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Roma, 3 mag – Il Risorgimento è uno dei periodi storici più significativi della nostra nazione. E’ stato, forse, l’esempio più plateale di “guerra totale”. Più che di guerra, sarebbe più corretto parlare di “rivoluzione totale”. Difatti non furono solo i valorosi soldati a dare il proprio sangue per la patria, ma anche studenti, uomini di chiesa e donne. Tra gli uomini di chiesa, troviamo un grande personaggio del Risorgimento del sud Italia: Paolo Pellicano.

Il prete, l’oratore, l’eroe

Paolo Pellicano nacque a Reggio Calabria il 1° marzo 1813 da una famiglia molto conosciuta, stimata da alcuni ed odiata a morte da altri. Agamennone Sparò, generale durante l’avventura repubblicana di Napoli, era infatti un parente della madre. Da questa discendenza giacobina, la famiglia Sparò prima e Pellicano dopo non furono sempre viste di buon occhio al meridione. In ogni caso, Paolo Pellicano decise di seguire la vita monastica venendo istruito da due dei massimi uomini di chiesa e cultura dell’epoca: Basilio Puoti e Giuseppe Romano.

Pellicano dimostrò di avere una preparazione non indifferente in materia religiosa, era molto sedulo ed attratto dalla conoscenza. Divenne parroco giovanissimo e si laureò in diritto civile e canonico in breve tempo. Come già detto, Pellicano era un grande lettore e letterato. Per questo motivo, il parroco partecipò attivamente alla fondazione del Fata Morgana, un giornale edito in territorio campano. La censura borbonica ne decretò la chiusura ufficiale nel 1844 ma Pellicano continuò l’opera di divulgazione scientifica.

Paolo Pellicano l’immortale

La storia di Paolo Pellicano si unì alle vicende risorgimentali nel momento in cui alcuni discepoli della Giovine Italia rimasero impressionati dai suoi sermoni e lo vollero all’interno del loro circolo. Rimase a tal punto colpito dagli ideali liberali che accettò di organizzare il motto del 2 settembre 1847. I membri del gruppo risorgimentale pendevano a tal punto dalle labbra dell’abile oratore che l’avevano già scelto come leader di un futuro governo risorgimentale. Una soffiata o, più probabilmente, un’azione anti-spionaggio borbonica minò il successo della rivoluzione. Pellicano si consegnò al tribunale delle Due Sicilie che, tuttavia, decise di tramutare la pena di morte a lui condannatagli, in ergastolo.

L’amnistia di Ferdinando II del 1848 permise a Pellicano di uscire dal carcere. Fu proprio il parroco che spinse il sovrano Borbone alla concessione della costituzione. Come per nel caso del suo avo, nemmeno Paolo Pellicano era entrato nelle simpatie di tutti. In particolare, l’esercito borbonico non lo vedeva di buon occhio ed, una volta attratto il prete all’interno di una chiesa, venne attaccato a colpi di baionetta. Si salvò miracolosamente malgrado fosse gravemente ferito. Paolo Pellicano morirà alcuni anni dopo, il 16 marzo 1886, sepolto, per suo desiderio, con le vesti che portava durante quell’attentato.

Tommaso Lunardi

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