Banalmente, un genio è sempre un genio – e si nota ogni volta, anche nell’errore, perché non manca mai di far trapelare la sua superiorità. Purtroppo, sovente, dopo un certo numero di opere che rasentano il miracolo, anche per lui sopraggiunge la stanchezza creativa e il vizio di fare il verso a sé stesso. Annientare (La nave di Teseo), di Michel Houellebecq, ne è la prova.

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di febbraio 2022

Un Balzac postmoderno?

Il tentativo di ergersi a Balzac della postmodernità, scrivendo in modo torrenziale e cumulativo – 700 e passa pagine –, per aggiungere un nuovo capitolo alla Commedia umana, fa decisamente acqua da più parti. Non ha alcun senso, in una società dell’immagine, in cui regnano i manufatti industriali e ogni articolo è identico da Tokyo a Vancouver, prodigarsi in descrizioni di ottocentesca memoria utili solo a restituire il senso di peculiarità che oramai non esistono più. La volontà di realismo estremo si traduce fatalmente in martirio e fatica sovrumana per il lettore.

Insomma, senza voler essere ingiusti, l’ultimo romanzo del francese, con trecento pagine in meno, sarebbe stato – pur restando comunque eccessivo – godibile. Così com’è proposto al pubblico, invece, nausea come una pietanza troppo condita. Peraltro, a fronte di un sovraccarico di particolari inutili, alcuni personaggi risultano appena abbozzati, fastidiosamente macchiettistici, quasi maschere di modelli che in nulla si discostano da ciò che chiunque si sarebbe aspettato da loro.

«Annientare» di Houellebecq

La trama dell’opera è, a ogni modo, molto semplice. La famiglia Raison, di origine altoborghese, successivamente a un grave ictus che colpisce il suo patriarca, Édouard, si riunisce intorno al capezzale del vecchio così fortemente provato – per la precisione, paralizzato. Come si potrà facilmente immaginare, sempre balzachianamente parlando, una mescolanza così vasta ed eterogenea di elementi, ognuno con un percorso diverso dopo la separazione dal nucleo originario, genera una reazione chimica senza precedenti. Le tensioni tipicamente borghesi esplodono in un carosello di rancori, invidie, conflitti e persino l’affetto non arriva mai a essere vera intimità. In mano a un narratore qualsiasi tutto ciò si ridurrebbe a soap-opera, ma Houellebecq padroneggia divinamente la materia, con la consapevolezza e il compiacimento di un animale che sguazza nel suo elemento, per quanto malsano questo possa essere.

Parallelamente, la storia di uno o più uomini, plasmata da un autore tanto abile, non è mai semplice racconto di anime, ma specchio di un tempo, un Paese, un’antropologia, oltre che sineddoche di un Occidente al tramonto. Paul, il protagonista principale, è un funzionario di alto rango che lavora a stretto contatto con Bruno Juge, ministro dell’Economia di una Francia tornata quinta potenza mondiale, nel 2027. Quest’ultimo, suo malgrado, è preso di mira, in un video, da un gruppo di terroristi deciso ad annientare a ogni costo il corso, apparentemente senza intoppi, del mondo liberal.

I rivoluzionari attaccheranno rispettivamente una nave porta-container cinese, una banca del seme in Danimarca e una bagnarola di migranti che cerca di approdare in Spagna. Palesemente, questa sorta di anarco-primitivisti, più vicini ideologicamente all’antiprogressista Theodore Kaczynski, il famoso Unabomber, che al filosofo John Zerzan con le sue strampalate teorie rousseauiane, aspirano ad abbattere i pilastri di un universo occidentale globalista, contrario all’identità e favorevole alla sostituzione etnica, oltre che orientato alla produzione di uomini in provetta. E, per dirla con Paul, «se l’obiettivo dei terroristi era quello di annientare il mondo come lui lo conosceva, di annientare il mondo moderno, non poteva dargli affatto torto».

Uno scrittore non conforme

In tal senso, se questo testo ha un valore che possa portare a soprassedere sulla ripetitività dei personaggi e la pesantezza di certe pagine, esso risiede, a livello contenutistico, nel suo essere una poderosa Bibbia dell’antimodernità. Al netto del cinismo e della poca fede nella speranza rivoluzionaria, Houellebecq è in fondo un Kaczynski per niente santo-terrorista e tantomeno eremita, ma altrettanto consapevole dello squallore e la miseria attuali. Da un certo punto di vista, anche il suo testo è un pacco-bomba simile a quelli dell’attentatore americano – persino lo spessore induce all’analogia.

Fuor di dubbio, il personaggio di Paul non aggiunge e non toglie niente ai suoi predecessori di Estensione del dominio della lotta, o Le particelle elementari. «Era proprio pessimo nelle relazioni familiari, era pessimo nelle relazioni umane in generale – e anche con gli animali non se la cavava molto bene» è, in fin dei conti, una frase che si potrebbe mettere in bocca a qualsiasi creatura uscita dalla fantasia del francese, senza timore di farle dire qualcosa di non conforme al solito spartito.

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Cionondimeno, come già detto, l’ultimo lavoro – che, a quanto dichiarato nei ringraziamenti, dovrebbe anche essere il suggello della sua produzione terrena – trabocca di temi capitali per ogni buon reazionario (seppur spiccatamente decadente) che si rispetti. Proferito di volta in volta da uno o dall’altro dei suoi personaggi a cui fa da ventriloquo, Houellebecq prende posizione su svariate questioni. C’è l’eutanasia, su cui già si era espresso pubblicamente («La vera ragione dell’eutanasia, in realtà, è che non sopportiamo più i vecchi, non vogliamo nemmeno sapere che esistono»); l’immigrazione («In primo luogo, non è vero che vivano così tanto in miseria […] E poi non rischiano il tutto e per tutto, si assumono dei rischi calcolati. Hanno capito benissimo come siamo fatti, il nostro senso di colpa […] Sanno che possono essere raccolti da una nave umanitaria e che dopo ci sarà sempre un Paese europeo che li lascerà sbarcare»). Per non parlare di come, attraverso la figura di Bruno, l’autore riveli tutti i sotterfugi e le bassezze della classe politica di centrosinistra – come sfruttare l’attentato contro i migranti per darsi un’aura da umanitari, a pochi giorni dalle elezioni.

La nostalgia per la tradizione di Houellebecq in «Annientare»

Se non vivessimo in un’Europa così politicamente corretta, trovare scritte parole simili in un romanzo non stupirebbe nessuno. Essendo Houellebecq il solo a cui è concesso di pensare, vergare e infine veder pubblicate certe riflessioni, inevitabilmente, egli non può che assurgere a paladino di tutti coloro che sono stanchi di vivere con una museruola.

A ogni modo – ciò non si può negare – Annientare, come tutta l’opera di Houellebecq, non è solo coraggio e scorrettezza. Ci sono pagine di grande letteratura, lardellate di affilatissima ironia. Insomma, i motivi per leggerlo, anche questa volta, se lo si è amato in precedenza, non mancano di certo. Lo scrittore d’Oltralpe ha sempre qualcosa in più da dire e lo sa fare. L’ultima parte, perdonate lo spoileraggio, quella in cui Paul scopre della sua…

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