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Zerocalcare, l'”antisistema” con i soldi pubblici: il tax credit smaschera l’ipocrisia culturale

by La Redazione
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Roma, 15 gen – Alla prova dei numeri, ogni narrazione cade. E quella del cinema “critico”, “indipendente”, “antisistema” non fa eccezione. Il quadro che emerge dai dati sul tax credit 2025 racconta una realtà semplice: una parte consistente dell’industria audiovisiva italiana, in particolare quella culturalmente allineata alla sinistra, continua a vivere grazie a un flusso stabile e cospicuo di risorse pubbliche. Altro che autonomia creativa. Altro che distanza dai “fascisti al potere”.

Il tax credit 2025 premia Zerocalcare con tre milioni di euro

Il sistema del credito d’imposta, nato per rafforzare il comparto e attrarre investimenti, si è trasformato nel tempo in un meccanismo di redistribuzione garantita. Milioni di euro assegnati non a produzioni fragili o sperimentali, ma a serie televisive già sostenute da grandi gruppi, broadcaster nazionali e piattaforme globali. Un paradosso solo apparente: lo Stato si assume il rischio, il privato incassa. In questo quadro si inserisce senza scandalo anche la nuova serie animata di Zerocalcare, Due spicci, sostenuta da circa tre milioni di euro di tax credit. Un autore ormai pienamente istituzionalizzato, presenza fissa nel circuito mediatico antifascista, cavaliere senza macchia dei boicotaggi ai danni di case editrici indipendenti, eppure ancora beneficiario di un sostegno pubblico significativo. Non è un’anomalia, ma la regola di un sistema che premia sempre gli stessi ambienti, le stesse sensibilità, le stesse reti produttive. Il nodo ovviamente non è sul singolo nome, ma il modello culturale. Un cinema che si racconta come voce antagonista, di denuncia sociale, ma che senza l’intervento statale faticherebbe a reggersi. Un cinema che rifiuta il giudizio del pubblico, ma pretende la tutela del contribuente. È la stessa contraddizione che da anni attraversa il settore: l’ideologia dell’impegno sostenuta dalla fiscalità generale.

La crisi di un comparto che dipende dallo Stato

I numeri parlano chiaro. Accanto a produzioni internazionali che drenano decine di milioni di euro in crediti d’imposta, troviamo una lunga lista di serie e fiction italiane finanziate a pioggia, indipendentemente dal riscontro di pubblico, dall’impatto culturale o dalla sostenibilità economica. Il tax credit non seleziona più, garantisce. Non stimola la qualità, ammortizza il fallimento. E mentre il comparto attraversa una crisi evidente di idee, attrattività e visione, la risposta dell’intellighenzia cinematografica resta sempre la stessa: più fondi, più tutele, più Stato. Mai una riflessione sul linguaggio, sui contenuti, sul distacco crescente tra ciò che viene prodotto e ciò che il pubblico realmente desidera vedere. Mai un’assunzione di responsabilità. Solo la difesa feudale di un sistema chiuso. Il risultato è un cinema che non costruisce immaginario, ma lo consuma. Che non racconta il Paese, ma lo decompone in una sequenza di psicodrammi autoreferenziali. Un cinema che parla ossessivamente di marginalità, fragilità, colpa, ma che vive protetto, garantito, assistito. Una cultura che predica il conflitto e campa di rendita.

Il tax credit non trova altri interpreti

C’è però un’altra verità che va detta senza sconti: il vuoto creativo non riguarda solo il cinema egemone di sinistra. Anche l’area che si propone come “alternativa”, identitaria o di destra, non ha finora prodotto un vero contro-immaginario. Al netto di poche eccezioni, il problema non è la censura o l’esclusione dai finanziamenti, ma la povertà di idee, linguaggi e ambizioni. Troppo spesso si confonde l’egemonia culturale con la semplice occupazione di uno spazio politico, o peggio con il ribaltamento speculare dei contenuti altrui. Ne risultano prodotti schematici, didascalici, talvolta involontariamente caricaturali, incapaci di parlare a un pubblico largo e di costruire mito, tensione, racconto. L’egemonia non si proclama e non si ottiene per reazione: si costruisce con opere forti, autonome, capaci di stare in piedi anche senza alibi ideologici. Finché questo non accadrà, la critica al cinema assistito resterà giusta, ma incompleta.

La sinistra che non rinuncia allo Stato

La questione, allora, non è se lo Stato debba o meno sostenere il cinema. La questione è che tipo di cinema decide di sostenere. Finché il denaro pubblico continuerà a premiare l’allineamento culturale e non il coraggio narrativo, finché il tax credit resterà un paracadute e non uno strumento selettivo, il cinema italiano resterà bloccato. Protetto, ma sterile. Sovvenzionato, ma irrilevante. E soprattutto ipocrita: perché la sinistra culturale può anche proclamarsi contro il potere, ma quando si tratta di soldi pubblici, non rinuncia mai allo Stato.

Vincenzo Monti

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