bustapagaR439_thumb400x275Roma, 30 gen – Nel corso del 2014, le retribuzioni contrattuali orarie sono cresciute solo dell’1.3%. A rilevarlo è l’Istat, nella sua analisi periodica.

Si tratta delle variazione più bassa mai registrata da quando l’istituto di statistica elabora le relative serie storiche, vale a dire dal 1982. Il record in negativo era stato già raggiunto nel 2013 (+1.4%) e segna un ulteriore ribasso nell’anno appena trascorso.


A pesare di più sono le retribuzioni del settore pubblico, bloccate da anni insieme ai relativi contratti. “I settori che a dicembre presentano gli incrementi tendenziali maggiori –si legge nella nota diramata­– sono: telecomunicazioni (3,5%); gomma, plastica e lavorazioni di minerali non metalliferi (3,3%); tessili, abbigliamento e lavorazione pelli (2,9%). Si registrano variazioni nulle nel settore del commercio e –appunto– in tutti i comparti della pubblica amministrazione”.

Se confrontate con i numeri dell’inflazione, praticamente ferma, il risicato aumento dei salari è pur sempre una crescita reale a tutti gli effetti, con riflessi positivi sul potere d’acquisto. Un rafforzamento tuttavia molto debole, dovuto più all’azzeramento dell’inflazione che alla crescita dei salari in sé. Basta infatti che l’indice reale dei prezzi ritrovi il segno positivo, attorno ad esempio al 2% come da obiettivo peraltro posto esplicitamente alla base del piano di quantitative easing da parte della Banca centrale europea, per lasciare sul terreno quel minimo di guadagno accumulato.

Un rischio non sufficientemente compensato dalle prospettive future. Più di un lavoratore su due lavora infatti con un contratto collettivo scaduto e il nuovo accordo, quando arriva, è sempre in ritardo: nel corso del 2014 l’attesa media per il rinnovo è cresciuta, rispetto all’anno precedente, di oltre 5 mesi, superando in media i tre anni.

Filippo Burla

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