Ancona, 11 mar – “Troppo brutta per essere stuprata”. Dopo la sentenza choc della Corte d’appello di Ancona, riguardo all’accusa di violenza sessuale su una ragazza, gli uffici di ispettorato del ministero della Giustizia hanno deciso di svolgere accertamenti preliminari. Una sentenza che ha fatto e continua comprensibilmente a far discutere, proprio per le motivazioni addotte dai magistrati. Il caso è emerso dopo che la Cassazione ha deciso di annullare la decisione di secondo grado, disponendo un nuovo processo d’appello. Ma la sentenza della Corte d’appello difficilmente verrà dimenticata non soltanto per l’incredibile giudizio sull’aspetto fisico della ragazza che ha sporto denuncia per violenze sessuali.

“In definitiva, non è possibile escludere che sia stata proprio” lei “a organizzare la nottata ‘goliardica’, trovando una scusa con la madre”, si legge nella sentenza in questione. I giudici della Corte d’appello hanno poi scritto che “la ragazza neppure piaceva, tanto da averne registrato il numero di cellulare sul proprio telefonino con il nominativo di ‘Nina Vikingo’, con allusione a una personalità tutt’altro che femminile, quanto piuttosto mascolina, che la fotografia presente nel fascicolo processuale appare confermare”. La questione della fotografia mostrata come una sorta di prova per giustificare la sentenza è obiettivamente grottesca, a prescindere da come sul serio siano andati i fatti.


Secondo il procuratore generale di Ancona Sergio Sottani, che ha impugnato la decisione, è necessario “evitare che nei processi l’uso delle parole possa costituire una forma ulteriore di violenza nei confronti della vittime”. Perché “ritenere che la mancata attrazione sessuale del presunto stupratore per la vittima possa rappresentare un elemento a sostegno della mancanza di responsabilità, credo debba essere evitato perché si rischia di appesantire lo stress cui la vittima è già sottoposta”.

Alessandro Della Guglia

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