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Roma, 14 dic – I cultori dell’accoglienza intransigente e della cittadinanza regalata dovrebbero averlo ormai capito: il fatto che siano dei cittadini europei gli autori delle stragi islamiche – ultima quella di Strasburgo –  rappresenta un’aggravante nell’analisi che dobbiamo a noi stessi e al nostro popolo. A quanto pare, concedere la cittadinanza non garantisce alcunché. Pretendere di allargare le maglie della concessione della stessa è un progetto tecnicamente suicida e praticamente inutile.
Cherif Chekatt, lo stragista di Strasburgo ucciso ieri da un blitz della polizia transalpina, era un “francese” di ventinove anni nato sul suolo europeo e di certo non emarginato per i fantomatici pregiudizi che il popolo bianco nutre nei confronti del popolo degli immigrati. Banalmente, era un giovane con ventisette condanne a suo carico per vari reati come furto, estorsione, violenze e lentata rapina. Altrettanto banalmente, si trattava di uno dei moltissimi musulmani che, finiti in galera, prendono parte al processo di radicalizzazione che li avvicina a gruppi dell’islam fondamentalista. E così è avvenuto a Chekatt durante la sua permanenza in carcera durata dal 2013 al 2015.
Guarda caso, come la narrazione comune racconta, una volta uscito dalla galera si sarebbe avvicinato a un circolo di salafiti a Strasburgo. Il salafismo è una scuola di pensiero sunnita che vorrebbe ricreare le condizioni vita tipiche del periodo vissuto dal profeta Maometto. In Egitto, attorno gli anni trenta del XX secolo, il salafismo diede vita a movimenti islamici fondamentalisti come i Fratelli Musulmani, rappresentati oggi in Italia dall’Ucoii, l’Unione delle Comunità islamiche in Italia. Si tratta, ad oggi, di una delle sigle più blasonate e seguite e con cui lo Stato si interfaccia nel tentativo di stipulare l’intesa prevista dalla legge. Numerose volte i membri di questa Unione compaiono in tivù sorridenti e gaudiosi per riferirci quanto la loro proposta di vita sia vincente e compatibile con la nostra. Magari, prima di stringergli la mano, sarebbe il caso di conoscere le origini del loro pensiero.
Una volta uscito di galera, Chekatt era finito sul dossier S ossia tra gli jihadisti pericolosi per lo Stato. Veniva seguito con attenzione, come ha riferito il viceministro dell’Interno Laurent Nunez, precisando oltretutto che, pur incitando al radicalismo religioso, non vi erano segni tangibili di una sua pericolosità concreta. E qui casca l’asino, assieme alla questione monumentale dell’utilizzo dei social network da parte di questi fanatici criminali. Essendoci riempiti nell’arco di quarant’anni di immigrati afro-islamici, tendenti a figliare molto più di noi, e avendo deciso di non porci domande sulla digeribilità della cultura da loro esportata, ci troviamo oggi con un numero impressionante di fanatici radicalizzati di cui le autorità non possono tecnicamente prevedere le mosse. Numerevoli son state le operazioni di arresto e d’espulsione di imam o fedeli inneggianti la violenza, ma risulterà comunque impossibile tenere sotto controllo le sacche di territorio marginalizzate in cui le comunità islamiche dettano letteralmente legge. Qui, oltreché nei circoli salafiti e wahabiti, nascono i terroristi. Qui, la gente si tappa le orecchie e gli occhi fingendo di non notare l’imbarbarimento generale. E qui, infine, lo Stato ha deciso di abdicare al proprio ruolo di tutore dell’ordine pubblico.
Le comunità islamiche risultano carine e docili in un primo momento, ossia quando sono composte da un numero esiguo di fedeli. Nel momento in cui il volume aumenta, aumentano le loro pretese, le loro richieste, gli speciali riconoscimenti di cui affermano avere diritto, fondando il tutto sulla base dei numeri, e i numeri non mentono: hanno una capacità riproduttiva che noi possiamo solo sognare e in virtù di questa crescente rappresentanza le comunità battono i pugni sul tavolo. Essendo come l’olio che finisce nell’acqua, le comunità islamiche popolano interi quartieri dove i loro costumi si sostituiscono progressivamente a quelli dello Stato ospitante, rendendo il tessuto sociale e valoriale permeabile a quella cosa astratta e pericolosa chiamata sharia, la loro legge sacra. Sebbene rimanga formalmente in vigore l’ordinamento dello Stato, nella pratica diviene desueto poiché la legge coranica è preferita da ogni islamico a quella laica e permissiva cui siamo abituati tutti noi. Il permissivismo sta principalmente in una differenza sostanziale, ossia nel processo di secolarizzazione che ha investito la nostra parte di mondo ma non la loro. Sono oggettivamente diversi anche i contenuti delle sacre scritture cristiane rispetto a quelle coraniche, ma lo spartiacque è rappresentato dall’incapacità di proiettare la propria vita e quella dell’intera comunità al di là dell’universo religioso. La conquista di un’altra terra, di un altro paese, di un altro popolo da assoggettare alle giuste regole è prerogativa di chi ha una visione della vita consistente nel dovere morale di portare gli infedeli sulla retta via. Che è quella di Allah e di Maometto. Il motivo per cui queste comunità non abbandonano le proprie usanze, o comunque non accolgono con gioia quelle del paese ospitante, è esattamente questo: ciò che noi siamo e ciò che rappresentiamo è coranicamente sbagliato, dunque passibile di riforma. C’è chi si limita a chiedere e ottenere la rimozione dell’innocuo presepe natalizio nella scuola della figlia, ma c’è anche chi opta per l’eliminazione fisica di chi, a detta del cammelliere assurtosi a profeta, vaga nell’errore. In Medio Oriente, come tutti sappiamo, si rende necessaria la dittatura per mantenere la laicità dello Stato.
L’Islam rappresenta indiscutibilmente un problema per tutti noi. In questo paese, in questa Europa affondano le nostre radici e sulle strade dove camminiamo è scolpito il passato del nostro popolo. Senza tutto questo, noi saremmo niente, bell’e pronti per esser convertiti e riempiti di ciò che l’immigrato islamico di prima o seconda o terza generazione porta con sé. E a proposito, pare sia il caso di ribadirlo: l’Italia non è e non sarà mai casa vostra.
Lorenzo Zuppini

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3 Commenti

  1. DGSI, servizi segreti francesi ( si dice che siano tra i migliori al mondo), il mao mao era sotto controllo da i servizi. Guarda caso la mattina della strage, la PJ, faceva inruzzione ha casa del criminale, per arrestarlo, fatti di rapine e regolamenti di conti fra gentiluomini. Ma non era ha casa ? Strano DGSI, macrin, gilet jeune et voilà, come si spegne la rivolta. Meditate gente meditate.

  2. Un finale di articolo coraggioso ed ardito,la bestia islamica, beatificata da sorosiani e comunistoidi vari,era pluricondannata e falsamente francese………in realtà era ignobile feccia maomettana, non integrabile ed irricevibile……….. Uno schifo totale e senza vergogna…….il frocetto d’oltralpe sta toccando il fondo, lui ed il suo governo di pavidi,per non parlare dei servizi segreti……….. 40 anni fa un simile esempio di latrina umana tribale sarebbe già stata eliminata nel silenzio generale………… E nessuno l’avrebbe cercato,neppure la sua famiglia di traditori terroristi……….auguri.

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