Roma, 20 apr – C’è una parola che viene ripetuta come un riflesso automatico ogni volta che Israele apre un nuovo fronte o allarga un’operazione: sicurezza. È la chiave narrativa che dovrebbe spiegare tutto e, soprattutto, giustificare tutto. Ma è proprio questa parola che oggi va smontata, non solo perché non descrive più ciò che sta accadendo. Non lo ha mai fatto.
Il metodo Israele: l’occupazione di fatto
Se si guarda al sud del Libano senza filtri retorici, la realtà è evidente a chiunque. Non siamo davanti a una risposta temporanea e simmetrica alla presenza di Hezbollah. Siamo davanti a una trasformazione deliberata del territorio. L’avanzata fino a circa 20 chilometri oltre il confine, la costruzione di una “zona cuscinetto”, l’evacuazione forzata dei civili e la demolizione sistematica di villaggi, strade e infrastrutture sono interventi che cambiano la natura di quello spazio, lo svuotano, lo rendono incapace di funzionare come parte piena e autonoma del Libano. La “sicurezza”, come abbiamo già detto molte volte nel corso degli ultimi anni, è una formula fin troppo elastica: più il territorio viene distrutto e reso invivibile, più si sostiene che è necessario farlo per “mettere in sicurezza” Israele. È un rovesciamento logico, perché qui non si tratta di proteggere un confine, ma di spostarlo nella sostanza, creando una penetrazione che non è mai dichiarata apertamente come tale. La cosiddetta fascia di sicurezza non è una linea difensiva: è uno spazio sottratto alla sovranità altrui e posto sotto controllo permanente.
Il Libano segue il destino della Cisgiordania
Per capire quanto questa logica sia ormai strutturale basta guardare alla Cisgiordania, dove il linguaggio della sicurezza ha accompagnato per anni l’espansione degli insediamenti. Anche lì si parlava di esigenze difensive, di controllo del territorio, di prevenzione della violenza. Il risultato, oggi, è sotto gli occhi di tutti: oltre mezzo milione di coloni, una rete capillare di infrastrutture dedicate, territori palestinesi frammentati e una continuità geografica ormai compromessa. Più che di sicurezza, si tratta un processo politico che ha prodotto un fatto compiuto. Il Libano rischia di diventare la versione militare di quello stesso schema. Non un’annessione formale, almeno per ora, ma una compressione sistematica dello spazio libanese nel suo sud. Un territorio che resta sulla carta libanese, ma che nella pratica viene svuotato, controllato, reso instabile a tal punto da non poter più esprimere una sovranità reale. È una differenza solo giuridica. Sul piano concreto, significa la stessa cosa: perdita di controllo.
Israele e la retorica della sicurezza
Dentro questo quadro, la retorica della sicurezza serve a un doppio scopo. Verso l’esterno, costruisce una giustificazione accettabile per l’opinione pubblica occidentale, che continua a leggere il conflitto in termini reattivi: Israele risponde, Israele si difende, Israele protegge i propri cittadini. Verso l’interno, legittima una linea politica sempre più esplicita, in cui il controllo del territorio non è più uno strumento negoziale, ma un obiettivo in sé. Non è un caso che la leadership israeliana abbia progressivamente abbandonato ogni ambiguità. La componente più radicale del governo – perfettamente rappresentata da Smotrich – non parla più da un pezzo il linguaggio del compromesso, bensì quello della rivendicazione totale e dell’occupazione come diritto assoluto, sganciato da qualsiasi vincolo esterno. Gli Stati Uniti, dal canto loro, oscillano tra contenimento e complicità. Donald Trump rivendica di aver imposto uno stop ai bombardamenti israeliani in Libano, ma il fatto stesso che debba intervenire pubblicamente in questo modo rivela la natura del problema. Washington non gestisce più la direzione, e mentre cerca di produrre tregue temporanee, prive di una struttura politica capace di stabilizzare davvero la situazione, sul terreno Israele continua a produrre realtà difficili da invertire.
Il prossimo “fatto compiuto”
E qui si arriva al nodo politico che in Europa si continua a evitare. Non siamo davanti a un’escalation “razionale”, ma nemmeno di fronte ad una somma di crisi imprevedibili: paghiamo la scelta di “lasciar fare” tutto all’asse Washington-Tel Aviv, appaltando alle loro strategie – e ai loro deliri – la nostra sicurezza energetica, demografica, geopolitica. Insomma, siamo davanti a una strategia che utilizza la destabilizzazione per ridefinire gli spazi. Il punto, allora, non è più chiedersi dove porterà questa crisi. Il punto è riconoscere che la direzione è già stata imboccata – e che continuare a subirla equivale a ratificarla.
Sergio Filacchioni