20130305_crisi-famiglie_top[1]Roma, 9 nov – Non passa giorno senza che l’Istat ci dimostri, dati alla mano, come il nostro Paese stia uscendo dal tunnel della crisi. Il Pil sale, la disoccupazione scende, la fiducia degli italiani è alle stelle. Eppure, quando si tratta di mettere nero su bianco, è molto più cauta. I dati che emergono dalla documentazione consegnata dall’Istituto di Statistica in Parlamento, in occasione delle audizioni sulla legge di stabilità, dimostrano quanto detto: “Il 10,2% delle famiglie si è trovata in ritardo con i pagamenti delle bollette per le utenze domestiche; tra le famiglie in affitto il 16,9% si è trovata in arretrato con il pagamento; il 6,3% delle famiglie con il mutuo da pagare si è trovato infine in arretrato con la rata”. Insomma, non si salva nessuno.

Questi dati di per sé sarebbero poca cosa se non aggiungessimo un altro piccolo particolare. Secondo il rapporto dell’istituto statistico: “Il ritardo nei pagamenti delle spese per la casa si associa nettamente all’onerosità delle spese stesse e, in particolare, alla loro incidenza sul reddito disponibile”. In brevis, non ci sono soldi per pagare bollette, condominio, rate del mutuo.

And last but not least: “Le spese per l’abitazione (condominio, riscaldamento, gas, acqua, altri servizi, manutenzione ordinaria, elettricità, affitto, mutuo) costituiscono, infatti, una delle voci principali del bilancio familiare. Nel 2014, l’esborso medio di una famiglia per queste spese è stato di 357 euro mensili, a fronte di un reddito netto (al netto delle poste figurative) di 2.460 euro mensili, con un peso del 14,5%. Le spese risultano più onerose nel Nord (15,2%) e nei comuni centri di aree metropolitane (16,1%)”.

Eppure in questi giorni ci sentiamo ripetere, come un mantra, che se l’Italia vuole essere un Paese moderno e competitivo deve spostare la tassazione dal lavoro al patrimonio. In pratica vuol dire che il fisco deve colpire le rendite e non i lavoratori. Detta così, chi può eccepire?

Il problema, però, è un altro. Cosa intendiamo per patrimonio? La casa, of course. Il mattone per gli italiani è sempre stato un investimento sicuro. Quindi, se vogliamo fare un’equa distribuzione delle risorse, è bene stangare coloro i quali hanno un immobile di proprietà. Peccato però che questa è l’ennesima balla che ci viene propinata. Uno studio della Cgia di Mestre dimostra l’iniquità delle imposte sugli immobili.

Il centro studi dell’associazione mestrina ha dimostrato come: “In Italia l’82,6 per cento dei proprietari di prima casa sono realtà dove il capofamiglia è un pensionato, un operaio, un impiegato o un disoccupato. Il dato emerge da una elaborazione effettuata su dati riferiti all’indagine sui bilanci di oltre 8 mila famiglie realizzata ogni 2 anni dalla Banca d’Italia.  L’altro 17,4 per cento, invece, è costituito da famiglie di dirigenti, imprenditori e lavoratori autonomi”.

Ronzi è troppo furbo, e l’ha capito. In ballo ci sono milioni di voti. Infatti, il 67,2 per cento delle famiglie è proprietario dell’abitazione in cui risiede a cui si aggiunge un altro 10,7 per cento che gode dell’abitazione a titolo gratuito o attraverso l’usufrutto. Possiamo pertanto affermare che il 78 per cento circa delle famiglie italiane beneficerà dell’abolizione dell’Imu.

C’è da dire che il beau geste di Matteo Renzi ci costerà caro. Infatti, a detta di Paolo Longobardi, presidente di Unimpresa: “ Le clausole di salvaguardia sono state sterilizzate solo per il 2016, ma torneranno negli anni successivi. Solo nel biennio 2017-2018 la legge di stabilità prevede maggiorazioni di Iva e accise rispettivamente di 15,1 miliardi di euro e 19,5 miliardi, per complessivi 34,6 miliardi”.

Detto ciò è bene tirare le somme sul rapporto tra fisco e contribuenti. Basterà qui citare quanto detto dal presidente della Cgia Paolo Zabeo: “Nel 2015 ciascun italiano pagherà mediamente 8 mila euro di imposte e tasse, importo che sale a quasi 12 mila euro considerando anche i contributi previdenziali. Negli ultimi venti anni le entrate tributarie pro-capite sono aumentate di 76 punti percentuali, molto di più rispetto all’inflazione che, invece, è salita del 47 per cento.  Va anche tenuto conto che la pressione tributaria (imposte, tasse e tributi sul Pil) in Italia (30,1%) è la terza più elevata dell’Area Euro dopo Finlandia e Belgio, superiore di sette punti percentuali rispetto a quella tedesca (22,9%) ”.

Ecco a voi l’Italia con il segno più.

Salvatore Recupero

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