Roma, 16 apr – Il 16 aprile 1973, a Primavalle, non bruciò soltanto un appartamento. Bruciò una linea di confine che una parte dell’Italia aveva già deciso di cancellare: quella tra avversario politico e bersaglio umano. La casa era quella di Mario Mattei, netturbino e segretario della sezione missina “Giarabub”. Nell’incendio morirono i suoi figli Virgilio e Stefano. I nomi che emersero nelle indagini e nei processi furono quelli di Achille Lollo, Marino Clavo e Manlio Grillo, militanti di Potere Operaio. Il caso fu lungo, contorto, lacerato da assoluzioni iniziali, condanne successive e sviluppi giudiziari mai davvero capaci di chiudere il trauma pubblico che quell’episodio aveva aperto. Il punto, però, è che Primavalle non fu mai soltanto una vicenda penale: fu un fatto politico e culturale che mise a nudo un sistema di complicità, reticenze e autoassoluzioni.
Primavalle, il rogo che ha riscritto le regole della violenza politica
Per capire il significato di Primavalle bisogna soffermarsi meno sulla formula rituale della “memoria condivisa” e più sul meccanismo che si attivò attorno a quel delitto. Una parte dell’opinione pubblica, della stampa e dell’intellighenzia non si limitò a discutere i fatti: lavorò, apertamente o implicitamente, per renderli meno dicibili. La tesi della faida interna, il sospetto ribaltato sulle vittime, il riflesso per cui il mondo extraparlamentare di sinistra andava comunque protetto da una piena assunzione di responsabilità, non furono dettagli laterali. Furono la prova che in Italia esisteva già un doppio standard morale: la violenza era esecrabile in astratto, ma diventava spiegabile, attenuabile, perfino narrativamente manipolabile quando colpiva il nemico giusto. Questo è il vero lascito di quella stagione: non soltanto il rogo, ma il contesto che lo rese per anni opaco. Un contesto in cui il problema non è solo chi aveva acceso il fuoco, ma chi aveva costruito attorno a quel fuoco una zona grigia di indulgenza politica. In fondo la violenza non vive mai da sola: ha bisogno di un lessico che la prepari, di un ambiente che la relativizzi, di una cinghia di trasmissione culturale che trasformi l’avversario in presenza “nemica”. Quando questo accade, la violenza non è più un incidente ma una possibilità già autorizzata sul piano simbolico.
Da Primavalle e Genova: cambia il tempo, non la sostanza
È per questo che il caso genovese di queste settimane non andrebbe letto come una semplice polemica locale. A febbraio 2026 il sindaco di Genova, Silvia Salis, ha dichiarato che la sede di CasaPound in città “non è gradita”, ha parlato di un problema di “opportunità” e di “posizionamento”, e ha chiesto al prefetto la convocazione urgente del Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica per esaminare la permanenza della sede nelle vicinanze di piazza Alimonda. Il giorno successivo ha rincarato, sostenendo che CasaPound è “fuori dal perimetro della Costituzione” e che una sede del movimento non può essere accettata in una città “medaglia d’oro” della Resistenza. Parallelamente, a Genova Antifascista è stato riconosciuto un ruolo di interlocuzione politica sul tema, nonostante il quartiere della Foce – in cui negli anni si sono susseguiti cortei, tensioni e iniziative militanti per chiedere la chiusura della sezione – abbia di fatti denunciato lo “stato d’assedio” provocato dall’estrema sinistra. Chiariamoci: in politica, la repulsione è sacrosanta e legittima. Il punto è un altro: che cosa accade quando un’istituzione democratica, invece di limitarsi a contestare una posizione politica, assume come proprio orizzonte l’idea che una sede legale rappresenti un problema in sé, non per atti accertati ma per identità? La stessa Salis ha riconosciuto che quella presenza può “esistere liberamente”, e tuttavia ha trasformato la sua esistenza in un’anomalia. È un passaggio che sposta la questione dal terreno del confronto a quello della delegittimazione totale: non combatto ciò che dici sul piano politico, ma metto in discussione il tuo diritto ad esistere.
L’apparato della sinistra non smette di colpire
La continuità tra il Rogo di Primavalle e questo tipo di episodi – Silvia Salis è solo un esempio fra tanti, certamente il più limpidamente arrogante – è la persistenza di una cultura politica che considera alcune presenze come corpi estranei da espellere. I metodi sono cambiati, certo: allora c’erano la militanza armata, la cultura “impegnata” e i depistaggi ideologici, oggi ci sono il pressing istituzionale, la mobilitazione permanente, la petizione per “chiudere tutte le sedi” e la pressione territoriale. Ma l’assunto di fondo resta riconoscibile: se una presenza è marchiata come moralmente inammissibile, allora la legalità che la protegge diventa un ostacolo da aggirare. Il problema, in fondo, riguarda il principio che si accetta di normalizzare. Una democrazia adulta dovrebbe poter dire due cose insieme: che una certa cultura politica è radicalmente avversa ai propri valori, e che finché agisce nella legalità la si combatte con strumenti politici, non con campagne di interdizione territoriale mascherate da tutela della convivenza. Invece in Italia riemerge periodicamente un riflesso diverso: dichiarare qualcuno o qualcosa “incompatibile con il paesaggio civile”. È lo stesso riflesso che, negli anni Settanta, consentì a troppi di guardare Primavalle non come una mostruosità, ma come una tragedia da trattare con cautela perché le sue implicazioni colpivano il campo “buono”.
Il conflitto esiste ancora, meglio ricordarselo
Primavalle, allora, non serve solo a commemorare dei caduti. Serve a riconoscere un meccanismo di cui abbiamo già parlato in un articolo precedente: l’antifascismo contemporaneo può consolidarsi solo a condizione di sottrarsi al conflitto e di presentarsi come norma costituzionale e incontrovertibile. Ogni volta che il linguaggio pubblico legittima l’idea che una sede “non gradita” debba essere rimossa, ogni volta che un’istituzione si fa cassa di risonanza di pressioni volte a colpire una presenza politica-culturale-editoriale in quanto tale, ogni volta che si tratta il radicalismo non come dato da reggere ma come errore da correggere, quel meccanismo si rimette in moto. Non produce automaticamente il rogo. Ma produce il clima in cui il confine tra delegittimazione e aggressione smette di apparire invalicabile. Ed è questo, più di ogni formula celebrativa, che il 16 aprile dovrebbe insegnare. Anche – e soprattutto – a una destra politica che troppo spesso dimentica che il conflitto esiste, e che senza la distinzione tra amico e nemico, finisce per subirlo.
Sergio Filacchioni