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Washington, 15 feb – Sono due tra le università più prestigiose (e buoniste) degli Stati Uniti. Stiamo parlando di Yale e Harvard, finite ora sotto inchiesta per finanziamenti occulti dall’estero, con rischio spionaggio. L’indagine, portata avanti dall’Fbi, ha coinvolto anche altri atenei statunitensi, ossia Georgetown, Cornell, Rutgers, Massachusetts Institute of Technology, Texas A&M e Maryland University. Si parla di un volume di finanziamenti non dichiarati che si aggira sui 6,6 miliardi di dollari. Cifra da capogiro che sarebbero affluite nelle casse degli istituti universitari da Cina, Qatar e Arabia Saudita.

L’ombra di Pechino su Yale e Harvard

E così il dipartimento dell’Educazione ha preteso da Yale e Harvard la consegna dei documenti relativi ai loro accordi finanziari con governi, fondazioni e società straniere (la lettera è stata pubblicata dal Wall Street Journal). A finire sotto la lente degli inquirenti sono soprattutto i fondi provenienti dal governo cinese e da Huawei, già finita al centro nel mirino di Donald Trump nella guerra commerciato tra Washington e Pechino. Ma la richiesta del dipartimento dell’Educazione non è stata proprio un fulmine a ciel sereno. Già un mese era stato tratto in arresto dai federali Charles Lieber, capo del laboratorio di chimica di Harvard: l’accusa era di aver fornito una falsa testimonianza in merito a una collaborazione con un’università cinese.

Arrivano i petroldollari

Ma non c’è solo la Cina tra in finanziatori occulti di Yale e Harvard. Secondo l’Fbi, infatti, anche i governi di Qatar e Arabia Saudita avrebbero ricoperto di milioni i due atenei. Se per Harvard non sono state fornite cifre ufficiali, il dipartimento accusa Yale di non aver notificato alcun finanziamento da nazioni estere dal 2014 al 2017: un «buco nero» da ben 375 milioni di dollari. A questo punto non può che saltare all’occhio l’ipocrisia di due tra le università più politicamente corrette del globo. Prendiamo Yale, che da una parte cancella il corso di storia dell’arte perché si studierebbero «troppi artisti bianchi», e dall’altra intascherebbe milioni da regimi che non hanno proprio un buon feeling con cose tipo i diritti umani.

Gabriele Costa

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