Roma, 26 nov – Seconda puntata della nostra inchiesta sulla politica industriale durante il Fascismo. Qui è possibile leggere la prima puntata

Il comparto elettrico, durante il fascismo contava già tre nomi importanti: la Edison, la Sip (Società Idroelettrica Piemontese) e la Società Adriatica di Elettricità (Sade). La storia della Edison comincia nel 1884 che può vantarsi di essere una delle più antiche società industriali italiane. Nacque a Milano con il nome di Società Generale Italiana di Elettricità Sistema Edison dove gestiva la prima centrale elettrica d’Europa. Lo sviluppo si ebbe negli anni ’20 e ’30 del ‘900 che proiettarono l’azienda ad essere tra i principali gruppi elettrici a livello europeo. Dopo la guerra Edison si fuse con la Montecatini, da cui nacque la Montedison, il più grande gruppo chimico industriale italiano. Edison dopo la disgregazione di Montedison vive ancora oggi ma sotto il controllo totale del gruppo francese Électricité de France.

industria fascismo ilvaUna fortissima ascesa durante il Ventennio fascista la ebbe anche l’industria metalmeccanica e degli armamenti. Già negli anni ’20 la siderurgia era prevalentemente basata sulle tecniche del riutilizzo del rottame. L’azienda principe fu la Finsider – Società Finanziaria Siderurgica facente parte del grande gruppo Iri che aveva rilevato  dalle banche il controllo dell’Ilva, delle Acciaierie di Cornigliano, della Terni e della Dalmine. Fondata a Genova nel 1937, con le intuizioni del presidente Oscar Sinigaglia fu la prima azienda a passare alla produzione a ciclo integrale. Nel 1988 sul groppone di un’Iri depredata da un certo Romano Prodi, la Finsider carica di debiti finanziari, fu messa in liquidazione volontaria.

La Ansaldo di Genova fu una delle più antiche società industriali italiane. L’azienda nacque per interesse dei Savoia che vollero un’industria nazionale che costruisse locomotive a vapore e materiale ferroviario, settore dove l’Italia dipendeva interamente dall’estero. Fu così che nel 1846, grazie anche ai finanziamenti del governo sabaudo, nacque la Ansaldo. Durante il fascismo l’azienda, che aveva patito la grande depressione del 1929 e penalizzata dalla incapacità di riconvertire la produzione da quella bellica a quella civile, dopo la prima guerra mondiale, dichiarò fallimento nel 1932. Intervenne l’Iri che risollevò le sorti aziendali dando nuova vita e crescita. L’artefice della ripresa dell’Ansaldo fu opera dell’ingegner Agostino Rocca che dal 1935 portò nuova linfa all’azienda che cominciò a realizzare corazzate da 35 mila tonnellate, mentre i tecnici portarono a termine i primi prototipi di carri armati italiani. Ansaldo presso Napoli prese invece a produrre cannoni ed è proprio grazie alle commesse belliche che l’azienda genovese giunse al suo massimo splendore. Nel 1939 contava 22 mila dipendenti e nel 1943 oltre 35 mila. Dopo il conflitto bellico Ansaldo confluì in Finmeccanica per poi successivamente essere scorporata in più parti a seconda dei settori produttivi ma perdendo quel potenziale che aveva avuto sino alla caduta del fascismo.

La meccanica industriale poteva contare su nomi illustri in Italia durante gli anni del fascismo: Fiat, Marelli e Olivetti erano le tre punte di diamante, ma avevamo anche la Weber storica azienda di carburatori, la Necchi che produceva macchine da cucire e la G.D. che fu un marchio molto conosciuto all’epoca nella costruzione di motociclette.

industria fascismo fiatLa più grossa azienda automobilistica italiana, la Fiat di Torino, già nel 1920 poteva vantare una forza lavoro pari a 25 mila operai e 2500 impiegati con una produzione di circa 100 veicoli al giorno. La politica autarchica decisa dal fascismo se da un lato non permise lo sviluppo all’estero dell’azienda, come da desiderio degli Agnelli, dall’altro favorì, e non di poco, lo sviluppo sul mercato interno. È di questo periodo lo sviluppo della celebre Fiat 508 Balilla presentata ufficialmente nel 1932 e venduta in 110 mila esemplari. Nel 1936 sarà la volta della Topolino, antesignana della Fiat 500 a polverizzare ogni record di vendite con oltre 500 mila esemplari venduti. Poco prima dell’entrata in guerra la Fiat inaugurò lo stabilimento di Mirafiori, nella zona sud di Torino dove per la prima volta la produzione a catena di montaggio era stabilita sui tre turni di lavoro. Com’è noto la Fiat fu tra le aziende che rientrarono nel decreto sulla socializzazione delle imprese applicato durante la Repubblica Sociale Italiana. Gli Agnelli fecero di tutto per opporsi arrivando a versare contributi per la causa partigiana.

Un altro marchio storico della storia automobilistica italiana è rappresentato dall’Alfa Romeo. Nata nel 1910 a Milano con l’acronimo Alfa che stava ad indicare Anonima Lombarda Fabbrica Automobili, cominciò la produzione che crebbe fino all’ingresso dell’Italia nel primo conflitto mondiale. Per mancanza di risorse l’azienda non riuscì a riconvertire la produzione in bellica ed entrò in crisi, tanto da far decidere i proprietari a metterla in vendita. L’acquirente fu un ingegnere meccanico della provincia di Napoli, Nicola Romeo, che modificò il nome della società in Alfa Romeo, ma la mancata organizzazione societaria unita ai numerosi debiti con le banche portarono l’azienda nell’arco di pochi anni alla crisi finanziaria. Nel 1921 di fatto l’Alfa verrà controllata dalle banche che ne rileveranno l’amministrazione puntando peraltro sulle gare automobilistiche che arrisero allo storico marchio vincitore nel 1925 del primo campionato del mondo di automobilismo. Da qui cominciarono i successi sportivi inanellati anno dopo anno, ma la situazione finanziaria non migliorava tanto da far ventilare l’ipotesi di una chiusura. A quel punto intervenne direttamente Benito Mussolini, che ritenendo prestigiose per l’Italia le vittorie sportive dell’Alfa, attraverso l’Iri statalizzò di fatto l’azienda. L’incarico di sanare la società sia da un punto di vista finanziario che produttivo fu dato a Ugo Gobbato che puntò sulla produzione di modelli d’auto potenti ed eleganti. Durante il conflitto gli stabilimenti dell’Alfa Romeo furono bombardati a più riprese fino a causarne la chiusura. L’azienda rimase in mano alla Stato fino al 1986 quando fu venduta al gruppo Fiat.

La Magneti Marelli, nata a Sesto San Giovanni, alle porte di Milano, nel 1919 col nome di F.I.M.M. – Fabbrica Italiana Magneti Marelli era dedita inizialmente alla componentistica per auto per poi ampliare la produzione alle apparecchiature radio e tv (RadioMarelli) e agli impianti di illuminazione per veicoli. Durante i primi anni del fascismo riuscì ad allargare i suoi investimenti all’estero aprendo sedi a Parigi, Londra e Bruxelles. Attualmente fa capo al gruppo Fiat Chrysler Automobiles.

Sulle sponde del lago di Como, sponda lecchese, ed esattamente a Mandello del Lario, sorse nel 1921 la Moto Guzzi. Il logo scelto da Vittorio Parodi e Carlo Guzzi, i due fondatori, fu l’aquila in onore del simbolo del Corpo Aeronautico nella prima guerra mondiale. La prima idea di far nascere la Moto Guzzi a Genova fu subito bocciata a causa dei cruenti scontri causati dall’agitazione del Biennio rosso. Fu quindi deciso di avviare l’attività nella più tranquilla provincia di Lecco. Con l’ascesa del fascismo lo storico marchio di motociclette cominciò a prendere parte alle competizioni sportive. Già nel 1925 erano oltre 300 gli operai che lavoravano nell’impianto di Mandello. Nel 1929 la produzione raggiunse le 2500 unità e nel 1934 la Guzzi si fregiò di essere il maggiore produttore di motociclette in Italia. Con la guerra la produzione fu interamente rivolta al mercato militare – con il famoso modello Airone 250, ma anche con l’Alce e il Trialce – e grazie alla mimetizzazione dei capannoni, le macchine e l’intera produzione furono salvate dai bombardamenti degli anglo americani. Oggi la Moto Guzzi fa parte del Gruppo Piaggio.

La storia dell’industria di quegli è comunque ricca di altri nomi di prestigio che sicuramente abbiamo dimenticato. Ciò che si evince è che la politica economica avviata durante il periodo fascista fu un buon viatico per la stragrande maggioranza delle industrie italiane. Molte aziende proprio in quegli anni cominciarono l’attività, altre crebbero sia sul piano produttivo che su quello del prestigio. La ricerca assunse un carattere di sfida verso un futuro che comunque appariva roseo e florido per il genio italico. I mirati e salutari interventi pubblici, uniti dalla fulgida capacità imprenditoriale del capitalismo italiano dell’epoca, diedero lustro alla nostra nazione. Questa alchimia resse fino agli inizi degli anni ’90. La caduta della prima Repubblica, falcidiata dall’inchiesta giudiziaria di Mani pulite, diede il via ad una nuova fase per la vita economica ed industriale dell’Italia. La svendita del patrimonio pubblico, le privatizzazioni e le liberalizzazioni hanno di fatto condotto all’esautorazione di quella che, sulla scorta dello scheletro produttivo costruito durante il fascismo, arrivò ad essere nel 1991 la quarta potenza industriale del mondo.

Giuseppe Maneggio

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