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Roma, 4 feb – Rifiutano di sottoporsi al tampone necessario per salire sull’aereo che li sta per rimpatriare: è il nuovo trucchetto utilizzato dagli immigrati clandestini per evitare l’espulsione.

Clandestini sì, ma mica scemi: così, per decine di stranieri trattenuti al Cpr (Centro permanenza e rimpatrio) di Torino si allunga il soggiorno entro i nostri confini. Non solo, gli stessi ottengono ben presto un lasciapassare per la libertà: dopo aver ripetutamente rifiutato di effettuare il test per il coronavirus, proseguono la loro permanenza al Cpr, fino a un massimo di 90 giorni, per effetto del nuovo decreto. Allo scadere di tale data nessuno li può più trattenere e gli immigrati tornano liberi. Magari – il più delle volte – liberi di delinquere in ogni maniera conosciuta.

Gli immigrati evitano il rimpatrio (e tornano liberi) rifiutando il tampone 

Oltre al al danno, la beffa: all’uscita dal centro, infatti, gli immigrati ricevono un inutile foglio firmato dal questore con l’ordine di lasciare entro sette giorni il territorio italiano. E’ facile indovinare cosa i clandestini facciano di tale documento.

Ormai gli immigrati hanno capito il giochetto: all’inizio dell’emergenza sanitaria si facevano fare il tampone senza opporre resistenza. Ora si è diffusa la voce che sottoporsi al test è una facoltà, non un obbligo. E l’escamotage per restare in Italia è servito. Il fenomeno coinvolge per la maggior parte immigrati di origine tunisina: i due voli di rimpatrio da 80 posti l’uno previsti ogni settimana, dopo il passaparola fra clandestini rimangono desolatamente vuoti.

Il Cpr di Torino al collasso

La conseguenza? Il Cpr di Torino è ora pieno da scoppiare per mancanza di turnover. Solo pochi immigrati accettano di sottoporsi al tampone «o perché hanno interesse a tornare nel loro Paese d’origine o perché vedono l’espulsione come via d’uscita dal regime di trattenimento che c’è dentro il Cpr», spiega a La Repubblica l’avvocato Maurizio Veglio.

Secondo la garante dei detenuti di Torino, Monica Gallo, quello del Cpr «è un sistema completamente sbagliato, da ripensare. Ora è il rifiuto del tampone, ma altre volte gli stranieri trattenuti si feriscono e si provocano fratture per non essere rimpatriati. Ma quello che più colpisce è che per molti di loro, appena sbarcati, l’esperienza di reclusione dentro Cpr è l’unica cosa che vedono dell’Italia. E anche adesso che vengono liberati, escono senza neanche sapere dove sono».

Cristina Gauri

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