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schengen immigratiRoma, 26 gen – L’ondata immigratoria spinge, spinge fortissimo e, nonostante gli accorati appelli di Renzi, Alfano e Boldrini, ultimi sognatori di un incubo, l’insistenza dei paesi del centro-nord Europa (ma non dovevano essere un modello di vita e integrazione?) sembra aver sortito qualche effetto: Schengen è a rischio, l’area di libera circolazione mai così fragile come in questi giorni. “Sta per saltare“, ha ammesso Johanna Mikl-Leitner, ministro degli Interni dell’Austria, rincarando poi la dose: “Ciascuno è consapevole che l’esistenza dello spazio Schengen è in bilico, e che deve succedere qualcosa velocemente”. Dichiarazioni che arriva come un fulmine dopo le rassicurazioni del titolare del Viminale: “Schengen è salva per ora”, aveva dichiarato trionfante Angelino Alfano. Una gufata in piena regola.

L’assenza di controlli doganali alle frontiere – limitatamente al transito delle persone – è uno dei pilastri della costruzione dell’Unione Europa e prende il nome dalla città di Schengen, in Lussembuirgo, dove venne firmato il relativo trattato. Fra questi pilastri è forse il più importante, perché propedeutico alla libera circolazione di merci e capitali, altri due elementi distintivi dell’architettura comunitaria. Senza Schengen rischia di venire meno un elemento fondante alla base dell’esistenza stessa dell’Unione. Non un grande peccato, dato che l’evoluzione di istituzioni come la Commissione e il Parlamento hanno trasformato l’Ue in qualcosa che assomiglia più ad un mostro tecno-burocratico che ad una struttura capace di condurre l’Europa nel terzo millennio. Fallendo palesemente in tutti i loro fondamentali: con l’austerità imposta dalla Germania abbiamo bruciato anni di sviluppo, con Schengen facciamo un passo indietro – ma che ricorda molto una massima di Giuseppe Verdi: “Tornate all’antico e sarà un progresso” – dimostrando che la supposta fratellanza fra stati e popoli europei non è mai esistita.

E sì, perché la chiusura di Schengen sembra destinata a durare, almeno inizialmente, fino a settembre. O almeno sin quando Germania, Austria, Danimarca, Svezia, Francia e Slovenia decideranno di appellarsi agli articoli 23 e successivi del trattato istitutivo dell’area di libera circolazione, i quali prevedono la possibilità di bloccare le frontiere. Il risultato? Saranno i paesi del sud-est a doversi fare carico di tutto il fardello legato all’arrivo dei sedicenti profughi, non potendo praticamente più contare sull’aiuto degli altri stati. Se, ad esempio, a venir chiusa dovesse essere la rotta balcanica, si stima che almeno 400mila immigrati in più sbarcheranno sulle coste italiane. Analogo discorso per la Grecia, che insieme a noi si è lasciata – praticamente da sempre – sola nel gestire l’emergenza. Dopo l’abbandono da parte della Commissione, che fa passare come un favore il concederci qualche decimale di flessibilità nei conti pubblici come forma di aiuto indiretto per affrontare la crisi, ora sono gli altri paesi a voltarci le spalle. Ma questa Ue ha ancora senso?

Roberto Derta

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