
La decisa virata in territorio negativo non impedisce tuttavia alla società di essere generosa dal lato dei dividendi. A2A prevede, infatti, di remunerare i propri soci con 0.0363 euro ad azione, in aumento del 10%. Ciò significa che verrà staccato un assegno da più di 110 milioni, dei quali 50 a testa andranno ai due soci di controllo, per la felicità delle giunte guidate da Pisapia e Del Bono.
Quello con i due capoluoghi lombardi è un rapporto, per A2A, storicamente complicato. I comuni battono sempre cassa e non è la prima volta che la politica dei dividendi segue le necessità delle finanze locali. I tagli del governo incombono da anni e, per aiutare a far quadrare i bilanci, i milioni delle società partecipate si rivelano così essenziali. Per il futuro, le prospettive di Palazzo Marino e Palazzo della Loggia sono addirittura ancora più rosee. Nel piano industriale della multiutility è infatti previsto un aumento costante della cedola, che sarà raddoppiata entro il 2019.
Da qui a 5 anni, quindi, i comuni di Milano e Brescia otterranno ciascuno 7.5 centesimi ad azione, per un totale di 100 milioni di euro a testa. “L’A2A che abbiamo immaginato al primo gennaio 2020 è un’azienda leader di mercato in grado di assicurare i migliori standard di qualità del servizio ai propri clienti, perseguendo obiettivi di sviluppo industriale capaci di generare valore per gli azionisti, i dipendenti, i territori e le comunità servite”, ha spiegato il presidente Giovanni Valotti.
Che i comuni possano tenere in piedi le proprie finanze, sempre traballanti, con i proventi delle società controllate, non è pratica in sé da censurare. Tali rapporti azionari sono anche cruciali ai fini della definizione della politica economica locale: il tema del settore nel quale opera A2A -energia, rifiuti, acqua- è d’altronde quello dei servizi pubblici essenziali, nei quali serve dare garanzia di accesso, a condizioni eque, a tutti i cittadini.
Il piano industriale presentato nei giorni scorsi prevede una diminuzione dell’indebitamento e l’aumento dei margini (la redditività lorda è data in aumento del 32%), ma questo in gran parte sarà dovuto alla razionalizzazione dei costi e alla riduzione della capacità termoelettrica. La generosità nello staccare le cedole agli azionisti di controllo significa invece privare -sia pur solo in parte- l’azienda dei flussi di cassa necessari per realizzare gli investimenti che, nel piano, dovrebbero raggiungere la cifra di 2.1 miliardi di euro.
Ciò che rileva è il fatto che la politica d’impresa sia piegata alle esigenze, in questo caso, dei comuni. L’intervento pubblico in economia dovrebbe in realtà seguire un paradigma diverso: svolgere funzione industriale prima e solo successivamente garantire allo Stato una remunerazione, qualora i bilanci lo permettano. Il rischio, al contrario, è scivolare nella tentazione di attingere alle imprese come fossero un comodo bancomat, ad uso e consumo degli amministratori. Una pratica che ha portato al parassitismo in molte realtà industriali in seno all’Iri, compromettendone l’efficienza e fungendo da “scusante” per la stagione delle privatizzazioni.
Filippo Burla