Roma, 2 feb – Quello che è accaduto a Torino durante il corteo pro Askatasuna non può essere archiviato nella categoria rassicurante dei “disordini” prodotti da frange marginali. Eppure è esattamente questo il lavoro che una parte consistente del sistema mediatico ha iniziato a fare nel giro di poche ore: separare la piazza “vera”, pacifica, legittima, da un gruppo di “teppisti”, “infiltrati”, “violenti” che avrebbero rovinato una manifestazione civile. È un’operazione narrativa precisa che serve a salvare la legittimità simbolica del contesto politico in cui quei fatti maturano, spostando la responsabilità dal discorso alla deviazione, dalla cultura all’eccezione.
Torino e Askatasuna: le giustificazioni del giorno dopo
Il tweet di Paolo Berizzi, in questo caso, è esemplare: “I teppisti e i violenti che ieri a Torino hanno vanificato la protesta pacifica di migliaia di persone sono i migliori alleati di un governo che vuole reprimere il dissenso”. La formula è elegante, moralmente appagante, ma politicamente fragile. Presuppone che la violenza sia un corpo estraneo rispetto alla cultura politica che anima quella piazza. Che sia un errore, non un linguaggio. Che chi colpisce un agente isolato a terra stia tradendo lo spirito della manifestazione, non portandolo alle sue conseguenze. Il problema è che questa separazione non trova alcun riscontro nei materiali prodotti dagli stessi ambienti che hanno promosso e rivendicato quella giornata. Prima del corteo, ad esempio, già circolava un vero e proprio “vademecum” diffuso dalla pagina Facebook di Genova Antifascista, un testo costruito sulla certezza strutturale dello scontro. Si consiglia di avere con sé un documento per evitare trattenimenti, di farsi rilasciare verbali dettagliati in caso di perquisizione, di non firmare nulla senza aver sentito l’avvocato, di restare in silenzio in caso di fermo usando la formula “mi avvalgo della facoltà di non rispondere”. Si invita a scriversi sul braccio il numero del proprio legale e del “team legale di piazza”. Si parla di telefoni sequestrati, di password da non fornire, di chat da cancellare. Si suggerisce di coprire tatuaggi, di usare abiti scuri, di predisporre segni di riconoscimento tra travisati e addirittura una “parola d’ordine” per distinguersi da possibili infiltrati. Si danno indicazioni su come muoversi in scenari con lacrimogeni, su acqua e malox per risciacquare gli occhi, su maschere antigas e abiti impermeabili in previsione degli idranti. Insomma, non il linguaggio di chi teme che “qualcuno possa rovinare una manifestazione”. È il linguaggio di chi considera lo scontro con le forze dell’ordine come già interiorizzato. In questo quadro, parlare di “infiltrati” suona come una formula utile a ripulirsi la coscienza.
Askatasuna rivendica le azioni contro lo Stato
Anche l’immaginario simbolico che accompagna il corteo è tutt’altro che neutro. La locandina diffusa per la mobilitazione, firmata da Zerocalcare, parla di “Torino è partigiana”, di lotta contro governo, guerra, attacco agli spazi sociali. È un lessico di mobilitazione militante, non di semplice disobbedienza civile. Non c’è nulla di nascosto: si costruisce un’identità di parte, si evoca un orizzonte di conflitto, si richiama esplicitamente una genealogia di lotta. È legittimo sul piano politico? Certamente. Ma allora va letto per quello che è. Non si può invocare l’immaginario partigiano e poi stupirsi se qualcuno interpreta la piazza come terreno di scontro e non come passeggiata fuori porta. Il punto decisivo però arriva dopo i fatti. Nel lungo comunicato diffuso dall’area di Askatasuna, si legge testualmente che è “un bene che abbiano timore Giorgia Meloni, Piantedosi, La Russa, il sindacato di polizia”. Non è una formula difensiva, non è un “non era nostra intenzione”, non è una presa di distanza. È una rivendicazione politica del fatto che il potere debba avere paura. Il comunicato parla in prima persona plurale, si colloca dentro un “noi” ampio, che non distingue tra chi stava in prima linea e chi dietro. Non c’è dissociazione tra “massa pacifica” e “frangia violenta”: c’è l’idea che la giornata sia stata una risposta di massa a un governo che “teme il conflitto” e considera chi resiste “un nemico da annientare”. Qui la narrazione degli infiltrati crolla definitivamente. Se il messaggio politico esplicito è che è positivo che governo e polizia abbiano timore, lo scontro fisico con le forze dell’ordine non è una contraddizione del discorso: è la sua espressione naturale. Non si tratta di un incidente che tradisce la linea politica. Si tratta di un gesto che si colloca dentro una grammatica del conflitto già data.
Il mondo antagonista sta seguendo un programma
Questo non ci deve portare ad adottare una retorica securitaria o moralistica. Significa prendere sul serio ciò che questi soggetti dicono di sé quando non ci sono i “mediatori” (stampa, giornalisti, parlamentari) a fargli da filtro e interpretazione. Vale la pensa sottolinearlo, per rompere un altro frame (molto in voga anche a destra), ovvero quello dei “pazzi”, dei “deviati”: il mondo antagonista sta interpretando in modo lucido un ruolo. Quale? Opposizione frontale allo Stato come tale, non a singole politiche e non con il semplice “dissenso”, ma con un conflitto diffuso e organizzato. In questo quadro, è lo spazio il luogo del confronto, il teatro di una pressione che vuole rendere “nemico assoluto” il campo avversario, delegittimarlo, costringerlo sulla difensiva: si parte dai parlamentari che occupano la sala stampa per “cacciare i fascisti” e si arriva al martello. Dall’altra parte, però, lo Stato non può che rispondere con più dispositivi, più chiusure, più militarizzazione degli spazi. Ogni risposta conferma la narrazione antagonista: “vedete, è un regime”. Ogni scontro conferma per il governo la necessità di ulteriori misure di controllo. È una spirale in cui le parti si confermano a vicenda. La domanda che sorge spontanea è: dove pensa di arrivare chi alimenta e radicalizza questo conflitto? Perché una dinamica di questo tipo non allarga gli spazi di libertà, li restringe in modo esponenziale. E rischia di ricadere proprio su quei mondi sociali che dice di difendere.
La destra che ha lasciato le strade
C’è poi un nodo politico evidente e che riguarda la maggioranza: la destra oggi occupa le istituzioni ma ha progressivamente abbandonato lo spazio della presenza sociale visibile. La sua comunicazione è verticale, mediatica, istituzionale. Si parla dai palazzi, dai talk show, dagli eventi di partito come Atreju o Pontida, che però restano momenti interni, non mobilitazioni aperte nello spazio urbano. Manca una pratica regolare di piazza, di presidio territoriale, di costruzione del consenso nello spazio pubblico quotidiano. Questo produce un effetto strutturale: la piazza come espressione collettiva visibile diventa appannaggio – salvo le eccezioni che seguiamo regolarmente sul tema Remigrazione – dei mondi antagonisti, dei centri sociali, delle reti di movimento informali. Sono loro a “mettere corpi” nello spazio, a occupare l’immaginario urbano, a parlare dal basso in forma concreta. Quando una sola parte presidia la strada, anche se elettoralmente minoritaria, appare socialmente egemone. Diventa “la società che si muove”, mentre l’altra metà del Paese sembra esistere solo nelle urne o nei media. In questo vuoto, la radicalità trova terreno favorevole: non perché la gente “diventi violenta”, ma perché manca una grammatica concorrente della piazza come partecipazione senza scontro. Il Governo fin ora ha scelto d’interpretare la strada come problema di ordine pubblico, non come spazio politico. Esemplificativo in questo senso la scelta infelice del Ministro Piantedosi di parlare di “squadrismo rosso“, un ossimoro che ha meno senso di un tweet di Berizzi. Ogni mobilitazione diventa l’occasione per rafforzare la dimensione poliziesca, indebolendo quella politica, confermando la narrazione antagonista di uno Stato distante e ostile. Il paradosso è questo: un governo forte nelle istituzioni ma assente nello spazio sociale visibile, e un’opposizione debole nei contenuti ma forte nella presenza urbana. Quando la politica abdica alla piazza, la piazza non resta vuota: viene occupata da chi è disposto a interpretarla fino in fondo.
Una spirale pronta a collassare
Ridurre tutto a “teppisti” o “infiltrati” è comodo, ma falso. È una scorciatoia narrativa che serve a tranquillizzare e a proteggere l’impianto simbolico di una parte politica, sia sul lato mandante che su quello agente. Ma a Torino non si è visto un errore di percorso, né una deviazione improvvisa di una piazza altrimenti estranea a quelle dinamiche. Si è visto un segmento coerente di una cultura politica che concepisce il conflitto con lo Stato come dimensione strutturale della propria identità e che, nei propri testi e comunicati, non lo nasconde affatto, anzi lo rivendica apertamente. Proprio per questo quell’area va trattata per ciò che è: una parte politica con una strategia, una visione del potere e del conflitto, e dunque anche delle responsabilità. Finché continuerà a essere raccontata come coscienza emotiva da comprendere, come reazione “di pancia” a un clima, e non come soggetto che sceglie e agisce consapevolmente, la distinzione tra parola e gesto resterà sospesa, lasciando lo spazio alla grigia e mediocre impunità, politica prima che giudiziaria. E ogni volta il copione si ripeterà uguale: legittimazione simbolica del discorso, traduzione in pratica, scontro, rimozione, ripartenza.
Vincenzo Monti