Roma, 03 marzo – I missili hanno raggiunto Cipro: la guerra è alle porte. Lo ha confermato anche il Presidente del consiglio Giorgia Meloni, per la quale la situazione in Iran è figlia dello sconfinamento di un Paese aggressore sul suo vicino.
D’altronde, la guerra era vicina già quattro anni fa, quando l’Esercito arabo siriano ha tenuto il conflitto confinato alle porte di casa nostra. Se n’è accorto chi in questi due giorni si è recato al distributore di carburanti per fare il pieno alla propria auto. Anzi, lì, senza l’ausilio di alcun atlante geografico, ha anche conosciuto lo Stretto di Hormuz, quell’imbuto da cui passa il 20% del petrolio mondiale che oggi aumenta vertiginosamente il suo prezzo e presto potrebbe diventare merce rara, difficile da reperire. Discorso pressoché identico interessa il gas.
Mentre i venti di guerra soffiano impetuosi tra il Levante e il Golfo, scuotendo le cancellerie di mezzo mondo e facendo tremare i mercati dell’energia, c’è un’oasi di imperturbabile quiete che attira la nostra attenzione. In quell’oasi, all’ombra di una palma istituzionale pagata in euro sonanti da Bruxelles, siede Luigi Di Maio, il nostro inviato speciale UE per il Golfo. Per chi lo avesse perso di vista e fosse rimasto ai tempi del Giggino che dal balcone del palazzo annunciava l’abolizione della povertà, lo scenario è mutato: oggi l’ex leader pentastellato è l’uomo che sussurra agli emiri. O almeno così si spera, dato che, a giudicare dalle cronache, il suo contributo al dibattito pubblico sul conflitto appare discreto quanto una spia in un campo minato.
Arte della prudenza o peso del mandato?
C’è chi chiama questo silenzio “prudenza diplomatica”. D’altronde, il mandato di Di Maio riguarda il Golfo Persico — Qatar, Emirati, Arabia Saudita — e non direttamente il fronte caldo della Striscia o del Libano (per quello l’Europa sta ancora cercando un altro “volenteroso”) per cui non ci sorprenderebbe che il prossimo riconoscimento che gli sarà conferito sarà quello dell’epiteto il Temporeggiatore, solo che, anziché logorare il nemico Annibale come Quinto Fabio Massimo, Gigino logorerà bile e intelletto di molti ancora increduli in Patria. Muoversi in quelle acque richiede il passo felpato di chi sa che una parola di troppo può far saltare un contratto di fornitura di gas, il lasciapassare di turisti tramutati in ostaggi o una delicata mediazione sotterranea. Tuttavia, da un punto di vista schiettamente nazionale, non possiamo che sorridere dinanzi a questa metamorfosi: l’uomo che un tempo cercava i Gilet gialli nelle banlieue di Parigi e sfidava i colossi della finanza, oggi sembra aver abbracciato la dottrina del “relata refero”: osservare, ascoltare, e soprattutto non disturbare il manovratore (o il finanziatore).
Attendismo strategico o assenza di peso?
Il dubbio sorge spontaneo: Di Maio tace perché sta tessendo una tela invisibile ai comuni mortali o perché attende semplicemente che i “fili” vengano mossi altrove, tra Washington, Teheran e Bruxelles?
Se è un bene, potrebbe essere la prova della sua maturazione. Un diplomatico che non fa notizia è spesso un diplomatico che sta lavorando bene. In un Medio Oriente che brucia, l’Italia — per interposta persona “europea” — evita di esporsi a figuracce, lasciando che l’ex enfant prodige di Pomigliano d’Arco faccia da cuscinetto tra gli interessi energetici e le tensioni belliche; se è un male, è l’immagine plastica di un’Europa – e di riflesso di una certa classe dirigente italiana – che preferisce il rinfresco al confronto. Un silenzio che rischia di sembrare irrilevanza, pagata, però, a prezzi di mercato altissimi.
L’italiano che non disturba e ci guadagna
In fondo, c’è qualcosa di profondamente patriottardo nel vedere un nostro connazionale aver appreso così bene l’arte del trasformismo da diventare quasi invisibile proprio nel momento del bisogno. Forse, la vera missione di Di Maio non è risolvere la guerra, ma dimostrare al mondo che si può passare dalla rivoluzione di piazza al velluto diplomatico, dalle tende sabbiose e ai palazzi sfarzosi senza spettinarsi e con una riconferma in tasca fino al 2027. Almeno. La sua recente nomina a Professore onorario al King’s College di Londra avvalorano le voci, sempre più insistenti, che lo vedono proiettato verso un incarico cdi Coordinatore Speciale Onu per il Medio Oriente. Mentre i missili solcano i cieli, Luigi osserva. Con la pazienza di chi sa che, alla fine, ciò che conta non è chi vince la guerra, ma chi resta a bere il tè con chi ha vinto.
Tony Fabrizio