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Voucher alle scuole paritarie: la scorciatoia della destra che non vuole scegliere

by Sergio Filacchioni
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Roma, 19 nov – Il ritorno del voucher da 1.500 euro per le scuole paritarie non è una notizia: è la conferma che la politica italiana continua a girare intorno al problema senza affrontarlo. Claudio Lotito (Forza Italia) e Mariastella Gelmini (Noi Moderati) ripropongono la misura destinata alle famiglie sotto i 30mila euro di Isee; le opposizioni rispondono con lo stesso riflesso pavloviano, denunciando un “regalo alla scuola privata” che violerebbe la Costituzione. La verità è che entrambe le narrazioni sono comode, superficiali, e soprattutto lontane dal nodo reale. Ciò che emerge a ogni manovra non è un bonus scolastico, ma l’incapacità sistemica della politica italiana di decidere che modello educativo vuole per le prossime decadi.

Il voucher per le scuole paritarie è solo una toppa

La maggioranza insiste nel raccontare questi voucher come un primo passo verso la “libertà di scelta”, la parità scolastica, la fine dei tabù ideologici. Ma ciò che presenta non è una riforma: è un palliativo. La stessa premier Meloni, al Meeting di Rimini, ha parlato di “progressività” e “buonsenso”, salvo poi limitare tutto a micro-interventi che non modificano nulla. Il voucher da 1.500 euro è l’ennesima toppa aggiunta al sistema, non una visione. È un modo per dire a una parte del proprio elettorato “ci stiamo muovendo”, senza assumersi il costo politico di un cambiamento vero. È la politica della cifra minima, non della trasformazione. Dall’altra parte, l’opposizione rispolvera la lettura costituzionale in chiave moralistica: si cita l’articolo 33 come se vietasse qualunque sostegno pubblico alle paritarie, cosa tecnicamente falsa e politicamente anacronistica. La scuola privata in Italia non è un’aberrazione capitalistica né una macchina per disuguaglianze: è un pezzo del sistema nazionale, già finanziato in molte forme e frequentato anche da famiglie tutt’altro che abbienti. La sinistra preferisce la retorica del “tutto alla pubblica istruzione”, ma evita accuratamente di parlare della sua crisi strutturale: edifici fatiscenti, dispersione crescente, concorsi fantasma, autonomia scolastica limitata, programmi vecchi di trent’anni. Il punto, ovviamente, non è impedire alle famiglie di scegliere una paritaria: il punto è rendere la scuola pubblica così competitiva, moderna e funzionante da non temere alcuna concorrenza.

La scuola non è riformabile senza scelte traumatiche

Il problema, dunque, non è l’esistenza del voucher, ma il modo in cui viene usato: come diversivo. Il centrodestra sa che la scuola pubblica italiana non è riformabile senza scelte traumatiche che nessuno vuole assumersi. Sa che la promessa di “mettere soldi” non basta più a mascherare un sistema inceppato. Sa che un vero modello misto, competitivo e trasparente, richiederebbe standard, valutazioni, autonomia reale, responsabilità delle dirigenze e una selezione vera dei docenti. Tutto questo comporterebbe un prezzo in termini di consenso e un assalto frontale ad interessi “feudali” consolidati. E infatti non lo fa. Preferisce i bonus una tantum, le detrazioni marginali, l’esenzione Imu qua e là: azioni che non cambiano il quadro, ma permettono di dire “abbiamo fatto qualcosa”. Il nodo è politico prima che educativo. L’Italia non ha ancora deciso se vuole un sistema pubblico forte e meritocratico o un modello integrato, europeo, dove scuole pubbliche e paritarie convivono secondo criteri comuni. Rimane sospesa in un limbo inefficiente dove il pubblico soffre e il privato non cresce. Il risultato è che nessuna delle due opzioni diventa un progetto. E il voucher, riproposto ogni anno come un festa comandata, è la prova della paralisi. È una misura che non risolve nulla, non sposta nulla, non aiuta nessuno davvero. Soprattutto: non spiega dove si vuole arrivare.

La “libertà educativa” resta utopia

La destra italiana parla spesso di “libertà educativa”, ma non costruisce le condizioni per realizzarla. La sinistra difende la scuola pubblica per principio, ma scorda tutta la sua responsabilità nel declino. Entrambe evitano la domanda decisiva: che tipo di cittadini vogliamo formare e con quali strumenti? Finché questa domanda resterà inevasa, finché la scuola sarà affrontata come un capitolo di bilancio e non come un’architettura nazionale, continueremo ad assistere a battaglie rituali, bonus improvvisati, emendamenti last minute e scandali inventati. E la scuola, pubblica o privata che sia, continuerà a scivolare verso l’irrilevanza. Il voucher non è certo una grande riforma. È semplicemente la prova di una politica che non sa scegliere, non sa progettare e non sa affrontare il futuro con la serietà che l’istruzione merita. Una politica che parla di libertà, ma pensa ancora in termini di espedienti.

Sergio Filacchioni

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