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Roma, 5 dic – La guerra civile nella guerra civile. Nello Yemen martoriato da un conflitto interno di stampo tribale e religioso, su cui si è innestato lo scontro fra Iran, che appoggia le milizie Houthi (sciite) e l’Arabia Saudita, intervenuta militarmente insieme ad altri paesi del Golfo a fianco del deposto presidente Hadi e della coalizione sunnita che lo sostiene, la notizia di questi giorni è l’apertura delle ostilità all’interno del fronte sciita, fra gli Houthi e i sostenitori del precedente presidente-dittatore, Ali Abdallah Saleh, fino a ieri alleati. Il quale Saleh, pochi giorni fa aveva dichiarato di voler intraprendere un negoziato con i sauditi per porre fine alla guerra, dichiarazione seguita dall’occupazione della città di San’a, centro della rivolta contro Hadi e i Sunniti, da parte dei fedeli di Saleh. Stando a quanto ha riportato Al Jazeera, emittente satellitare del Qatar, paese messo alla berlina dall’Arabia Saudita e che quindi si è sfilato dall’alleanza sunnita di cui faceva parte, l’ex dittatore sarebbe stato convinto a deporre le armi per partecipare a una trattativa che avrebbe rimesso lui, o più probabilmente suo figlio, al suo posto, a capo dell’intero Yemen pacificato.

La mossa sarebbe stata dettata dagli Emirati Arabi Uniti, alleati di Riad, che riconoscendo il fallimento della missione militare a guida saudita avrebbero suggerito al principe ereditario e ministro della Difesa del regno, Mohammad bin Salman, l’ideatore dell’avventura bellica che avrebbe dovuto impressionare l’intero medio oriente e che si è invece trasformata in una sanguinosa barzelletta, di trovare una comoda via d’uscita. In pratica, per liberarsi dal costosissimo tributo pagato alla guerra yemenita, i sauditi non avrebbero dovuto fare altro che “mollare” il loro alleato Hadi e concedere al loro nemico ufficiale di tornare a comandare il Paese. Così facendo, gli Houthi, la parte più agguerrita dei loro oppositori (sostenuta da Teheran) si sarebbe ritrovata confinata in una piccola parte del territorio, e sarebbe stata facilmente additata come frangia terroristica, secondo il piano concordato fra Arabia e Stati Uniti (con la gioiosa acquiescenza israeliana), che hanno come scopo primario quello di dimostrare che l’unico Stato che supporta la violenza nel quadrante mediorientale è l’Iran. L’opinione pubblica occidentale, dopotutto, poco ne sa delle differenze fra sciiti e sunniti, e alla lunga non farebbe caso al fatto che il terrorismo internazionale è di matrice sunnita, e ha come primo obiettivo proprio l’Iran.

I nodi sono venuti al pettine fra domenica e lunedì, con la furibonda reazione degli Houthi, che hanno tacciato Saleh di tradimento dell’alleanza, e che ieri sono riusciti a eliminarlo in un agguato che avrebbe colpito il convoglio presidenziale mentre cercava di rifugiarsi nel territorio controllato dagli alleati dei Sauditi. Come se non bastasse, i ribelli sono riusciti a riprendere buona parte dei capisaldi presi dalle forze fedeli all’ormai defunto Saleh nella capitale San’a. Per l’Arabia Saudita, quella che sarebbe dovuta essere una marcia trionfale si sta trasformando, ogni giorno di più, in un Vietnam mediorientale, trascinando con sé Washington e Tel Aviv, i principali partner del bellicoso Mohammad bin Salman nella sua avventura anti-iraniana.

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