia. Qui non si tratta di essere “moderni” o “inclusivi”. Qui si tratta di aver smarrito il senso del limite e della misura. Se oggi il criterio per stabilire chi è genitore non è più la verità biologica, né l’istituto millenario della famiglia basato sulla dualità, ma il semplice “progetto di vita” (ovvero l’autodeterminazione degli adulti), chi ci garantisce che domani i genitori non diventino quattro, cinque o un intero isolato?

Se la genitorialità diventa una geometria variabile a seconda dell’affetto del momento, il concetto stesso di identità del bambino viene sacrificato sull’altare dell’ego dei grandi. Si passa dal diritto del bambino ad avere una famiglia, al “diritto” degli adulti ad avere un bambino come accessorio dei propri legami amicali.

La beffa della “surrogata mascherata”

I giudici baresi, con una piroetta ermeneutica degna di un acrobata del circo, hanno deliberatamente ignorato l’evidente aggiramento delle nostre leggi. Hanno stabilito che, siccome non c’è stato un formale contratto commerciale, non si può parlare di maternità surrogata. Ma la sostanza non cambia. Si è utilizzato il corpo di una donna e un accordo preventivo per “programmare” un figlio e distribuire patenti di genitorialità a piacimento.

È una sorta di maternità surrogata “etica” o “tra amici”. Una zona grigia dove la dignità umana e la verità della filiazione vengono aggirate con un sorriso e una pacca sulla spalla. Lo Stato, in questo scenario, smette di essere il garante della verità pubblica per limitarsi a fare da notaio a un artificio privato. È il trionfo del contrattualismo più sfrenato. Se io e i miei amici decidiamo che siamo tutti genitori, lo Stato deve obbedire. Ma un figlio non è un contratto, è un essere umano con radici che non possono essere moltiplicate all’infinito per compiacere gli adulti.

Il “supremo interesse” del minore o il capriccio degli adulti?

La retorica progressista ci propina sempre lo stesso ritornello: il bambino è “felice”, il clima è “caloroso”. E ci mancherebbe altro! Ma il compito del diritto non è inseguire ogni stravaganza affettiva per trasformarla in uno stato civile permanente. Il diritto deve dare certezze, deve proteggere la struttura stessa della società dalle derive estemporanee. Trasformare un bambino in un “trofeo del progresso” significa scippargli la cosa più preziosa: la certezza di una radice chiara e definita.

Cosa succederà quando questi “tre amici” litigheranno? Quali saranno le conseguenze legali, ereditarie e psicologiche di una triplice potestà?

Oggi quel minore è il simbolo di una “famiglia allargata”, ma non in maniera naturale che piace tanto ai salotti radical-chic; domani sarà un uomo che dovrà spiegare al mondo perché la sua anagrafe sembra l’elenco dei convocati di una squadra di calcetto. È un esperimento sociale sulla pelle di chi non può ancora difendersi.

Una magistratura che scavalca il popolo

Siamo di fronte all’ennesimo, pericolosissimo cortocircuito istituzionale. Mentre il Parlamento, espressione della sovranità popolare, cerca di arginare la deriva dei “nuovi diritti” per difendere l’ordine sociale e antropologico, una parte della magistratura apre varchi all’anarchia civile. È una casta che sembra preferire le teorie queer e arcobaleno alla realtà dei fatti, che usa le sentenze come grimaldelli per imporre modelli antropologici che il Paese reale non ha mai chiesto e che, anzi, vede con crescente preoccupazione.

Mater certa est, pater bis

Se la biologia diventa un optional e la legge uno strumento per assecondare i capricci di chi può permettersi lunghi e costosi ricorsi legali, la società è perduta. Non esiste libertà senza limiti, e non esiste diritto senza verità. Il vero progresso non consiste nel cancellare la natura o nel moltiplicare i genitori per soddisfare ogni configurazione relazionale possibile, ma nel proteggere l’innocenza delle creature dalle sperimentazioni sociologiche di chi gioca a fare il Dio creatore di turno.
Prima di firmare la prossima sentenza sulla “genitorialità plurima” o su qualche altro neologismo ideologico, sarebbe bene riaprire un libro di biologia, uno di diritto romano e, se non è chiedere troppo, uno di elementare buonsenso. Perché a forza di voler essere “oltre”, stiamo finendo dritti nel baratro dell’assurdo. Anzi, ci siamo già finiti, visto che, per assurdo, il genitore dei tre “più estraneo” è proprio quello ad aver portato in grembo il bambino. Non per sé, ma per i suoi.

Tony Fabrizio

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