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guerra contro l'IsisRoma, 9 mar – L’assedio del centro di Mosul, sulla riva occidentale del Tigri, anche se tecnicamente non ancora ultimato, è già operativo. La striscia di terra ancora controllata dall’Isis, e che collega la grande città dell’Iraq settentrionale a Tal Afar, è infatti attraversata dal grande fiume, e non risulta siano rimasti in piedi dei ponti fra le due sponde. Gli spostamenti delle bande islamiste di Al Baghdadi sarebbero quindi preclusi. Poche ore fa, inoltre, le forze armate irachene sono finalmente entrate nel centro storico della città, puntando verso la moschea di al Nuri, in cui nel luglio 2014 il “Califfo” pronunciò il suo primo discorso nella città appena conquistata. E’ il terreno più difficile, per gli attaccanti, in quanto si tratta di un esteso dedalo di strette stradine, all’interno del quale i difensori possono opporre una strenua e lunga resistenza. A quasi cinque mesi dall’inizio della battaglia per la riconquista di Mosul da parte dell’esercito, con la collaborazione di Peshmerga curdi e delle milizie sciite, i giochi sembrano quindi fatti, ma ci potrebbero volere svariate altre settimane per ultimare il lavoro. Anche perché gli Iracheni stanno procedendo con una certa cautela, per limitare le perdite, e per evitare di lasciarsi alle spalle sacche di resistenza da parte di piccoli gruppi di miliziani dello Stato Islamico.

Resta da capire quanti uomini dell’Isis sono ancora operativi a Mosul, e quanti invece sono riusciti a fuggire verso ovest, verso Raqqa e Deir Ezzor, in Siria, raggiungendo Tal Afar e da lì attraversando le linee delle PMU (le milizie sciite irachene, coordinate più dal generale iraniano Soleimani che dal governo di Baghdad). Il dato è importante perché potrà dare un’idea di quanto potrebbe durare ancora la vita dello Stato Islamico, i cui confini si stanno riducendo giorno dopo giorno – in Iraq, ma anche in Siria, grazie a una poderosa iniziativa delle Forze Tigre di Assad nell’est della provincia di Aleppo – ma che ancora controlla un vasto territorio nel cuore della Mesopotamia. Si giocherà quindi in Siria, fra Raqqa e Deir Ezzor, la partita finale contro l’Isis, che a questo punto avrebbe tutto l’interesse a muovere in quella zona le sue forze residue, dopo la perdita del bastione di Al Bab (nel nord della Siria, occupato dopo settimane di assedio dal Free Syrian Army e dai suoi alleati turchi), e nella prospettiva dell’imminente sconfitta a Mosul. In effetti, l’avanzata rapidissima dell’esercito fedele ad Assad nella parte orientale del Governatorato di Aleppo, avanzata che potrebbe aver stroncato le velleità turche di partecipare direttamente all’assalto al cuore dello Stato Islamico, sembra parzialmente favorita da una altrettanto veloce ritirata delle milizie islamiste, che potrebbero puntare a difendere soltanto Deir Hafir, cedendo tutto il resto del territorio, almeno fino a Tabqa, all’estremità meridionale del Lago Assad.

La ragione di questa scelta di giocarsi il tutto per tutto nella provincia di Raqqa sarebbe dettata dal fatto che la popolazione di quell’area è integralmente araba e sunnita, e per come si stanno mettendo le cose, l’assalto potrebbe essere portato dai migliori reparti dell’esercito siriano – guidati da generali sciiti o alawiti – e dalle forze curde delle SDF (Syrian Democratic Forces). In questo modo l’Isis cercherebbe di accreditarsi al contempo come baluardo del mondo arabo (contro i Curdi) e dell’Islam sunnita (contro gli sciiti di Damasco e Teheran). Il fatto che in questa fase del conflitto Curdi e Siriani stiano collaborando su più fronti potrebbe rafforzare questo tentativo, più mediatico che militare, di Al Baghdadi. Nei giorni scorsi infatti l’esercito siriano – a seguito di un accordo con i vertici arabi e curdi locali – ha iniziato un ridispiegamento nella zona in cui si fronteggiano le SDF e le fazioni ribelli appoggiate dalla Turchia, e sta inoltre avanzando verso sud, proteggendo così i cantoni curdi da possibili contrattacchi dell’Isis, mentre in cambio le SDF stanno spingendo verso la città di Deir Ezzor, assediata da anni e allo stremo delle forze. Con la presa di Kubar, sull’Eufrate, avvenuta nella mattinata di oggi, le avanguardie curde si troverebbero ora a poco più di trenta chilometri dagli assediati.
Siccome a quanto pare queste operazioni, frutto della collaborazione fra i Curdi siriani e Damasco, sarebbero avvenute con il più o meno tacito assenso di Stati Uniti e Russia, si potrebbe supporre che i Curdi, che per gli scorsi anni della guerra civile sono stati indecisi su quale delle fazioni supportare, sarebbero ora orientati a trovare un accordo con Assad, riconoscendo l’autorità del governo centrale sui loro cantoni (Kobane e Afrin), in cambio di una qualche forma di autonomia. Questo però per la Turchia sarebbe uno smacco pesantissimo. E il livello dell’autonomia concessa sarebbe direttamente proporzionale alle probabilità di una dura risposta da parte di Ankara, sempre più risentita dal coinvolgimento degli Stati Uniti a fianco dei Curdi. L’artiglieria dei Marines sarebbe infatti già pronta a fare fuoco su Raqqa.

Tuttavia, prima di qualsiasi altra considerazione, bisognerà capire se effettivamente l’offensiva finale su Raqqa avrà davvero inizio, e quale esercito, dopo aver sfondato le linee di difesa dell’Isis, riuscirà a raggiungere il cuore del regno del terrore creato da Al Baghdadi. Anche perché qualche monarchia del Golfo potrebbe pensare di mettere i bastoni fra le ruote a chiunque voglia prendere la capitale dello Stato Islamico, dove si potrebbero scoprire informazioni molto utili a capire chi ha finanziato e supportato, per anni, questa banda di tagliagole.

Mattia Pase

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